La violenza sulle donne. Il caso indiano. Seconda parte

indianwomenMaurizio Murru

Nonostante tutto, qualcosa in India si muove. Le denunce di stupri e violenze sulle donne, anche se ancora poche rispetto ai casi effettivi, sono aumentate e continuano ad aumentare. Discussioni pubbliche, articoli, dibattiti sul ruolo della donna si sono fatti molto più frequenti negli ultimi mesi. E molte donne rivendicano con maggiore forza il loro diritto di vivere libere e senza paura. Gran parte dell’opinione pubblica non pare più disposta a tollerare omertà e soprusi, sia nelle città che nei villaggi


Le “donne mancanti”

Nel 1990 il Premio Nobel Amartya Sen ha pubblicato un importante articolo nel quale, con calcoli basati sulla differenza del tasso femmine/maschi in varie parti del mondo, concludeva che nell’Africa del Nord e in molti paesi asiatici (India inclusa), circa 100 milioni di donne “mancavano”. Vale a dire, erano morte prematuramente, o non erano nemmeno nate, per l’effetto cumulativo di pregiudizi e discriminazione[1]. Di conseguenza, nei paesi esaminati, il numero delle donne era molto inferiore a quello degli uomini. Nel 2003 i suoi calcoli sono stati affinati e ripetuti. Il numero di “donne mancanti” (nel 2000) è stato stimato a circa 101 milioni; di questi, 39,1 erano in India[2]. Oggi, in India, ci sono circa 943 donne ogni 1000 uomini[3]. Questo paradosso demografico è anche dovuto alla pratica, illegale ma diffusa, degli aborti selettivi, non presa in considerazione da Sen nel 1990 ma da lui sottolineata in seguito[4]. In India, come in Cina, nella Corea del Sud e in altri paesi, un feto femmina viene spesso abortito nella speranza di un figlio maschio alla successiva gravidanza. Per contrastare questa piaga, la legge Indiana prescrive, dal 1994, che l’identificazione del sesso del nascituro sia permessa solo dalla quattordicesima settimana di gravidanza in poi mentre l’aborto è consentito solo fino alla dodicesima settimana. Questa legge è aggirata in vari modi e, praticamente, ignorata. Uno studio i cui risultati sono stati pubblicati sul Lancet nel 2011 ha riscontrato una frequenza di aborti selettivi molto più alta nelle classi benestanti e istruite che in quelle più povere e meno istruite. Lo stesso studio ha stimato che, fra il 2000 e il 2011, gli aborti selettivi siano stati fra i tre e i sei milioni[5].

La dote della sposa: causa di indebitamento, povertà e, ancora, violenza sulle donne

La preferenza per un figlio maschio è dovuta sia a fattori culturali che a considerazioni economiche. Una figlia femmina, a causa della dote matrimoniale che, tradizionalmente, la sua famiglia deve pagare, può essere un peso economico considerevole per molte famiglie. Al punto tale che, prima che la legge sopra citata venisse promulgata, l’identificazione del sesso del nascituro (con successivo aborto in caso di feto femmina) veniva propagandata come un investimento: “Spendi 5.000 rupie oggi [identificando il sesso del nascituro] e risparmiane 50.000 domani [per il pagamento della dote][6].

In India è la famiglia della sposa che paga la dote a quella dello sposo. Se inizialmente lo si faceva per cementare l’unione di due famiglie, da molto tempo questa tradizione è diventata un peso economico enorme per la famiglia della sposa. Uno studioso indiano riferisce che “per molti genitori quella delle nozze di una figlia è la spesa più ingente che devono affrontare nel corso della vita. In un campione di villaggi rurali [studiato nel 1993] esso equivaleva a sei volte il reddito annuo di una famiglia ed era causa di indebitamento e impoverimento”[7]. L’autore di quello studio riportava la stessa stima e le stesse considerazioni in un breve saggio scritto per la Banca Mondiale nel 2006[8].
La “dote” è spesso fonte di dispute e maltrattamenti della sposa da parte del marito e della sua famiglia qualora ritengano che gli accordi non siano stati mantenuti o siano mantenuti con troppo ritardo. I maltrattamenti possono giungere all’uccisione della sposa, mascherata da incidente domestico: il più delle volte, una stufa che esplode . Secondo alcune stime almeno 100.000 donne vengono bruciate ogni anno in incidenti legati alla dote e altre 125.000 sono vittime di violenze legate allo stesso motivo ma raramente denunciate come uccisioni[9]. La pratica della “dote” è regolamentata per legge dal 1961. Anche questa legge viene ignorata sia da chi la dovrebbe osservare che da chi dovrebbe farla rispettare.

Draupadi: un’altra forma di schiavitù femminile

Nel popolare poema epico indiano “Mahabharata” Draupadi era la figlia del re del Panchal e, per una serie di vicissitudini, era divenuta la moglie di cinque fratelli della stessa famiglia. Oggi il termine “Draupadi” viene spesso utilizzato per indicare una pratica che implica un vero e proprio traffico di donne per lo più dagli stati più poveri dell’est e del sud dell’India verso quelli più ricchi del nord, specialmente Haryana e Punjab che, non a caso, hanno un tasso femmine/maschi anche più basso di quello del resto del paese (879/1000 e 895/1000 rispettivamente)[10]. Queste “Draupadi” sono ufficialmente “sposate” da un membro della famiglia ma, fra le mura domestiche, sono ridotte in schiavitù (sessuale ma non solo), regolarmente violentate dai membri maschi della famiglia che le ha “comprate”, maltrattate e, in casi estremi ma non infrequenti, uccise. Interi villaggi sono al corrente di questi crimini ma questo, lungi dal favorirne la denuncia, pare promuovere una forma vergognosa di omertà e complicità[11,12].

Le spose bambine: una vita di stupri ignorati

Leggi contro il matrimonio di minori (21 anni per gli uomini, 18 per le donne) sono state introdotte in India nel 1929 e sono state riviste nel 2006. Ciononostante, ogni anno, soprattutto nelle aree rurali, circa tre milioni di bambine al di sotto dei 18 anni vengono date in spose a uomini molto più vecchi di loro[13]. Secondo dati raccolti nel District Level Household Survey del 2007-2008, citati dall’UNICEF, il 42% delle donne di età compresa fra i 20 e i 24 anni (al tempo del survey) ha contratto il matrimonio quando aveva meno di 18 anni. Negli Stati Indiani più poveri, il 15% delle bambine viene dato in sposa a meno di 10 anni di età[14]. Le spose bambine subiscono stupri condannati dalla legge ma mai denunciati e nascosti sotto la logora ma efficace coperta della “tradizione”.

La mancanza di latrine: un diritto violato e un ulteriore fattore di rischio

Le due ragazze di Katra erano uscite, di sera, per andare in un campo a 15 minuti di cammino dove soddisfare i loro bisogni naturali, dal momento che, come è il caso per circa 600 milioni di Indiani, la loro abitazione non dispone di una latrina. Il campo usato per soddisfare queste necessità si trova a circa 15 minuti di cammino dalla loro abitazione. Per ragioni ovvie, la mancanza di latrine è molto più imbarazzante e scomoda per le donne di quanto non lo sia per gli uomini. Non è solo “scomoda”, è pericolosa. Abusi, soprusi, umiliazioni e violenze nei confronti di donne costrette a recarsi nei campi per urinare o defecare, sono frequenti non solo in India ma anche in molti altri paesi[15]. Questo fattore è stato sottolineato da più parti. In un articolo pubblicato in rete dal Guardian il 1° giugno, alti funzionari di quattro importanti organizzazioni umanitarie identificano nella mancanza di latrine la causa principale degli stupri in India[16]. La soluzione di questo grave problema migliorerebbe significativamente la qualità della vita di molte donne. Ma contribuirebbe solo marginalmente a combattere la piaga degli stupri. Ci pare legittimo pensare che le due ragazze (come è successo a tante altre prima di loro e succederà a tante dopo di loro) avrebbero potuto incontrare il loro destino anche se fossero andate, di notte o di giorno, a trovare le loro amiche, o a fare una passeggiata. Avrebbero potuto subire la stessa sorte anche se fossero rimaste a casa loro, come suggerisce il caso di un giudice, donna, che ha subito un tentativo di stupro nella sua bella e ben protetta casa di Aligahr, nell’Uttar Pradesh quattro giorni dopo il crimine compiuto contro le due ragazze di Katra Shahadatganj[17].

Molti politici hanno taciuto. Alcuni hanno parlato rivelando una mentalità diffusa. E malata.

I più importanti politici del paese non hanno fatto dichiarazioni di rilievo sugli stupri di queste ultime settimane. Altri hanno parlato. Sarebbe stato meglio se non lo avessero fatto. Il Chief Minister (Governatore) dell’Uttar Pradesh, Akhilesh Yadav, ad un giornalista che gli chiedeva ragione dell’alta frequenza degli stupri nello Stato da lui governato, ha risposto “perché ti preoccupi? Tu sei al sicuro, no?”.

Il 10 aprile scorso il padre di Akhilesh, Mulayam Yadav, già Governatore dello stato dell’Uttar Pradesh e, al tempo, Ministro dei Trasporti, ha affermato riferendosi al caso della studentessa uccisa in un bus a Delhi: “I ragazzi sono ragazzi, a volte commettono errori vogliamo impiccarli per questo?”[18].
La famiglia Yadav non ha il monopolio delle affermazioni disgraziate. Babulal Gaur, Ministro degli Interni nello Stato dell’Andra Pradesh ha recentemente affermato che “… lo stupro, a volte è giusto e a volte sbagliato”[19]. Affermazioni a dir poco “ infelici” da parte di uomini politici non sono nuove. Il Rapporto Verma ne cita altre, incredibili ma vere. Eccone un paio: “… il governo pagherà per compensare le vittime di stupro. Qual è la tua tariffa? Se sei violentata, quale sarà la tua tariffa?” (Shri Anisur Rahman, Communist Party of India –Marxist- West Bengal); “… 5 o 6 persone non sono I soli colpevoli. La vittima è colpevole tanto quanto i suoi violentatori. Avrebbe dovuto chiamarli fratelli e implorarli di fermarsi. Questo avrebbe potuto salvare la sua dignità e la sua vita. Può una mano applaudire da sola? Io penso di no. (Shri Asaram Bapu)[20]. Aggiungiamo che, nella precedente camera bassa del Parlamento Indiano, sedevano sei parlamentari condannati per stupro e che negli ultimi cinque anni, vari partiti hanno presentato 27 candidati con procedimenti penali in corso per stupro[21].

Tre modi di mentire: bugie, dannate bugie e statistiche

Questo famoso aforisma, attribuito a Disraeli, è particolarmente adatto alle statistiche riguardanti la violenza sulle donne. Ne circolano molte. Ben poche sono attendibili. Praticamente nessuna descrive la situazione reale. Le definizioni di “stupro” variano a seconda dei paesi, delle culture e, importante, delle inchieste e degli studi specifici realizzati. Circolano “statistiche” secondo le quali in India si denuncia (ma alcuni riportano “si compie”) uno stupro ogni 21 minuti[22]; negli Stati Uniti, uno ogni sei minuti[23,24]. A parte i calcoli a volte sbagliati, queste cifre, ed altre simili, non dicono molto. Nel peggiore dei casi vengono da fonti non verificate, nel migliore, riguardano, solamente, i casi denunciati. Vale a dire, praticamente ovunque, una piccola percentuale dei casi effettivi.

Secondo il National Crime Records Bureau, i casi di stupro denunciati, in India, sono stati 2.487 nel 1971 e 29.423 nel 2012. Quello che queste cifre suggeriscono è il legittimo sospetto che la grande maggioranza dei casi non vengano denunciati. Alcuni avanzano l’ipotesi che, in India, solo il 10% degli stupri venga denunciato[25]. Una percentuale impressionantemente bassa ma non diversa da quella ipotizzata per altri paesi: 3,2% in Sudafrica (3,2%[26]) e, secondo Amnesty International, fra il 2% e il 10% in Finlandia e il 25% in Danimarca[27]. Le ragioni di queste basse percentuali di denuncia, sono le stesse ovunque: criminalizzazione della vittima, intimidazione, paura, vergogna, interrogatori e visite mediche umilianti, diffidenza e sfiducia nell’apparato poliziesco e giudiziario.

Eppur si muove

Nonostante quanto scritto sopra (e molto altro che si potrebbe scrivere) occorre riconoscere che qualche cosa, in India, si muove. Le denunce di stupri e violenze sulle donne, anche se ancora poche rispetto ai casi effettivi, sono aumentate e continuano ad aumentare. A Delhi, fra il 1° gennaio e il 15 agosto 2013, ci sono state 1.033 denunce contro 433 nello stesso periodo dell’anno precedente[28]. Discussioni pubbliche, articoli, dibattiti sul ruolo della donna si sono fatti molto più frequenti negli ultimi mesi. E molte donne rivendicano con maggiore forza il loro diritto di vivere libere e senza paura. Gran parte dell’opinione pubblica non pare più disposta a tollerare omertà e soprusi, sia nelle città che nei villaggi. Vale la pena di citare le “Gulabi gangs”. Si tratta di un gruppo di azione e pressione femminile in uniforme rosa (“gulabi” significa “di colore rosa”). È nato nel 2006 in un villaggio dell’Uttar Pradesh da un episodio di violenza domestica: la fondatrice, Sampat Pal Devi, prese a bastonate un vicino che aveva picchiato la moglie. Quell’atto di ribellione spinse altre donne a fare altrettanto poi a unirsi. Oggi il gruppo è una Organizzazione non Governativa, conta alcune migliaia di donne, gestisce numerosi progetti e si batte per la difesa dei diritti delle donne, in particolare, e, sempre più spesso, dei diritti umani in generale[29]. Abbiamo già citato l’importante e significativo Rapporto Verma e i cambiamenti che esso ha ispirato e continua ad ispirare. Si tratta di cambiamenti importanti che intaccano, sia pure ai margini, gli aspetti più odiosi di una cultura millenaria. La cultura non determina solamente le leggi che regolano la società ma, anche e soprattutto, il modo in cui esse vengono interpretate e applicate. Cultura e tradizione sono troppo spesso issate su piedistalli che non meritano. Troppo spesso sono strumenti di oppressione ed esclusione. E sono difese da chi, grazie ad esse, può e vuole continuare ad opprimere e sfruttare. I cambiamenti necessari richiederanno decenni e non avverranno spontaneamente. Occorreranno persone coraggiose con sete e fame di giustizia. Non sono mancate e non mancano. Né in India né altrove.

Leggi anche la prima parte dell’articolo.

Maurizio Murru, Medico di sanità pubblica. In viaggio in Asia.

Bibliografia

  1. Sen A. More than 100 million women are missing, The New York Review of Books, 20.12.1990
  2. Klasen S, Wink C. “Missing women”: revisiting the debate. Feminist Economics 2003;9(2-3): 263-9
  3.  Indian Population Census 2011. Office of the Registrar General of India, Ministry of Home Affairs, 2011.
  4. Sen A. “The lost girls: girls are still aborted in States with more educated women. The Independent, 14.01.2014
  5. Jah P, Kesler MA, Kumar R, et al. Trends in selective abortions of girls in India: analysis of nationally representative birth histories from 1990 to 2005 and census data from 1991 to 2011: Lancet 2011; 377
  6. Hundal S. India dishonoured. Guardian shorts (e-book), 2013
  7. Rao V. The Rising Price of Husbands: A Hedonic Analysis of Dowry Increases in Rural India. The Journal of Political Economy 1993,  101(4):666-7
  8. Rao V.  The economics of dowries in India. Development Research Group. World Bank, 2006.
  9. India’s New Focus on Rape Shows Only the Surface of Women’s Perils. New York Times, 12.06.2013
  10. Office of the Registrar General of India, Ministry of Home Affairs, 2011, Indian Population Census 2011
  11. Multiple husbands, multiple woes: Draupadi, the new slavery. UNFPA, 2007
  12. Draupadis bloom in rural Punjab. The Times of India, 16.7.2005
  13. Dyalchand A. Findings from India: low self-esteem leaves girls vulnerable to child marriage. Institute of Health Management Pachod
  14. Child marriage in India, an analysis of available data,New Delhi, UNICEF, 2012
  15. Nowhere to go, how lack of safe toilets threatens to increase violence against women in slums. Water Aid, 2014
  16. Frost B, Byanyima W, Woods C, Alipui N. Two girls died looking for a toilet. This should make us angry, not embarrassed, The Guardian, 01.06.2014
  17. Bid to rape Aligahr judge at high-security home. The Times of India, 04.06.2014
  18. Mulayan’s shocker on rape: boys make mistakes, why hang them? NDTV, 10.04.2014
  19. India State Minister on rape: sometimes it’s right, sometimes it’s wrong, The Guardian, 05.06.2014
  20. Verma JS et al, opera citata
  21. How India treats its women. BBC News, 29.12.2012
  22. The rapes that India forgot. BBC News, 05.01.2013
  23. Uno stupro ogni sei minuti. La Repubblica, 17.07.1990,
  24. Amnesty International (documento non datato), Violence against women: a factsheet
  25. Desai K, Behind India’s shocking gang rapes lies a deep crisis among young men, The Guardian, 04.05.2014
  26. Jewkes R, Sikweyiya Y, Morrell R, Dunkle K. Gender inequitable masculinity and sexual entitlement in rape perpetration in South Africa: findings of a cross-sectional study. PloS One 2011; 6: e29590
  27. Case Closed: rape and human rights in the Nordic Countries, summary report. Amnesty International, 2010
  28. Viewpoints: has Delhi rape changed India? BBC News, 10.09.2013
  29. Gulabi gang, rural women in pink saris, wielding bamboo sticks in pursuit of justice

 

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