Migranti. Il regolamento Dublino ‘sospeso’ dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

corteEuropeaMiriam Castaldo

Una recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo fa emergere – attraverso la storia di una singola famiglia, fatta di guerra, fughe e miseria – le contraddizioni politiche dei paesi europei che i freddi e austeri regolamenti comunitari non fanno altro che alimentare.


Mentre a Roma tornano a emergere gravissime forme di intolleranza e razzismo nei confronti di cittadini migranti e rom (si pensi agli avvenimenti dell’ultimo mese nelle località di Corcolle, Tor Sapienza, Infernetto e più di recente a Torrevecchia nei confronti sia di minori stranieri non accompagnati, sia di rom), una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo (CEDU) denuncia in Italia la possibilità di un significativo numero di richiedenti asilo privi di alloggi o alloggiati in strutture sovraffollate in condizioni di promiscuità, di insalubrità e violenza[1].

È il 4 novembre 2014. La Corte si pronuncia contro il trasferimento della famiglia Tarakhel, di origine afgana, dalla Svizzera all’Italia, ai sensi del regolamento Dublino(a). Tra le motivazioni della sentenza si legge: “l’Italia non è (stata) in grado di fornire indicazioni inerenti agli standard di vita e alle condizioni specifiche di presa in carico della famiglia[1]. I Tarakhel, genitori più sei figli a carico, attualmente vivono a Losanna e, in caso di rinvio in Italia, non avrebbero garanzie individuali riguardanti da un lato una presa in carico adeguata all’età dei bambini e dall’altro la preservazione dell’unità familiare (…).

Le impronte dell’emigrazione dall’Afghanistan alla Svizzera

La vicenda dei Tarakhel è emblematica. Il 16 luglio del 2011 approdano sulle coste calabresi al termine di un lungo ed estenuante viaggio che li ha condotti prima in Pakistan, poi in Iran, infine in Turchia dove si sono tutti imbarcati alla volta dell’Italia: madre, padre e i loro bambini, alcuni dei quali molto piccoli. Nel toccare territorio italiano vengono sottoposti alle procedure di identificazione EURODAC (European Dactyloscopie), database europeo delle impronte digitali per i cittadini di Paesi Terzi[2,7]. Il sistema intende garantire l’effettiva messa in atto del regolamento Dublino in tutti gli Stati membri UE.

La famiglia viene dunque trasferita prima in una struttura di accoglienza temporanea, una scuola a Stignano (RC), poi presso il CARA di Bari. In tale Centro la famiglia riferisce di vivere una condizione di profondo disagio attribuito alla condizione di promiscuità, insalubrità e situazioni di violenza generalizzata[1]. A fronte di questa condizione di intensa difficoltà vissuta dall’intero nucleo familiare, il 28 luglio 2011 i Tarakhel decidono di lasciare senza autorizzazione il Centro di Accoglienza e riescono a raggiungere l’Austria, dove vengono nuovamente sottoposti al sistema di identificazione EURODAC, che svela il loro passaggio in Italia. Presentano quindi domanda di asilo che però è respinta quando si accerta la provenienza dall’Italia: in forza del vincolo del regolamento Dublino, è infatti il primo Paese di sbarco a doversi far carico della famiglia(b).

L’Italia accetta, ma nel frattempo i Tarakhel sono di nuovo in viaggio, questa volta verso la Svizzera, in cerca di quelle condizioni di vita ‘dignitose’ che ancora non vedono garantite per sé stessi e per i loro bambini. Qui effettuano una nuova richiesta di asilo, ma ancora le disposizioni del regolamento Dublino si pongono come ostacolo al loro progetto migratorio. L’Office fédéral Des Migrations (ODM) svizzero rifiuta la domanda, come già aveva fatto l’Austria, e inoltra una nuova richiesta di presa in carico all’Italia, che inesorabilmente deve accettare. Il 24 gennaio 2012, l’ODM emette un ordine di espulsione verso l’Italia, ma la famiglia si oppone attraverso due ricorsi, entrambi respinti, al Tribunale amministrativo federale[1].

È a questo punto che i Tarakhel si rivolgono alla Corte Europea, invocando a carico della Confederazione svizzera la violazione di tre disposizioni della CEDU riguardanti: il divieto di trattamenti inumani o degradanti (art 3.); il diritto al rispetto della vita familiare (art. 8); il diritto a un ricorso effettivo (art. 13), in assenza di garanzie da parte delle autorità italiane circa l’accoglienza idonea dei minori e la coesione del nucleo familiare.

La Grande Chambre della Corte Europea, in attesa di pronunciarsi nel merito, il 18 maggio 2012 sospende la procedura di espulsione verso l’Italia[3]. Nel pronunciarsi sulla situazione generale del sistema italiano di accoglienza delle persone richiedenti asilo, la Corte osserva l’evidente discrepanza tra il numero di richieste di asilo presentate nel 2013 (più di 14.000) e il numero di posti disponibili nelle strutture appartenenti alla rete SPRAR (9.630 posti)[4]. Rileva inoltre che il numero di domande indicate si riferisce ai primi 6 mesi del 2013 ed è probabile che le cifre durante l’anno siano molto più alte[1]. Infine, con la sentenza che sembra mettere in crisi l’applicazione generalizzata del regolamento Dublino, il 4 novembre 2014 la Corte si esprime a maggioranza contro il rinvio nella penisola della famiglia Tarakhel, tenendo soprattutto conto della presenza di minori richiedenti asilo in quanto soggetti estremamente vulnerabili (…), nei confronti dei quali le condizioni di accoglienza non possono generare situazioni di stress e ansia che avrebbero conseguenze particolarmente traumatiche sulla loro psiche[1].

La sentenza della Corte di Strasburgo assume una notevole rilevanza perché se da un lato pone in evidenza aspetti ancora deboli dell’Italia rispetto ai compiti di programmare e gestire interventi di prima accoglienza, ora affrontati dall’Intesa del 10 luglio 2014 tra Stato, Regioni ed Enti locali sul “Piano operativo nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari”, dall’altro fa emergere attraverso la storia di una singola famiglia, fatta di guerra, fughe e miseria, le contraddizioni politiche dei paesi europei che i freddi e austeri regolamenti comunitari non fanno altro che alimentare.

Miriam Castaldo, Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà, INMP

Bibliografia

  1. CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) (2014) [PDF: 564 Kb](consultato il 23/11/2014).
  2. Aus JP. Eurodac: A Solution Looking for a Problem? European Integration online Papers 2006;10(6). (consultato il 10/12/2014).
  3. Asilo in Europa (2014). Sentenza Tarakhel contro Svizzera – La Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene l’Italia uno Stato non completamente sicuro per i richiedenti asilo più vulnerabili  (consultato il 22/11/2014).
  4. Grand Chamber Judgment. Sending Afghan family of asylum seekers back to Italy
    under the “Dublin” Regulation without individual guarantees concerning their care would be in violation of the Convention [PDF: 115 Kb]. European Court of Human Rights, 04.11.2014 (consultato il 28/11/2014).
  5. Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea (2013). Regolamento (Ue) N. 604/2013 del Parlamento Europeo e del Consiglio [PDF: 1 Mb](consultato il 25/11/2014).
  6. Ferri E. Asilo. Ecco il nuovo regolamento Dublino III. Progetto Melting Pot Europa 2014. (consultato il 25/11/2014).
  7. Gazzetta ufficiale delle Comunità europee (2000) Regolamento (CE) N. 2725/2000 del Consiglio  dell’11 dicembre 2000 che istituisce l’«Eurodac» per il confronto delle impronte digitali per l’efficace applicazione della convenzione di Dublino (consultato il 26/11/2014).
  8. CIR (Consiglio Italiano per Rifugiati) (2014) (consultato il 22/11/2014).

Note

  • (a) In merito a quest’ultimo, dal 1 gennaio 2014 gli stati membri EU applicano il regolamento Dublino III che modifica alcune delle disposizioni previste nel precedente regolamento Dublino II per la determinazione dello Stato membro UE competente all’esame della domanda di protezione internazionale e le modalità e tempistiche per la determinazione[6].
  • (b) Appare rilevante evidenziare che, per quanto riguarda l’accesso alla procedura di esame di una domanda di protezione internazionale, ai sensi del Regolamento Dublino III, “Qualora sia impossibile trasferire un richiedente verso lo Stato membro inizialmente designato come competente in quanto si hanno fondati motivi di ritenere che sussistono carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti in tale Stato membro (…) lo Stato membro che ha avviato la procedura di determinazione diventa quello competente”[4,6,8].

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