La bioetica della salute secondo Giovanni Berlinguer

Giovanni-BerlinguerGianna Milano

Giovanni Berlinguer fu tra i primi a rendersi conto del nuovo fronte etico aperto dalle innovazioni rese possibili dalla scienza medica, tanto da rendere necessaria una nuova definizione di morte e di inizio vita. Ma il suo approccio ai temi e ai problemi della bioetica era diverso: la sua era una bioetica “attiva”, del quotidiano. Nella sua analisi della salute e delle sue cause, tra cui spiccava la diseguaglianza, emergeva l’idea che il suo miglioramento dovesse essere frutto di lotte, da parte di cittadini e di lavoratori, più che di qualche concessione da parte delle classi dominanti.


C’è chi ha visto in lui una figura gandhiana: mite, gentile, umile, e al tempo stesso determinato, rigoroso, ferreo nelle sue idee. Sempre intransigente, tenace e coerente, mai integralista, Giovanni Berlinguer, medico, professore, politico, parlamentare europeo, paladino della sanità pubblica e presidente del comitato nazionale di bioetica, nella sua vita ha saputo unire il rigore scientifico all’impegno morale, senza mai subordinare quest’ultimo alla logica dei profitti. Un’anima schiva con un fastidio evidente per la retorica, il superfluo e il gergo politico, e con il cruccio per la chiarezza del linguaggio, una chiarezza e un’eleganza di cui sono esempio i suoi numerosi scritti: La medicina è malata, La salute nelle fabbriche, Psichiatria e Potere, Storia e politica della salute, Questioni di vita, Malaria urbana, Le mie pulci, Un leopardo in salotto. Per ricordarne solo alcuni. Berlinguer, uomo ingegnoso, affascinante e colto, che univa un raffinato senso dello humour a una intelligente ironia, fu sempre animato da un impegno civile oltre che sociale. Non è stato solo il fratello del grande leader della sinistra. La politica, ne era convinto, doveva essere capace di produrre conoscenza, e ad essa attribuiva una centralità sociale.

Nella scienza vedeva – seppure con riserve su un suo utilizzo utilitaristico – una opportunità, una risorsa, una sfida. Oltre che ecologista ante litteram, fu antesignano nel cogliere il nesso fra biologia ed etica, fra bioetica e democrazia, e fra politica e bioetica: se la malattia è un’esperienza individuale, la salute ha una dimensione sociale e non è solo biologia, ma un riflesso di valori e un diritto fondamentale della persona. Non è un caso se nel 2005 venne chiamato a far parte della commissione dell’Organizzazione mondiale della Sanità su “ I determinanti sociali per la salute”. Un suo ultimo incarico in ordine di tempo ma anche un riconoscimento del suo impegno sociale. L’idea di equità e giustizia si coniugava in lui a una umanità genuina. Di quelle rare. Il suo sguardo era solare, profondo, ma soprattutto buono, come un abbraccio. Era compagno nel senso più vero della parola.

Possedeva il dono della curiosità ed era solito durante le riunioni prendere appunti che poi diventavano strumento di lavoro. Si potrebbe fare un elenco delle sue battaglie in difesa del diritto alla salute, un diritto negato a causa delle disuguaglianze sociali a gran parte degli abitanti dei paesi poveri del mondo. Come lui stesso ebbe a dire a Strasburgo il 12 aprile del 2005 a proposito della malaria: ”Il Forum mondiale della scienza ha mostrato che soltanto il 10 per cento delle ricerche del mondo riguarda il 90 per cento delle malattie, che sono quelle dei poveri, perciò non hanno mercato e la scienza non se ne occupa. Bisogna soprattutto invertire le priorità della ricerca scientifica verso le malattie che riguardano la grande maggioranza della popolazione mondiale. Se l’Europa e il mondo non contribuiranno a questo, la malaria continuerà a uccidere e gli obiettivi del Millennio non saranno raggiunti”.

Fu tra i primi a rendersi conto del nuovo fronte etico aperto dalle innovazioni rese possibili dalla scienza medica, tanto da rendere necessaria una nuova definizione di morte e di inizio vita. Ma il suo approccio ai temi e ai problemi della bioetica era diverso. La sua era una bioetica “attiva”, del quotidiano, che “lungi dal voler essere critica nei riguardi della sfera teorica della bioetica, dove si creano e si dibattono nuove idee, sottolinea tuttavia il bisogno di poter contare, oltre che su una profonda attività intellettuale, anche sulla concreta partecipazione di molteplici energie, basate sulla crescente consapevolezza dell’impatto che le scelte della bioetica possono esercitare sulla vita quotidiana”.  Il principio di autodeterminazione, per le questioni che riguardano la salute e la vita, quali eutanasia, sperimentazione di farmaci e terapie, non può prevedere deleghe ad autorità superiori. Nella sua analisi della salute e delle sue cause, tra cui spiccava la diseguaglianza, emergeva l’idea che il suo miglioramento dovesse essere frutto di lotte, da parte di cittadini e di lavoratori, più che di qualche concessione da parte delle classi dominanti.

  • È giusto parlare di diritto alla salute?
  • Può la vita umana essere interamente posta sotto il controllo medico?
  • Si può conciliare l’assistenza per tutti con la libertà di scelta e la qualità delle cure?
  • Qual è il contenuto etico della prevenzione?
  • È possibile una maggiore equità di fronte alle malattie?
  • Quale società può promuovere una medicina migliore e quale medicina una società migliore?

Questi alcuni degli interrogativi ancora oggi attuali che Berlinguer – tra i fondatori nel 2001 dell’Osservatorio italiano sulla salute globale (OISG) di cui è sempre stato riferimento spirituale – si poneva vent’anni fa nel saggio Etica della salute. Interrogativi che sorgevano “in una fase nella quale la scienza medica oltrepassava i confini della vita e la bioetica discuteva i limiti della medicina”. A suo dire il dibattito etico sulle “zone di frontiera” dell’esistenza umana, come la nascita e la morte, rischia di offuscare ciò che accade nel rapporto con le malattie e con le cure, alla grande maggioranza del genere umano.

Un esempio che Berlinguer porta è quello della mortalità infantile nei paesi poveri del mondo: ogni anno oltre 10 milioni di bambini vivrebbero se si adottassero misure preventive e terapeutiche giudicate inexpensive nientemeno che dalla World Bank. Una delle molte rilevanti iniquità in fatto di salute aggravate dalle condizioni economico-sociali. Anche questa è bioetica, ma, come amava sottolineare lui, sono temi che esulano dalle discussioni di filosofi e scienziati quando parlano dei rapporti fra la scienza e la vita. Le sue riflessioni sulle priorità della salute, e il contratto che questa implica tra medicina e società, tracciano un ipotetico filo conduttore tra lui e altri grandi che hanno lasciato un segno nella storia della sanità italiana (e non solo), muovendosi su quel terreno indefinibile, chiamato “il sociale”. Uomini come lui generosi, capaci di indignarsi, e per i quali l’etica medica deve partire innanzitutto dal rispetto dell’individuo. Sono Giulio Maccacaro, che affrancò la medicina dal ghetto accademico e rese possibile la prima legge sulla sperimentazione in Lombardia, in anticipo sui tempi della legislazione italiana ed europea a metà degli anni settanta, e Franco Basaglia, padre della legge che abolì nel 1978 gli ospedali psichiatrici. Che il rapporto tra medicina e potere fosse il nodo centrale da sciogliere per il rinnovamento della medicina era urgente allora e lo è oggi.

E qui mi affido a un espediente letterario per soffermarmi sullanalisi fatta da Berlinguer sul tema della salute. Una intervista immaginaria unintervista impossibile (Allegata) in cui le risposte alle mie domande sono ricavate dal saggio del 1994, sopra citato, Etica della salute. Colpisce la sua capacità di vedere “lontano” e di individuare i meccanismi che hanno portato alla situazione di oggi in cui: “la spesa sanitaria viene vista come un ostacolo al risanamento e allo sviluppo dell’economia”.

Gianna Milano, giornalista scientifico

Risorsa

L’etica della salute. Intervista impossibile di Gianna Milano a Giovanni Berlinguer [PDF: 28 Kb]

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.