Nepal. Il dopo

nepalMaurizio Murru

Il dopo-terremoto pone innumerevoli problemi. Tra cui il traffico e lo sfruttamento di bambini che, in Nepal, è un enorme problema in circostanze “normali”. Si stima che almeno 15.000 bambini, soprattutto bambine, vengano contrabbandati e venduti come schiavi ogni anno. Il terremoto ha aggravato questo abominevole traffico. Dai distretti più colpiti, decine di bambini, orfani o spacciati per tali, vengono portati a Kathmandu e di qui verso il confine con l’India per essere venduti.


Una ricostruzione che sarà lunga, complessa e costosa

A più di un mese dal primo terremoto e tre settimane dal secondo, le discussioni sulla ricostruzione si moltiplicano nelle sedi istituzionali, sui mezzi di informazione e fra le organizzazioni ed agenzie che, presumibilmente, vi prenderanno parte. Il punto più dibattuto riguarda chi ne sarà responsabile. Il Governo intende creare una Agenzia ad hoc che agisca con rapidità, all’interno di una cornice legale peraltro ancora da elaborare. La creazione di una Autorità per la Gestione dei Disastri (Disaster Management Authority) era stata proposta già nel 2008, quando il Nepal passò dalla monarchia alla repubblica. Poi, come con tante altre iniziative, non se ne fece niente.

Altri paesi della Regione, dopo simili catastrofi naturali, hanno creato Agenzie specializzate: dall’ India alla Cina, dall’Indonesia al Pakistan. I risultati sono stati buoni, ma i contesti erano diversi. Alcuni donatori, specialmente la Banca Mondiale, sono contrari all’istituzione di una nuova struttura. Sostengono che entrerebbe in competizione con vari ministeri sia per le finanze che per i quadri e la sua azione sarebbe, di conseguenza, ostacolata e potenzialmente dannosa. Inoltre, temono che la nuova Agenzia, terminata la ricostruzione, riuscirebbe a sopravvivere e costituirebbe un costoso “carrozzone” in più[1]. Le alternative sono affidare il compito alla già esistente Commissione per la Pianificazione, investita di più ampi poteri, o ai ministeri competenti. La seconda opzione è temuta più che auspicata. Già in queste prime settimane si sono avuti numerosi casi di ministeri, comitati ministeriali, commissioni parlamentari, che hanno emanato ordini contraddittori, duplicato azioni e direttive, causando sprechi di tempo, di energie e di denaro[2]. Lo stimato Ministro delle Finanze, Ram Sharan Mahat, si è lamentato della mancata coordinazione non già fra i donatori ma fra i vari Ministeri[3]. Il fatto che l’ufficio del Primo Ministro e quelli di vari ministeri siano stati danneggiati e i loro funzionari operino all’interno di tende, non facilita il loro lavoro. Nonostante dubbi e opinioni contrarie, è molto probabile che una Agenzia per la Ricostruzione sarà creata. Che nasca senza l’accordo di donatori importanti non è un augurio di buon lavoro.

Prima ancora di ricostruire, occorre demolire. E nemmeno questo è semplice.

Molti edifici sono stati irrimediabilmente danneggiati. La stima, in costante crescita, è che fra pubblici e privati siano più di 800.000. La loro demolizione è inevitabile ma controversa. Molti proprietari di case si oppongono. L’equipaggiamento necessario a demolizioni programmate e sicure, specialmente per edifici a più piani, manca. Il governo lo ha chiesto ad India, Cina, Giappone e Stati Uniti ma, a fine maggio, non ci sono ancora state risposte concrete[4]. Molti privati cittadini, alla fine, dovranno rassegnarsi e provvedere da soli alla demolizione delle loro case. Prima dei terremoti una impresa di demolizione si sarebbe accontentata, per il suo lavoro, dei materiali ricavati dalla demolizione stessa. Oggi tali materiali abbondano e il loro valore è pressoché nullo. Una demolizione può costare più di un milione di rupie (poco meno di 1000 euro)[5]. Per molti Nepalesi (fra quelli che hanno un lavoro) equivale ad almeno dieci mesi di stipendio.

Più di 30 anni di urbanizzazione selvaggia rendono tutto più difficile

A Kathmandu il problema è aggravato dal fatto che, negli ultimi 30 anni, la città è cresciuta caoticamente, senza un piano regolatore. Le case sorgono attaccate le une alle altre. Diversi piani sono stati aggiunti non solo senza le necessarie autorizzazioni ma, soprattutto, senza le dovute precauzioni. Molte strade sono talmente strette da impedire il passaggio di bulldozers, gru e ruspe. A causa di questi problemi, una squadra di demolitori difficilmente riesce a demolire più di cinque o sei case per settimana[6]. E questo non include il tempo necessario a rimuovere tonnellate di macerie. La maggior parte dei “chowk”, i tradizionali spazi fra le abitazioni, sono spariti. La demolizione di un edificio minaccia di causare danni a quelli vicini. Come se non bastasse, in rarissimi casi è stato fatto un sondaggio del terreno prima di costruire. Gran parte del terreno di Kathmandu e della valle che la circonda è argillosa e in molte aree la falda acquifera è alta. Ciò rende il terreno vulnerabile a quelli che i geologi definiscono “fenomeni di liquefazione” che inficiano la stabilità anche di edifici costruiti secondo criteri antisismici. Dunque, prima di ricostruire, sarà necessario valutare adeguatamente i terreni su cui costruire e scartare quelli, tanti e già in uso, non adatti.

Moratorie, bonus e prestiti agevolati (non per tutti)

Il 17 maggio il governo ha stabilito, per decreto, che nessun nuovo permesso di costruzione venga accordato fino alla fine del corrente anno fiscale. Si tratta di una moratoria breve, dal momento che l’anno fiscale si chiude il 17 di luglio. Le costruzioni già avviate (e non crollate) potranno continuare ma nessun edificio dovrà superare i due piani. Il Segretario Generale del Ministero dello Sviluppo Locale ha suggerito che le nuove case siano “piccole e leggere, così non ci uccidono quando cadono”[7]. Pare scontato che debbano cadere.

Il governo ha promesso 15.000 rupie (un po’ meno di 150 euro) alle famiglie le cui case sono state gravemente danneggiare. Dovrebbero servire a costruire ripari provvisori prima dell’arrivo delle piogge. Ma in molti dei distretti più colpiti non esistono ancora liste ufficiali delle case danneggiate e le procedure burocratiche per ricevere questo “bonus” non sono ancora state chiarite[8]. Si parla anche di 200.000 rupie (circa 2.000 euro) da distribuire alle famiglie rimaste senza casa per la costruzione di case antisismiche[9]. Sono anche stati promessi prestiti agevolati, con interessi al 2%, ma è stato chiarito, solo in un secondo tempo, che questi saranno concessi solamente per ricostruire case distrutte, non per riparare quelle danneggiate[10]. Ad ogni modo, solo una piccola minoranza di Nepalesi potrà accedere a crediti bancari. Agevolati o meno che siano.

Intere comunità da trasferire

Molti villaggi sono stati danneggiati dai terremoti, poi completamente distrutti da successive frane. Altre frane minacciano tuttora numerosi insediamenti. L’imminente arrivo delle piogge rende questa minaccia una certezza a tempi brevi. Intere comunità devono essere trasferite in località più sicure[11,12]. Questo significa che dovranno abbandonare non solo le rovine delle loro case ma anche i campi che hanno coltivato e che hanno dato da vivere a loro e al loro (scarso) bestiame, fonte vitale di sussistenza. Alcune comunità hanno chiesto di essere trasferite, molte altre resistono a questa misura. Le difficoltà umane, sociali, politiche, economiche e logistiche di queste inevitabili operazioni saranno enormi.

Duri colpi inflitti ad una economia già fragile

Il Nepal, con circa 28 milioni di abitanti, ha un Prodotto Interno Lordo (PIL) di poco superiore ai 19 miliardi di dollari che equivale ad un PIL pro capite di circa 680 dollari all’anno. Come tutte le medie, anche questa, già di per se non brillante, nasconde profonde ineguaglianze: il 20% più ricco della popolazione possiede il 42% delle risorse, il 20% più povero deve accontentarsi dell’8% e il 10% più povero del 3,6%[13]. Il paese ha un debito estero pari a 3,8 miliardi di dollari e spende 215 milioni di dollari all’anno per ripagarlo. I maggiori creditori sono Banca Mondiale, Banca Asiatica per lo Sviluppo e Fondo Monetario Internazionale[14]. Un condono parziale del debito è stato proposto e richiesto ma non è ancora stato concesso.

Le stime dei danni causati dai terremoti, approssimate per difetto, si aggirano attorno ai dieci miliardi di dollari[15]. Le conseguenze economiche a medio e lungo termine, diminuita crescita, diminuite entrate fiscali, diminuzione generalizzata della produttività, saranno pesanti.

Il turismo, una delle principali fonti di valuta del paese, è già in crisi. Le strade del quartiere di Thamel, solitamente brulicanti di turisti e venditori, in questi giorni sono vuote. Come vuoti sono molti alberghi. Numerose piccole compagnie aeree locali hanno sospeso le attività. Tre quarti dei monumenti Nepalesi più conosciuti ed apprezzati sono stati distrutti o seriamente danneggiati. Le popolari e famose escursioni sulle montagne Himalayane sono state sospese sine die per il pericolo di frane e valanghe.

Molti impianti per la produzione di energia elettrica sono stati danneggiati. Uno dei più importanti, la stazione idroelettrica di Kali Gandaki, è stata chiusa perché una frana ha bloccato l’omonimo fiume facendo diminuire l’afflusso idrico di quasi il 60%[16]. E l’erogazione, già soggetta a numerose interruzioni prima dei terremoti, è divenuta ancor più irregolare e precaria. Occorrerà tempo per tornare ai già insoddisfacenti livelli precedenti. Questo inciderà negativamente sulla già bassa produttività industriale.

L’agricoltura annaspava già prima dei terremoti. Produce il 40% del PIL e impiega l’80% della popolazione ma è trascurata da sempre. Riceve il 3.8% del budget governativo che, peraltro, è destinato più a sovvenzionare il consumo che ad aumentare la produzione[17]. Nelle aree rurali molti agricoltori sono morti. Smottamenti e frane hanno danneggiato molti campi e terrazzamenti. Molte strade sono inservibili con danno sia per la produzione che per il trasporto attrezzi, semi per la nuova semina, prodotti da commercializzare. La semina per il prossimo raccolto del riso, alimento essenziale in Nepal, è a rischio. Il governo ha distribuito semi ai 14 distretti più colpiti ma la quantità distribuita fino ad ora sarebbe a mala pena sufficiente per un solo distretto[18].

Nel contesto attuale, l’emigrazione mostra due aspetti. Da un lato le rimesse dall’estero sono un fattore positivo e costituiscono circa il 25% del PIL. Dall’altro, l’ininterrotto esodo di forza lavoro costituirà un problema quando ci sarà bisogno di molta mano d’opera per la ricostruzione. Secondo il Dipartimento dell’Impiego Estero del Ministero del Lavoro, negli ultimi 25 giorni sono più di 20.000 i Nepalesi emigrati. Secondo la stessa fonte, ogni anno, i Nepalesi che emigrano sono più numerosi di quelli che entrano nel mercato del lavoro[19].

Non tutto ciò che conta può essere contato…

E non ci riferiamo solamente alle più di 8.600 vite perdute. Quasi 6.000 scuole sono state distrutte, e questa cifra esclude università, scuole e collegi privati[20]. Molti studenti, dove sarà possibile, riprenderanno gli studi nei cosiddetti TLC (Temporary Learning Centres), per lo più costituiti da tende. Ricostruire le scuole richiederà molto tempo. Più di quanto sia possibile, per insegnanti e studenti, lavorare nei TLC. L’interruzione delle attività educative e la loro ripresa in condizioni precarie che ne diminuiranno qualità ed efficacia, costituisce un danno non immediatamente calcolabile in termini finanziari. Ma si tratta di un danno ingente le cui conseguenze saranno prolungate nel tempo.

È ugualmente difficile calcolare, in termini finanziari, il danno causato alla salute della popolazione dalle conseguenze del terremoto sul sistema sanitario e dalla interruzione dei servizi in molte zone. Più di 700 unità sanitarie sono state completamente distrutte, inclusi cinque ospedali distrettuali. Molte altre sono pericolanti. Si prevede di erogare servizi in tende. Con le piogge alle porte e le frane incombenti, non sarà facile.

Due forti terremoti in meno di 20 giorni, seguiti da più di 270 scosse di assestamento, hanno provocato e continuano a provocare situazioni di stress che ostacolano e rallentano l’avvio di un ritorno ad una normale vita produttiva. Paura ed incertezza non favoriscono né lo studio né il lavoro.

Il traffico di bambini: un problema cronico aggravato dai terremoti

Il traffico e lo sfruttamento di bambini, in Nepal, è un enorme problema in circostanze “normali”. Si stima che almeno 15.000 bambini, soprattutto bambine, vengano contrabbandati e venduti come schiavi ogni anno[21]. Sarebbero almeno 200.000 le ragazze Nepalesi attualmente schiavizzate in bordelli soprattutto in India[22]. I terremoti hanno aggravato questo abominevole traffico. Dai distretti più colpiti, decine di bambini, orfani o spacciati per tali, vengono portati a Kathmandu e di qui verso il confine con l’India per essere venduti[23]. La polizia ha intensificato i controlli e, come misura accessoria, la registrazione di nuovi orfanotrofi è stata sospesa a tempo indeterminato[24]. Gli orfanotrofi ufficialmente registrati e riconosciuti come tali sono 787 ed ospitano circa 15.000 bambini[25]. Molti di essi hanno almeno un genitore ma le loro famiglie sono troppo povere per poterli mantenere. Gli istituti clandestini, non registrati, coinvolti in traffici illeciti, sono molti. Nessuno sa quanti. Gli orfanotrofi registrati sono strettamente controllati da vari organi governativi. Quelli non registrati, ovviamente, sfuggono ad ogni controllo.

Calcolare i danni, per quanto si può, in vista della conferenza dei donatori

Il governo, assieme ad alcune agenzie delle Nazioni Unite ed alcuni fra i maggiori donatori, intende completare una adeguata analisi delle necessità (Post Disaster Needs Assessment -PDNA-) entro la prima decade di giugno e organizzare una conferenza dei donatori due settimane dopo[26]. Questo permetterebbe di elaborare la prossima legge finanziaria, prima della metà di luglio, avendo chiare, per quanto possibile, non solo le necessità ma anche le risorse disponibili. Vari paesi si sono offerti di ospitare la Conferenza dei Donatori, primi fra tutti Cina e India, entrambe impegnate a rafforzare il proprio ruolo nella Regione. Il governo ha deciso di organizzare la Conferenza a Kathmandu, condizioni di sicurezza permettendo. L’entità degli aiuti che saranno non solo promessi ma effettivamente erogati è di ovvia importanza. Ancor più importante sarà la qualità di tali aiuti e le modalità con le quali essi verranno erogati ed utilizzati.

Per quanto difficile sia, è necessario lavorare con il governo

Parlando con Nepalesi e stranieri che vivono e lavorano in Nepal, leggendo la stampa locale, si ricava una immagine dei politici, del governo e dei suoi membri che difficilmente potrebbe essere peggiore. Gli articoli dei quotidiani indipendenti non risparmiano attacchi al vetriolo a parlamentari, ministri e funzionari. In un recente editoriale particolarmente violento, intitolato “Tende per i nostri combinaguai” i politici Nepalesi sono stati definiti “scrocconi buoni a nulla”, “avida banda di ladri”, “i nostri idioti”, “i nostri incompetenti pagliacci”, “parassiti e traditori”[27]. I Nepalesi con cui abbiamo parlato non ci sono parsi turbati da questo linguaggio. Per lo più, lo hanno condiviso.

A dispetto di tutto ciò, lavorare con il governo, nelle varie fasi della ricostruzione, sarà inevitabile e, forse, anche auspicabile. È necessario che una franca collaborazione fra governo, donatori e agenzie internazionali inizi in fretta e si irrobustisca nel tempo. La ricostruzione durerà anni ed è giusto che sia il governo a guidarla, sia pure con l’inevitabile e necessario aiuto internazionale.

India e Cina, in un comunicato congiunto rilasciato in occasione della recente visita del Primo Ministro Indiano a Pechino, hanno promesso di continuare ad aiutare il Nepal e, soprattutto, di farlo coordinandosi fra loro e allineandosi alle priorità decise dallo stesso governo Nepalese[28]. La ricca Associazione dei Nepalesi residenti all’estero (Non-Resident Nepalese Association -NRNA-) si è impegnata a ricostruire almeno 1000 case e almeno una scuola per distretto. Il suo Presidente, tornato in Nepal e intenzionato a restarci, ha assicurato che la NRNA lavorerà assieme al governo[29]. Sono passi nella giusta direzione compiuti da attori che, in modi e per ragioni diverse, sono di grande importanza.

Un po’ di umile autocritica gioverebbe sia al governo che ai donatori

Creare strutture parallele a quelle locali è possibile, è stato fatto di frequente (come si è visto ad Haiti e altrove) ed è deleterio sia nel breve che, ancora di più, nel lungo termine[30]. L’alternativa alla collaborazione con il governo è costituita da agenzie e ONG che si lanciano in attività scoordinate, frammentate, seguendo criteri qualitativi diversi, portando a duplicazioni, iniquità e sprechi. Un pietoso spettacolo visto e rivisto nel corso degli ultimi decenni. Ad Haiti, nel 2010, risultò difficile stabilire quante organizzazioni umanitarie ci fossero e chi facesse che cosa, dove[31]. Per non parlare del perché e del come. E, se l’immagine del governo non è brillante, non lo è nemmeno quella di molte agenzie e paesi donatori, nonostante la loro presunzione di superiorità morale, tanto supponente quanto immotivata, sottintesa in molte delle loro affermazioni. Da più parti si levano lamenti di “beneficiari” delusi e frustrati da quanto hanno ricevuto sotto forma di “aiuti”. Si va da derrate alimentari avariate a materiali di costruzione difettosi, a abiti che più che “usati” risultano “stracciati”, da comunità visitate 12 volte in un mese, perché vicine alle strade, ad altre di cui si ignora la stessa esistenza [32,33,34,35]. E non si parla solo di iniziative personali o di piccole ONG. Anche derrate distribuite dal Programma Alimentare Mondiale sono state trovate “non adatte al consumo”[36].

Problemi e opportunità

Come tutte le crisi, anche quella innescata dai terremoti del 25 aprile e del 12 maggio non contiene solo problemi. Contiene anche opportunità.

La necessità di prendere misure urgenti farà diminuire la resistenza al cambiamento di gruppi interessati allo statu quo. Questo potrebbe rendere possibile rinnovare ed ammodernare le strutture burocratiche e politiche del paese. Processi politici bloccati da anni, come la redazione di una nuova costituzione e le elezioni delle autorità locali, potrebbero subire la tanto attesa accelerazione. Le dure lezioni impartite dai terremoti potrebbero ispirare nuove e migliori regole edilizie e, soprattutto, la volontà di rispettarle e farle rispettare. Case, scuole, ospedali, uffici distrutti perché costruiti male e nei luoghi sbagliati, potranno (dovranno) essere costruiti con criteri adeguati, in luoghi più sicuri. La chiamata alla responsabilità potrebbe favorire la nascita di una nuova e migliore classe dirigente. Lavorare con il governo e le istituzioni locali potrebbe consentire di accrescerne le capacità, a patto che anche i quadri impiegati da donatori e agenzie siano competenti ed onesti (non è sempre il caso) e che la collaborazione sia trasparente, sincera e prolungata.

Le decisioni prese nelle prossime settimane avranno conseguenze che dureranno decenni. È da sperare che tutti gli attori coinvolti, nazionali ed internazionali, pensino al bene del paese nel lungo termine e non a meschini interessi del breve termine.

Nelle ultime settimane, eserciti di giovani studenti e professionisti, ingegneri, informatici, medici, infermieri, forze di polizia e militari hanno dato tangibile prova di altruismo, spirito di sacrificio, intelligenza, creatività, voglia di fare.

C’è da augurarsi che il loro impegno serva da richiamo, da stimolo e da esempio a chi ha più mezzi e più potere di loro. E che da loro possa nascere una nuova e migliore classe dirigente.

Pessimismo della ragione e ottimismo della volontà? Sicuramente. Non ci pare ci siano alternative. Anche se si tratta di un equilibrio difficile. Soprattutto dal momento che la “volontà” è quella di politici, amministratori, donatori e agenzie che, fino ad ora, hanno dato una ben misera prova di sé.

Bibliografia

  1. Donors, Nepali officials divided over who leads rebuilding works. The Kathmandu Post, 18 maggio 2015.
  2. Duplication of efforts among House panels. The Kathmandu Post, 18 maggio 2015.
  3. Dr Ram Sharan Mahat: handling difficult times. The New Spotlight 2015; Vol VIII, N° 22
  4. International community yet to lend support in demolishing multi-storey buildings. Repùblica, 27 maggio 2015.
  5. Demolition dilemma. The Himalayan Times, 18 maggio 2015.
  6. Narrow streets slow drive to demolish risky buildings. Repùblica, 21 maggio 2015.
  7. Interview, Gopi Khanal, Our homes must be small, light, so they don’t kill us when they fall. The Kathmandu Post, 18 maggio 2015.
  8. Give them shelter. The Kathmandu Post, 21 maggio 2015.
  9. A high level body has to be established to oversee reconstruction works. The Himalayan Times, 25 maggio 2015.
  10. Easy loans “only for uninhabitable houses”. The Kathmandu Post, 21 maggio 2015.
  11. Relocate landslide-prone villages: NHRC. Repùblica, 16-17 maggio 2015.
  12. Parliamentary Panels for relocating over 100 villages. The Himalayan Times, 23 maggio 2015.
  13. World Bank Data, Income share held by lowest 10% . Consultato il 21 maggio 2015
  14. Campaign on to cancel part of Nepal’s foreign debt. The Himalayan Times, 20 maggio 2015.
  15. Trying to assess Nepal’s economic loss. The Himalayan Times, Perspectives, 24 maggio 2015.
  16. Kali Gandaki “A” halts power generation. Repùblica, 25 maggio 2015.
  17. Living off the land. Nepali Times, 22 – 28 maggio 2015.
  18. Rice plantation may be hit in 14 districts. The Himalayan Times, 28 maggio 2015.
  19. Worker crunch looms with new departures. The Kathmandu Post, 23 maggio 2015.
  20. Rebuilding the schools. The Himalayan Times, 19 maggio 2015.
  21. Human traffickers targeting Nepalese villages. Sky news, 7 maggio 2015.
  22. Plan’s child trafficking project in Nepal. Plan International, consultato il 28 maggio 2015.
  23. Police step up vigil to prevent child trafficking post quake. Repùblica, 27 maggi0 2015.
  24. Ban on new orphanages. Nepali Times, 15-22 maggio 2015.
  25. Stop the orphanage business, Ramesh Danekhu. The Rising Nepal, 28 maggio 2015.
  26. Post Disaster Needs Assessment launched. The Kathmandu Post, 16 maggio 2015.
  27.  Guffadi: Tents for our troublemakers. The Kathmandu Post, 16 maggio 2015.
  28. India, China for trilateral co-op with Nepal. The Kathmandu Post, 22 maggio 2015.
  29. We need to inspire confidence among victims soon to prevent another Haiti. Repùblica, 21 maggio 2015.
  30. Patrick J. Haiti earthquake response, emerging evaluation lessons. Evaluation Insights 2011; N° 1,
  31. Manisha T, Fernandez L, Benassi P. Haiti Crisis Report, Humanitarian Response Index, 2010.
  32. Rice in relief “inedible” say Nuwakot victims. The Kathmandu Post, 18 maggio 2015.
  33. 1.800 kilos of ghee received as relief found unfit. Repùblica, 20 maggio 2015.
  34. Adulterated cooking oil among relief items. The Himalayan Times, 20 maggio 2015.
  35. Tattered clothes as relief irk Ramenchap locals. Repùblica, 25 maggio 2015.
  36. WFP recalls substandard rice. Repùbilca, 23 maggio 2015.

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