Finiremo assistiti dai robot?

Giampaolo Collecchia

I robot possono potenziare l’autonomia delle persone. Tuttavia, è difficile accettare la concezione dei robot come personale di assistenza, dal momento che questa è basata soprattutto su relazioni a livello personale.

Nel contesto medico, oltre ai robot utilizzati in ambito diagnostico, chirurgico, terapeutico e riabilitativo, un settore emergente è quello dei cosiddetti robot assistenziali, macchine in grado di svolgere mansioni relative all’assistenza, in ambito fisico o emozionale. Progettati per fornire aiuto e interazione sociale alle persone nella vita di tutti i giorni, nonché supporto cognitivo,formazione e sostegno agli operatori, gli automi possono aiutare a fare la spesa, accogliere nelle sale di attesa o fare i commessi, aiutare a fare i compiti, sbrigare le faccende domestiche, diventare “amici” degli anziani[1].

L’impatto nei confronti degli anziani

Diversi studi avrebbero evidenziato un effetto positivo dei robot sociali sulla salute mentale e fisica degli anziani. In particolare migliorerebbero la capacità di gestire lo stress e agirebbero positivamente anche sul tono dell’umore[2].Gli studi effettuati in questo ambito sono peraltro di bassa qualità, osservazionali, su piccoli numeri, senza gruppo di controllo. Sono in genere descritti cambiamenti positivi a breve termine, soprattutto peraltro con la pet therapy con animali “veri”, senza la possibilità di evidenziare quale componente dell’intervento ne è la causa, ad esempio l’aumento delle relazioni sociali o l’apporto della novità. Sicuramente è presente un importante effetto placebo. Gli studi di efficacia sono peraltro difficili da realizzare, basti pensare all’utilizzo doppio cieco. Le case farmaceutiche inoltre non sono di certo interessate. Probabilmente sono necessari approcci innovativi, ad esempio studi qualitativi con metodologia rigorosa associati a studi quantitativi che possano sintetizzare i risultati di molteplici lavori[3].

Il momento robotico

La statunitense Sherry Turkle, sociologa, psicologa ed esperta di tecnologie, definisce la nostra epoca momento robotico, non perché i robot da compagnia siano diffusi nella nostra realtà, ma in riferimento allo stato di disponibilità emotiva di molte persone, favorevoli a considerare seriamente i robot addirittura come amici, confidenti e perfino partner affettivi[4].  I robot sociali non percepiscono ciò che percepiscono gli umani, non possono “sentire” nulla, non provano la sensazione di interazione sociale. Peraltro, secondo alcuni filosofi, per una relazione affettiva non sarebbero indispensabili stati interni, che i robot non possono avere, ma è necessario soltanto che l’agente artificiale sia in grado di modificare il proprio comportamento in funzione delle espressioni emozionali dei partner sociali, ciò che i suddetti autori chiamano “empatia artificiale” [5].

È comunque accettabile che persone fragili e vulnerabili si affezionino ad agenti robotici che sostanzialmente fingono di avere emozioni, ma non ne hanno? Secondo Sherry Turkle, il robot ha un notevole potenziale terapeutico, in quanto consente di curare le persone consentendo loro di offrire, pur ad un automa anaffettivo, il conforto di cui loro stessi hanno in realtà bisogno[1]. La sola rappresentazione del legame affettivo sarebbe un legame sufficiente, peraltro nei confronti di un comportamento, non certo di un sentimento.  Secondo altri esperti, rifacendosi alla base “materiale” del pensiero, sarebbe possibile che i robot esprimessero vere emozioni. La tristezza potrebbe ad esempio essere ottenuta impostando un codice specifico. Questa sarebbe affine a quello degli umani, essendo anch’essa in fondo un numero delle quantità di sostanze neurochimiche presenti nel cervello. Perché i numeri di una macchina dovrebbero essere meno autentici di quelli di un essere umano[6]?  La mente non è fatta di materia?

Dovremmo perciò accettare/concettualizzare una nuova categoria di emozioni, diverse da quelle umane anche se probabilmente genuine e autentiche?[7]. Una domanda inquietante, anche perché una eccessiva condivisione di sentimenti con i robot ci può ad esempio abituare ad una gamma ridotta di emozioni, col rischio di abbassare le aspettative nei confronti delle relazioni con le persone reali. È peraltro vero che gli esseri umani deludono, i robot no. Questi non abbandonano, mentre gli amici e gli stessi familiari spesso non capiscono (o fingono di non capire) i bisogni degli anziani, più o meno implicitamente spesso considerati un peso. Secondo alcuni, un robot sociale come compagno-assistente sarebbe meglio di nessun accudimento, e comunque meglio di personale in alcuni casi distratto, svogliato, in un’atmosfera di glaciale indifferenza. Sicuramente un robot non è in grado di capire se un anziano è preoccupato o triste o se vuole morire: ma quanti addetti ai lavori sono veramente in grado di farlo? Se l’assistenza viene ulteriormente standardizzata, ridotta ad un copione predefinito, eseguita meccanicamente, è forse più facile accettare un ausiliario homo robot anziché un sapiens sapiens

Sicuramente non è accettabile l’aut-aut di una scelta che preveda solo due alternative: o i robot da compagnia o la condanna alla solitudine. Ci possono/devono essere soluzioni intermedie, aiutanti robotici in grado di svolgere i lavori più umili e ripetitivi, ad esempio macchine in grado di girare nel letto pazienti indeboliti o paralizzati, in modo da poterli lavare. In questo caso il robot non svolgerebbe un’autonoma attività assistenziale ma sarebbe un’estensione degli esseri umani, che potrebbero così avere più tempo per occuparsi degli aspetti più personali ed emotivi. Peraltro le relazioni si basano sul tempo investito, anche svolgendo le attività più banali, ad esempio il momento dei pasti, che confermano la nostra capacità di amare e prenderci cura degli altri.

Riflessioni e conclusioni

Il dibattito sulla robotica assistenziale è estremamente attuale, gli scenari futuri dell’assistenza robotica trovano ampio spazio anche nei mezzi di comunicazione di massa. I robot, sempre più sofisticati e sviluppati rispetto a quelli attualmente a disposizione, possono potenziare l’autonomia delle persone. Tuttavia, è difficile accettare la concezione dei robot come personale di assistenza, dal momento che questa è basata soprattutto su relazioni a livello personale, sociale e affettivo e suoi aspetti fondamentali sono il linguaggio non verbale, la premura, l’attenzione, la vicinanza, la comprensione. Caratteristiche umane, semplicemente ma esclusivamente umane, le uniche che permettono di costruire vere comunità di cura. Da questo punto di vista, un robot che fornisce assistenza appare qualcosa di inumano, ingannevole e inappropriato: l’automa non prova nulla di quello che proviamo noi. Come afferma Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova: “gli manca la biochimica della vita e quindi la parte irrazionale, irriproducibile, capace di slanci altruistici o di aggressività che, invece, caratterizza l’uomo”[8].

È dunque tempo che i professionisti della salute partecipino alle riflessioni etiche relative alle condizioni di utilizzo dei robot assistenziali.  Dobbiamo chiederci se sia giusto accettare di assegnare agli anziani compagni artificiali, utilizzati come rimedi nei confronti dell’isolamento dell’età avanzata e talvolta anche dei nostri sensi di colpa. Dobbiamo riflettere se veramente le persone avanti con gli anni, che la società ormai tende a considerare non persone o comunque soggetti i cui diritti/bisogni non sono riconosciuti come tali, non necessitano/meritano di essere assistite da persone vere. Se la compagnia/assistenza dei propri simili finirà per essere concessa solo ai benestanti e a chi non ha problemi fisici e mentali.

Forse è sbagliato rimanere fissati a categorie interpretative e codici etici predefiniti, ancorati al passato ma (proprio per questo) costitutivi dell’identità umana. Dovremmo invece adeguarci alla evoluzione artificiale delle inedite questioni etiche emergenti dalle nascenti ecologie sociali miste uomo-robot? Dovremmo accettare la possibilità di emozioni sintetiche, rappresentazioni delle nostre, provenienti da oggetti da noi realizzati, accettare/arrendersi quindi ad una inquietante etica “sintetica”[8]?

Giampaolo Collecchia, MMG, Massa (MS), Comitato di Etica Clinica Azienda USL Toscana Nord Ovest, Centro Studi e Ricerche in Medicina Generale

Bibliografia

  1. Larizza A. Robot progettati per essere sociali. Nòva. IlSole24Ore 28.07.2016
  2. Parorobots.com: Research Papers
  3. Burton A. Dolphins, dogs, and robot seals for the treatment of neurological disease. Lancet 2013; 12: 851-52
  4. Turkle S. Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri. Torino: Codice Edizioni, 2012
  5. Dumouchel P, Damiano L. Vivere con I robot. Saggio sull’empatia artificiale. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2019
  6. Brooks R, citato in MIT: creating a robot so alive you feel bad about switching it off – a Galaxy Classic. The Daily Galaxy, 24.12.2009
  7. Brezeal C, Brooks R. Robot emotion: a functional perspective, in Jean-Marc Fellous e Michael Arbib (a cura di), Who needs emotions: the brain meets the robot. Cambridge: MIT press, 2005
  8. Cingolani R. L’altra specie. Bologna: Il Mulino, 2019

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