Cina. La paralisi virale

Gavino Maciocco

60 milioni di persone in quarantena. La Cina isolata dal resto del mondo. L’economia globale in crisi. Più di 300 morti, finora. A causa dell’opaca e maldestra gestione di un’epidemia.

Coronavirus. Le informazioni essenziali.

 

I coronavirus (CoV) sono un’ampia famiglia di virus respiratori che possono causare malattie da lievi a moderate, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie come la SARS (sindrome respiratoria acuta grave, Severe acute respiratory syndrome), un’epidemia che prese origine nella provincia cinese di Guangdong nel novembre 2002 (a luglio 2003 il bilancio fu di  8,098 casi con 774 morti,  distribuiti in 37 paesi. Le nazioni più colpite oltre la Cina furono Taiwan, Vietnam, Singapore e Canada). Il nuovo tipo di coronavirus, responsabile dell’attuale epidemia, è stato denominato 2019-nCoV.

I coronavirus sono comuni in molte specie animali (come i cammelli e i pipistrelli) ma in alcuni casi, se pur raramente, possono evolversi e infettare l’uomo per poi diffondersi nella popolazione.

I coronavirus umani si trasmettono da una persona infetta a un’altra attraverso: la saliva, tossendo e starnutendo; contatti diretti personali (come toccare o stringere la mano e portarla alle mucose); toccando prima un oggetto o una superficie contaminati dal virus e poi portandosi le mani (non ancora lavate) sulla bocca, sul naso o sugli occhi; contaminazione fecale (raramente). Il periodo d’incubazione del nuovo coronavirus, 2019-nCoV, varia da 4-5 giorni a due settimane.

I sintomi più comuni di un’infezione da coronavirus nell’uomo includono febbre, tosse, difficoltà respiratorie. Nei casi più gravi, l’infezione può causare polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale, fino all’esito letale.

Non esistono trattamenti specifici per le infezioni causate dai coronavirus e non sono disponibili, al momento, vaccini per proteggersi dal virus. La maggior parte delle persone infette da coronavirus comuni guarisce spontaneamente.

Le raccomandazioni per ridurre l’esposizione e la trasmissione  comprendono il mantenimento dell’igiene delle mani (lavare spesso le mani con acqua e sapone o con soluzioni alcoliche) e delle vie respiratorie (starnutire o tossire in un fazzoletto o con il gomito flesso, gettare i fazzoletti utilizzati in un cestino chiuso immediatamente dopo l’uso e lavare le mani), pratiche alimentari sicure (evitare carne cruda o poco cotta, frutta o verdura non lavate e le bevande non imbottigliate) ed evitare il contatto ravvicinato, quando possibile, con chiunque mostri sintomi di malattie respiratorie come tosse e starnuti.

La Cina perde il pelo, ma non il vizio.

L’epidemia di SARS iniziò nella provincia cinese di Guangdong, nel novembre 2002, ma il governo cinese ne negò l’esistenza per mesi, mentre nei paesi intorno si moltiplicavano i casi (esportati dalla Cina e non riconosciuti) di malattia, spesso mortali. A fine febbraio 2003, a Hanoi il medico italiano, Carlo Urbani, evidenziò un caso, lo segnalò all’OMS e convinse il governo locale a isolare il paziente e a controllare gli altri viaggiatori che provenivano dalla Cina. Solo allora l’OMS emanò l’allarme internazionale dell’epidemia (di cui lo stesso Carlo Urbani si contagiò e morì), ma la Cina rivelò i suoi dati soltanto alla fine di marzo. Il discredito internazionale causato da questo comportamento opaco e omissivo e dalla palese incapacità di gestire una grave emergenza sanitaria, costrinse il governo cinese a intervenire con enormi investimenti nel settore sanitario, per migliorare il funzionamento della sanità pubblica e il livello di copertura assicurativa della popolazione (vedi Cina 10 e 70).

Ma ciò non è bastato, perché ancora una volta sulle ragioni della verità e della trasparenza hanno prevalso quelle del segreto e della convenienza politica.

Il primo caso di nuovo coronavirus si verifica il 1° dicembre 2019 ma le misure per far fronte a un’epidemia ormai dilagante vengono adottate il 23 gennaio 2020, con la decisione di mettere in quarantena l’intera provincia di Hubei (57 milioni di abitanti) il cui capoluogo – la città di Wuhan (11 milioni di abitanti) – è stato l’epicentro dell’epidemia. In queste sette settimane le autorità locali hanno messo il silenziatore su tutto ciò che poteva servire per proteggere la popolazione ed evitare il diffondersi dell’epidemia. Avevano invece capito (quasi) tutto otto medici dell’ospedale di Wuhan: parlavano pubblicamente di SARS (non potendo sapere che si trattava di un nuovo coronavirus) e per questo sono stati accusati di propalare notizie false e quindi arrestati (e solo alla fine di gennaio riabilitati dalla Corte Suprema)[1].

Come si nota dalla Figura 1, tratta da un articolo del Lancet[2],  fu ben presto evidente la  connessione dell’epidemia con la frequentazione del mercato del pesce, il luogo più affollato della città di Wuhan. Ma le autorità decisero di dare l’allerta – comunicandola all’OMS – soltanto il 31 dicembre e di chiudere il mercato il giorno successivo, ma informando il pubblico che ciò avveniva per rinnovare i locali. Anche nelle tre settimane successive – nonostante il moltiplicarsi dei casi e la chiara dimostrazione del passaggio dell’infezione da uomo a uomo – la popolazione è stata tenuta all’oscuro del pericolo che correva: a gennaio c’era da preparare il congresso annuale del partito e non si doveva turbare l’ambiente – si legge su un ampio reportage del NY Times del 1° febbraio 2020[3].

Figura 1

Come abbiamo accennato, il 23 gennaio intorno all’intera provincia di Hubei è stato allestito uno stretto cordone sanitario con il blocco dei trasporti, la chiusura delle scuole e la paralisi delle attività economiche e fanno veramente impressione le immagini spettrali che provengono dalla città di Wuhan. Un provvedimento tardivo, adottato a ridosso delle feste del capodanno cinese, quando milioni di persone si spostano per ricongiungersi con le famiglie di origine.  Ed infatti lo stesso sindaco di Wuhan ha dovuto ammettere che cinque milioni di persone erano partite prima della quarantena, portando potenzialmente il virus con sé in ogni angolo della Cina, e infatti non c’è ad oggi provincia del Paese che sia stata risparmiata dall’epidemia.

C’è un altro elemento che ha reso inefficiente e confusa la fase di controllo dell’epidemia: l’inconsistenza dei servizi di cure primarie e di prevenzione sul territorio (uno dei principali talloni d’Achille della sanità cinese). Così in mancanza di un filtro territoriale efficace, la popolazione ammalata o semplicemente impaurita è andata ad affollare i pronto-soccorso  degli ospedali, provocando un enorme sovraccarico di lavoro, facendo aumentare le occasioni di contagio e ritardando la diagnosi delle persone veramente ammalate[4]. Come rileva infatti l’analisi di un articolo del NEJM il tempo medio che intercorre tra l’inizio dei sintomi e l’ospedalizzazione è di circa 10 giorni[5] (Figura 2).

Figura 2

I dati

L’OMS dal 21 gennaio pubblica giornalmente i dati sulla situazione globale dell’epidemia (vedi dati WHO) , che riassumiamo, con intervalli di 3 giorni, nella Tabella seguente.

Giorno N. Totale casi N. Casi in Cina N. Decessi
21 gennaio 282 278 6
24 gennaio 846 830 25
27 gennaio 2.798 2.741 80
30 gennaio 7.818 7.736 170
2 febbraio 14.557 14.441 304

Nella Figura 3 è riportata la distribuzione globale dei casi, aggiornata al 2 febbraio 2020.

Figura 3.

Considerazioni finali 

  1. Il confronto con la precedente epidemia di coronavirus, la SARS, mostra che la “2019-nCoV” si diffonde molto più rapidamente (siamo già a oltre 14 mila casi, rispetto agli 8 mila totali della SARS), ma l’infezione è molto meno pericolosa: letalità del 2,1% contro il 9,6% della SARS.
  2. La SARS ha ampiamente coinvolto altre nazioni oltre Cina e Honk Kong: es: Taiwan (345 casi; 37 decessi); Canada (251; 43); Singapore (238; 33); Vietnam (63; 5). Un fenomeno causato dall’inazione delle autorità cinesi, che in questa occasione – pur con i citati ritardi – sono state più reattive rispetto al 2002-2003. Il blocco dei collegamenti aerei da e per la Cina è stato decisivo per contenere la diffusione internazionale dell’epidemia.
  3. L’epidemia riguarda quasi esclusivamente la Cina (i casi esteri rappresentano appena lo 0,8% dei casi globali, anche i decessi, 304, sono avvenuti tutti in Cina, tranne 1 segnalato oggi nelle Filippine). Il ritardo nell’attivazione delle misure di prevenzione nella provincia di Hubei è stato fatale: il 2 febbraio circa il 40% dei casi era segnalato al di fuori della provincia di Hubei mentre il 21 gennaio la percentuale era inferiore al 10%.
  4. Oggi la Cina si trova – per responsabilità dei suoi governanti a livello locale e nazionale – a dover affrontare una crisi di sanità pubblica di enormi dimensioni, proporzionate alla vastità del suo territorio e della sua popolazione. E per risolverla non è sufficiente costruire un ospedale in 10 giorni.
  5. Per contro è del tutto ingiustificata e intollerabile la psicosi che si è creata al di fuori della Cina intorno al virus “cinese”, dando fondo a uno stillicidio di panzane, procurati allarmi e notizie deformate come difficilmente si era visto prima d’ora, con comportamenti razzisti contro le persone e le comunità cinesi (o semplicemente orientali).

 

Bibliografia

  1. Li W. China Silences Critics Over Deadly Virus Outbreak. New York Times, Jan. 22, 2020
  2. Huang C. Clinical features of patients infected with 2019 novel coronavirus in Wuhan China. Lancet 2020, Published online January 24, 2020 https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)30183-5
  3. Buckley C e Lee Myers S. As New Virus Spread, China’s Old Habits Delayed Fight. New York Times, 01.02.2020
  4. Wee SL. ‘What if We All Get Sick?’: Coronavirus Strains China’s Health System. New York Times, 27.01.2020.
  5. Qun Li M, et Al. Early Transmission Dynamics in Wuhan, China, of Novel Coronavirus–Infected Pneumonia, January 29, 2020 DOI: 10.1056/NEJMoa2001316

 

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