Italia. La questione demografica

Massimo Livi Bacci 

Ci sono diversi motivi per ritenere che incisive politiche sociali possano avere effetti positivi sulla bassa natalità e che la curva discendente delle nascite possa essere invertita.

 

Consideriamo la bassa natalità che alimenta la spirale negativa della demografia del paese. Se a guidare la risposta all’interrogativo iniziale fossero le infelici esperienze del secolo scorso, ci sarebbe da essere pessimisti. Tuttavia ci sono diversi motivi per ritenere che incisive politiche sociali possano avere effetti positivi e che la curva discendente delle nascite possa essere invertita. In primo luogo c’è una molto migliore conoscenza delle motivazioni che inducono le coppie ad avere figli e della natura delle costrizioni che le inducono ad averne pochi o a non averne. Secondariamente si stanno moltiplicando le esperienze, in altri paesi, soprattutto europei, di interventi e di politiche di sostegno – diretto o indiretto – alla natalità. Non si tratta solo dei paesi scandinavi o della Francia, le cui politiche rimontano agli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, ma di paesi come la Germania, la Russia, il Giappone (per citare solo quelli grandi) che paventano le conseguenze negative delle tendenze in atto. Queste esperienze sono molto variegate, i risultati sono a volte contraddittori, e di interpretazione non facile, e la loro importazione nel nostro ordinamento e nella variegata società italiana, problematica.  In terzo luogo c’è buona evidenza che esiste una “domanda” di figli insoddisfatta, poiché, come dimostrano le inchieste, donne e uomini desidererebbero avere più figli di quanti, in effetti, ne abbiano.

Un sistema di azioni capace di risollevare la bassa riproduttività dovrebbe agire, contemporaneamente e con adeguate risorse, e in modo coordinato, in più direzioni: essenzialmente nel campo del lavoro, degli oneri familiari e delle asimmetrie di genere, dell’autonomia dei giovani.  Potremmo definire questo insieme di azioni un “Piano per i Figli”.

Un Piano per i Figli

Per quanto riguarda il lavoro (o, più in generale, la titolarità di un reddito), e soprattutto il lavoro delle donne, occorre tenere presente che nel mondo sviluppato, la natalità più elevata (o meno debole) si riscontra dove i tassi di attività femminili sono più alti; più nel nord Europa che nell’Europa mediterranea; più nell’Italia centrosettentrionale che in quella meridionale. Per programmare una nascita, una coppia deve normalmente contare su una relativa stabilità economica, che viene raggiunta più facilmente quando le fonti di reddito familiare sono due, anziché una soltanto. Dunque le politiche (economiche, sociali…) volte a generare occupazione femminile hanno anche un effetto pro-natalista, oltre alla non secondaria conseguenza di rendere la donna con figli meno vulnerabile nelle situazioni di difficoltà familiari o di interruzione  delle relazioni di coppia.

Per avere più donne al lavoro, vanno coordinate e rafforzate tutte quelle azioni che sono ricomprese sotto l’etichetta di politiche di conciliazione  tra lavoro domestico e lavoro di mercato. Più in generale, norme e regole, tempi e orari, trasporti e sicurezza delle strade, asili nido e scuole, parchi e biblioteche, impianti sportivi e attività ricreative…ovvero un “fascio” di regole, di servizi, di strutture, che rendono meno costosa e più facile la gestione dei figli. Infine, più donne al lavoro implica anche una spinta alla riduzione delle asimmetrie di genere, nella gestione domestica e familiare, che in Italia ricade sproporzionatamente sulle spalle delle donne. Le politiche hanno poco da dire e da fare (salvo, per esempio, le norme riguardanti i congedi, e poco altro) perché non siamo (per ora) in uno stato “etico” che impone comportamenti. Ma coloro che hanno credito e ascolto nella società possono, e devono, fare molto. Anche la lunga permanenza dei figli (soprattutto dei maschi) nella casa dei genitori è un fattore di perpetuazione da una generazione all’altra delle asimmetrie uomo-donna.

Quanto indicato sopra non basta, probabilmente, a stimolare la sopita riproduttività, senza una consistente riduzione del ritardo dei giovani nel conseguimento dell’autonomia. È un punto centrale, perché la “sindrome del ritardo” è la patologia della condizione giovanile. L’autonomia completa – che si raggiunge con l’autonomia economica – è oggi molto più tardiva di qualche decennio addietro. Rispetto ai coetanei europei, i giovani italiani finiscono gli studi assai più tardi, e, a cascata, più tardi entrano nel mercato del lavoro, escono dalla casa dei genitori, iniziano relazioni stabili e prendono le loro decisioni riproduttive. Non si fanno figli, se non si consegue l’autonomia economica, e se ne fanno meno, se questa è raggiunta tardivamente. Inoltre la lunga dipendenza economica dai genitori rientra nel calcolo dei costi di chi ha intenzione di avere figli, e che certamente è più “prudente” se vive in una società nella quale l’autonomia si consegue a 35 anni invece che a 20.

Mettiamo per ultima la via più diretta e, sotto vari aspetti, più semplice, consistente nella riduzione del costo dei figli a mezzo di un aumento dei trasferimenti pubblici a favore dei figli e dei loro genitori. La poniamo per ultima, non perché sia poco rilevante, ma perché i vincoli di bilancio, nel nostro paese, sono molto stretti e appare difficile un ricorso generoso a questa leva senza operare profondi tagli al settore sanitario o a quello pensionistico. I trasferimenti pubblici per famiglie e figli, come ben si sa, sono assai minori in Italia, e negli altri paesi del sud Europa, rispetto ad altri paesi del continente, sia in misura relativa (rispetto al PIL) sia assoluta (ammontare pro capite)[1]. Da qui la semplicistica conclusione che aumentando questi trasferimenti si possa ottenere una contabilità demografica più equilibrata, come avviene in Francia, Svezia, Danimarca o Norvegia. Il problema è che senza risolvere le questioni del poco lavoro femminile, degli inadeguati servizi, della scarsa autonomia dei giovani e delle asimmetrie di genere, le iniezioni monetarie rischiano di avere scarsi o nulli effetti. In Italia qualcosa si è mosso, con l’introduzione, nel 2017, del “bonus bebé” (provvedimento rinnovato nel 2018), assegno di 80 euro mensili per tre anni, per le famiglie con un neonato. Nella stessa direzione stanno il “premio alla nascita” o “premio mamma domani”, introdotto nel 2017 e rinnovato nel 2018, e il bonus per l’asilo. Tuttavia solo il primo ha carattere universalistico, mentre le altre due provvidenze sono destinate alle famiglie che non superano determinate soglie di reddito e nei limiti delle risorse stanziate.

In conclusione, intervenire sulla natalità è possibile e risultati positivi possono essere conseguiti, ma occorre che gli interventi siano ad ampio raggio ed incisivi, vengano ben coordinati per sfruttarne le sinergie potenziali, e si dispieghino nel lungo periodo. Le decisioni riproduttive vengono prese dalle coppie guardando, sì, alla situazione del momento, ma anche (e soprattutto) a quella che si pensa possa avverarsi nel futuro. Alcune di queste politiche sono a costo zero, ma nel loro insieme, esse varrebbero una quota rilevante del prodotto[2].  Se un sostegno viene dato oggi, non può essere tolto domani per motivi congiunturali, per un cambio delle politiche fiscali o, peggio, per la volontà di distinguersi da parte delle forze politiche che si alternano al governo.  Solo così possono mutare, anche se lentamente, le propensioni riproduttive delle coppie, oggi orientate ad estrema prudenza anche per l’incertezza circa l’evolversi della società nella quale i figli si troveranno a vivere.

Nota
Tratto dall’articolo di Massimo Livi Bacci pubblicato nella Rivista “Il Mulino”, n5, del 2018: “Un’Italia più piccola e più debole? La questione demografica”.

Bibliografia

  1. Secondo Eurostat, nel 2015, i benefici per “famiglia e figli” a prezzi costanti (2010), ammontavano a un pro-capite di Euro 444 per l’Italia, 783 per la Francia, 846 per il Regno Unito, 1.100 per la Germania, 1.243 per la Svezia. Dati estratti 10 Settembre 2018.
  2. Un costo di allevamento di un figlio che si ponga tra il 20 e il 30% del reddito pro-capite viene considerato plausibile. In Italia vivono circa 10 milioni di minori; il PIL pro capite è pari all’incirca a 28.000 euro e se valessero le rozze proporzioni prima indicate, il costo unitario annuo pro-capite di un minore si situerebbe tra 5.600 e 8.400 euro. Un aiuto pubblico che valesse il 20% del costo annuo si tradurrebbe in un trasferimento tra 1.160 e 1.680 euro, pari a una somma totale di 11.600-16.800 milioni,  corrispondenti allo 0,7-1,0% del PIL.

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