COVID-19: gli invisibili

Marzia Ravazzini

Negli USA milioni di vulnerabili sono spariti dalla Grande Crisi. Senza accesso garantito alle cure. Vittime potenziali di un virus ancora più aggressivo: l’oblio.

Times Square e Fifth Avenue deserte. Ma le carceri di New York stracolme come sempre. Il contrasto non potrebbe essere più acceso. Si è spenta l’icona imprescindibile di Manhattan: la folla scalpitante sui marciapiedi. Divenuta “epicentro dell’epicentro” (Figura 1), la Grande Mela è l’olografia di sé stessa. Sull’isola di Rikers Island però non è cambiato nulla: il virus è arrivato anche dentro la prigione più famosa della East Coast, incastrata tra Bronx e Queens. Nel momento della massima emergenza sanitaria a New York, nessuno parla dei suoi oltre 5 mila detenuti. Nessuna notizia nemmeno degli oltre 70 mila homeless accampati sui gradini delle 468 stazioni della subway newyorchese[1]. All’elenco degli assenti dalle cronache drammatiche del coronavirus in USA si aggiungono migranti e milioni di undocumented privi di regolare permesso. Questi invisibili sono deboli, vulnerabili, senza accesso garantito alle cure, vittime potenziali di un virus ancora più aggressivo: l’oblio. Per loro la battaglia contro COVID-19 è ancora più ardua. Non possono lavarsi le mani, né praticare adeguatamente il social distancing. E sono costretti a condividere spazi e ambienti sovraffollati.

Detenuti

Partiamo proprio dalle carceri. In quelle dell’Arizona finalmente il sapone sarà gratis. I detenuti non dovranno più pagare materiale per l’igiene sanitaria, come avvenuto finora in questo e in altri Stati. È una delle poche misure d’emergenza adottate. Per il resto l’epidemia di COVID-19 assume contorni ancora più preoccupanti se osservata con questa prospettiva. Negli Stati Uniti si registra la più alta popolazione carceraria al mondo: 2,2 milioni di persone, di cui 1,9 milioni nelle prigioni statali e locali, il resto in quelle federali (raccolti in 110 strutture federali, in 1833 statali, in 1772 strutture per la riabilitazione giovanile, 3124 prigioni locali, così sottoposti a regole e trattamenti diversissimi tra loro)[2].

Il timore degli esperti è che detenuti e personale carcerario siano particolarmente esposti al coronavirus. “Non ho mai visto nulla di simile in 19 anni” ha detto alla rivisita “Time”[3] dietro garanzia dell’anonimato una dipendente del carcere newyorchese di Rikers Island, quello da cui siamo partiti. Pochissime mascherine per il personale, nessuna per i reclusi. La convivenza forzata in cella – nella maggior parte dei casi – impedisce una distanza minima per evitare i contagi. COVID-19 si sta diffondendo nelle carceri di New York “a una velocità superiore rispetto alla città”, secondo Tina Luongo, un’avvocata della “Legal Aid Society”: al 28 marzo il tasso di infezione era al 2,78%[4]. Le associazioni per la difesa dei diritti umani hanno moltiplicato gli appelli al rilascio dei detenuti malati, anziani o prossimi alla scadenza della pena. Il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) ha fornito alle strutture detentive linee guide su come gestire l’emergenza COVID-19[5]. Ma non è chiaro se e come vengano applicate, soprattutto a livello locale. In alcuni Stati è già stata decisa la scarcerazione dei detenuti per reati non-violenti in condizioni più fragili. In California, ne sono stati rilasciati oltre 400 a Sacramento e 1700 a Los Angeles. A livello federale, il ministro della giustizia William Barr ha reso noto un memo in cui indica i criteri per il rilascio di detenuti per reati non-violenti e a basso rischio di recidiva. Ma il “Marshall Project” avverte: i criteri di scelta dei beneficiari del provvedimento – calcolati dal Dipartimento federale delle carceri con algoritmi sui parametri di rischio – sono discriminatori nei confronti degli afro-americani e delle minoranze, cioè la maggior parte dell’immensa popolazione carceraria degli Stati Uniti[6].

Homeless

Sembra paradossale: in una cella non si può praticare il social distancing, in una strada di San Francisco invece lo spazio non manca, nemmeno per la moltitudine di homeless accampati nella capitale economia dell’hi-tech. Per molte persone senza fissa dimora la COVID-19 appare ancora più difficile da contenere. In tutti gli Stati Uniti si contano oltre mezzo milione di senza dimora, principalmente in California, New York City, Distretto di Columbia, Oregon e Stato di Washington[7].  La California è stata uno dei primi epicentri del coronavirus negli Stati Uniti, insieme al vicino Stato di Washington. Lo scorso 22 marzo il governatore californiano Newsom ha ordinato il cosiddetto “Shelter-in-place”, l’ordine di restare nelle proprie abitazioni. Ma per chi non ha casa, dove restare “in casa”? È una corsa contro il tempo. Qualcuno ci sta provando. Proprio a San Francisco la città sta negoziando oltre 8mila camere d’albergo per garantire un alloggio a chi non ne dispone, assicurando al tempo stesso una condizione minima di igiene e una distanza dal possibile contagio. Secondo Dean Preston, supervisore dello Shelters Navigation Center, il fabbisogno reale sarebbe di almeno 30mila stanze d’hotel[8].  Gli Stati e le amministrazioni locali possono includere i rifugi per i senzatetto come “servizi essenziali” all’interno dei fondi di emergenza per ridurre l’esposizione al virus: così, di nuovo, la città di San Francisco ha creato un fondo da 5 milioni di dollari per ridurre l’esposizione a COVID-19 per i senza fissa dimora[9].

A Seattle, il sindaco Jenny Durkan ha autorizzato la creazione di spazi aggiuntivi per oltre 100 persone in tre luoghi designati della città, con la strategia di disperdere le persone nel suo territorio[10]. Nella capitale Washington DC, i rifugi per gli homeless hanno esteso l’orario da 12 ore a 24 ore. L’amministrazione ha anche definito apposite linee-guida per i servizi rivolti ai senza-fissa dimora[11]. In concreto, ha garantito l’estensione della permanenza in abitazioni temporanee fino a 60 giorni per le famiglie senza dimora, cercando di assicurare loro il trattamento sanitario in caso di manifestazione di sintomi. La praticabilità di queste misure rimane incerta secondo le organizzazioni a difesa degli homeless. Resta difficile anche immaginare una potenziale quarantena all’interno dei rifugi stessi, dove gli spazi comuni (tra cui i dormitori) non consentono l’isolamento e la distanza richiesta[12].

Immigrati 

La crisi ha spinto ovunque i governi a bloccare le frontiere. L’amministrazione Trump ha sigillato i confini con Canada e Messico. Ma soprattutto – secondo diversi esperti – ha approfittato dell’emergenza COVID-19 per inasprire le sue politiche già marcatamente anti-immigrati. Lo sostiene tra gli altri Sarah Pierce, analista del Migration Policy Institute, secondo cui in questo momento difficile sarebbe meglio cercare risorse per gli operatori sanitari e i dottori, piuttosto che concentrarsi a respingere fuori dal paese i richiedenti asilo. Una decina di giorni fa, il Dipartimento per la sicurezza interna (DHS) ha adottato alcune decisioni con immediate ripercussioni per migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Il 17 marzo sono state cancellate tutte le udienze per i migranti non-detenuti, con la contestuale chiusura di 10 tribunali dove vengono processate le loro richieste. Il giorno dopo sono state congelate – temporaneamente sospese – tutte le ricollocazioni di rifugiati, almeno fino al 6 aprile ma è probabile un’estensione (l’amministrazione Trump vanta già il primato negativo del più basso numero di rifugiati dal 1980, con 18mila ingressi massimi autorizzati nel 2019)[13]. E il 20 marzo sono stati trasferiti in Messico o nei paesi di origine tutti gli immigranti senza documenti – inclusi i richiedenti asilo – che si trovavano nei centri di detenzione. Ma non è stata effettuata alcuna verifica sulle loro domande, che di fatto sono state respinte senza alcuna procedura. Nelle stesse ore sono state sospese tutte le udienze riservate ai richiedenti in precedenza collocati in Messico, in attesa dell’esito delle domande di asilo[14,15]. Ora questi “invisibili” non si vedono più del tutto. Sono stati fisicamente collocati all’esterno del territorio americano. Per i richiedenti durava già mesi il limbo dell’attesa di uno status legale – o almeno di una risposta della domanda di asilo. Ora è rinviato a tempo indefinito. Una situazione fortemente condannata dal National Immigrant Justice Center, in un documento in cui si sottolinea lo sfruttamento da parte dell’amministrazione di una crisi di salute pubblica per arrestare ulteriormente e rinchiudere i richiedenti asilo e i migranti. “L’ uso continuato ed espansivo della detenzione di migranti e richiedenti asilo è diventato un pericolo per la salute pubblica, oltre alle flagranti violazioni della legge degli Stati Uniti e delle protezioni internazionali sui diritti umani”[16].

Altri invisibili, e ancora grandi numeri

Sono gli immigrati racchiusi nei centri di detenzione, in gran parte gestisti da società private. Lì si trovano oltre 37.000 persone, il numero più alto mai raggiunto nella storia degli USA[17]. Di loro si sa davvero poco, pochissimo. Ma non è difficile immaginare che in queste strutture il coronavirus possa diffondersi con estrema aggressività. La gestione delle carceri per immigranti è affidata all’Immigration and Customs Enforment (ICE). L’ex-direttore di questa agenzia federale all’epoca di Obama, John Sandweg insiste sulla necessità di rilasciare gli immigrati privi di regolare permesso non arrestati per crimini violenti (e cioè in detenzione solo perché senza documenti)[18], perché il rischio di focolai è elevato. L’ICE afferma di aver seguito l’evolversi della epidemia di COVID-19 con attenzione fin dal principio, offrendo linee guida per la cura dei migranti detenuti[19]. Rassicurazioni che non servono a placare l’inquietudine: un’inchiesta del Guardian raccoglie le testimonianze dei parenti che invocano azioni concrete per i propri congiunti tuttora rinchiusi in questi centri.[20]

Nel lungo elenco di “invisibili” troviamo infine gli immigrati undocumented: non hanno documenti in regola ma sono presenti da tempo negli USA. Sono 11 milioni. Per loro c’è innanzitutto il problema della mancanza di copertura sanitaria – 7.1 milioni di loro non la posseggono. Questo aumenta la loro vulnerabilità all’epidemia. Non c’è soltanto una limitazione dell’accesso alle cure ma anche al cibo. Il programma alimentare federale SNAP (Special Supplemental Nutrition Programm for Women, Infants, and Children) in risposta a COVID-19 ha modificato alcuni criteri per richiedere l’assistenza. Tra questi, la sospensione del cosiddetto public charge, cioè la dichiarazione della capacità di sostentamento finanziario necessaria invece per ottenere uno status legale. Molte famiglie immigrate non si sono segnalate alla SNAP per paura di rischiare la deportazione nel paese d’origine o la separazione dalla famiglia[21]. Al di là dei programmi di assistenza, questa crisi sta provocando comunque pesanti ripercussioni economiche sugli undocumented, che costituiscono circa il 5% della forza-lavoro degli Stati Uniti (7,6 milioni di persone). In molti casi, svolgono lavori nel campo della ristorazione, nel settore alberghiero e nella cosiddetta economia informale (pulizie di case e uffici, giardinaggio). Nel rispetto delle linee guida federali sul COVID19, molte di queste attività sono congelate o hanno chiuso temporaneamente. Di conseguenza, un gran numero di persone senza documenti regolari non solo non avrà entrate. Ma non potrà nemmeno accedere alle misure straordinarie varate dal Congresso e firmate da Donald Trump il 27 marzo. Il più massiccio pacchetto di aiuti economici della storia americana comprende l’estensione dei congedi malattia e l’erogazione di contributi cash a milioni di lavoratori e alle loro famiglie. Ma non a gran parte degli undocumented, nemmeno coloro che lavorano in ambito sanitario e sono indispensabili più che mai in questa emergenza.

Marzia Ravazzini. Antropologa medica. Da 5 anni vive e lavora a Washington DC.

Bibliografia

  1. Basic Facts About Homelessness: New York City Data and Charts. Coalition for the homeless
  2. Wendy Sawyer, Peter Wagner. Mass Incarceration: The Whole Pie 2020. Prisonpolicy.org, 24.03.2020
  3. Bates J. Rikers island coronavirus .Time.com, 24.03.2020
  4. Weill-Greenberg E. New York city jails have an alarmingly high infection rate, according to an analysis by the legal aid society
    The Appeal, 26.03.2020
  5. Interim Guidance on Management of Coronavirus Disease 2019 (COVID-19) in Correctional and Detention Facilities. CDC.gov
  6. Hagger E. How Bill Barr’s COVID-19 Prisoner Release Plan Could Favor White People. Themarshallproject.org, 28.03.2020
  7. 2019 AHAR: Part 1 – PIT Estimates of Homelessness in the U.S.
  8. Horowitz DM. Supervisor, nonprofit move homeless from shelter into hotel rooms. Pilot program intended to protect vulnerable from COVID-19. Sfexaminer.com, 25.03.2020
  9. San Francisco Increases COVID-19 Protections for Homeless Residents and People Living in Single Room Occupancy Hotels . Sfmayor.org News Releases,09.03.2020
  10. Seattle mayor to expand shelter space available for homeless as a result of coronavirus outbreak. Seattletimes.com, 05.03.2020
  11. District of Columbia Department of Human Services 1 Interim COVID-19 Guidance for Homeless Service Providers Last updated: 13.03.2020
  12. Cities struggle to protect vulnerable homeless populations as coronavirus spreads WashingtonPost 20.03.2020
  13. Refugees and Asylees in the United States. Migrationpolicy.org, 13.06.2019
  14. Timeline and List of U.S. Immigration Actions on COVID-19 Cato Institute, 19.03.2020
  15. Asylum Seekers & Refugees. Immigrantjustice.org
  16. NIJC Calls On Congress To Reject Trump Request To Fund Quarantine Detention Sites, Demands Asylum Seekers To Be Safely Admitted To The United States. Immigrantjustice.org, 18.03.2020
  17. This Map Shows How Radically Trump Has Changed Immigration Detention. MotherJones, 27.12.2019
  18. I Used to Run ICE. We Need to Release the Nonviolent Detainees. It’s the only way to protect detention facilities and the people in them from COVID-19. The Atlantic, 22.03.2020
  19. Ice.gov: coronavirus
  20. Detainees in US immigration jails living in fear as coronavirus spreads. The Guardian, 29.03.2020
  21. Page KR, Venkataramani M, Beyrer C , Polk S. Undocumented U.S. Immigrants and Covid-19. NEJM, 27.03.2020DOI: 10.1056/NEJMp2005953
  22. Mexicans decline to less than half the U.S. unauthorized immigrant population for the first time. Pewresearch, 12.06.2019

 

 

 

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