Rohingya. Dramma senza soluzione

Maurizio Murru

I Rohingya sono tuttora il bersaglio di un attacco da parte del governo mirante a cancellarne l’identità e a rimuoverli dal Myanmar. Un ritorno sicuro, dignitoso e sostenibile della popolazione Rohingya è attualmente impossibile.

Nel maggio scorso abbiamo pubblicato un post “L’infinito dramma dei Rohingya” , per raccontare il destino di una minoranza scacciata dal Myanmar e che ha cercato scampo in Bangladesh. Il racconto continua.

Circa 920.000 Rohingya vivono in 34 sovraffollati campi per rifugiati nei sotto-distretti di Ukhiya e Teknaf, nel Distretto di Cox’s Bazar, in Bangladesh. Circa 720.000 di essi sono arrivati negli ultimi quattro mesi del 2017 fuggendo da un’ondata di brutale violenza perpetrata dall’esercito, dalle guardie di frontiera e da svariate milizie armate del Myanmar. A distanza di 30 mesi da quell’esodo disperato, che è costato la vita ad almeno 10.000 persone[1], la possibilità di un ritorno è da escludere. Queste persone resteranno dove sono per decenni. Le loro abitazioni sono state distrutte, le loro terre occupate. Niente è cambiato in Myanmar. La pluridecennale campagna di odio nei confronti dei Rohingya, messa in piedi dal governo con la collaborazione di monaci buddisti e organi di stampa, è stata capillare ed efficace: la maggioranza della popolazione del Myanmar, frammentata in più di 130 etnie, spesso ostili al governo e ostili fra loro, trova nell’odio contro i Rohingya un raro punto di convergenza. Secondo quanto certificato nel settembre del 2019 dalla “Missione d’inchiesta Internazionale Indipendente”, alla quarantaduesima Sessione del Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, “ … i Rohingya sono tuttora il bersaglio di un attacco da parte del governo mirante a cancellarne l’identità e a rimuoverli dal Myanmar […] un ritorno sicuro, dignitoso e sostenibile della popolazione Rohingya è attualmente impossibile”[2]. Intanto, il numero dei rifugiati aumenta sia per un continuo, anche se limitato, flusso in fuga dal Myanmar (1.162 nuovi arrivi nei primi nove mesi del 2019) sia per una crescita demografica naturale ovvia anche se difficile da quantificare (uno studio riporta un tasso grezzo di natalità del 35,6/1000 ma non riporta il tasso di mortalità)[3].

Ostilità crescente contro i Rohingya in Bangladesh

La grande solidarietà nei confronti dei Rohingya da parte della popolazione e del governo del Bangladesh nelle fasi iniziali della crisi, si è trasformata in aperta ostilità manifestata da alti funzionari governativi, da autorità locali e dalla popolazione in generale. Nei campi, le autorità hanno aumentato la presenza militare, inasprito le restrizioni al movimento dei rifugiati, oscurato i servizi 3G e 4G fra le 17 e le 6 e progettato la costruzione di recinti[4]. Anche le attività di alcune organizzazioni della società civile Rohingya, nate negli ultimi 12 mesi, sono state progressivamente limitate[5].  La frustrazione del Bangladesh per la crisi dei Rohingya è deplorevole ma inevitabile: il paese ha una superficie inferiore alla metà di quella Italiana (147.570 Km2 contro 301.340), una popolazione più che doppia (164 milioni di abitanti contro 60) e un Prodotto Interno Lordo quasi otto volte inferiore (274.025 milioni di dollari contro 2.083.864[6]). La presenza di 920.000 rifugiati, senza prospettive di soluzione, pone un peso economico e sociale notevole sulle spalle di una popolazione maggioritariamente povera e provata da problemi sociali, ambientali e politici. Inoltre, sono sempre più evidenti i segni di una crescente “stanchezza dei donatori”, attratti e distratti da altre crisi sparse per il pianeta[7]. Molte organizzazioni umanitarie stanno lasciando i campi per mancanza di fondi. Organizzazioni delle Nazioni Unite stanno pianificano una riduzione delle loro attività per lo stesso motivo. Il Joint Response Plan del 2019 è stato finanziato al 69%[8].

Atti di violenza all’interno dei campi

Inevitabilmente, poco meno di un milione di persone costrette a vivere in condizioni miserevoli in spazi ristretti, senza la possibilità di lavorare legalmente, senza prospettive, porta a frequenti e gravi episodi di violenza. La maggior parte di essi è commessa da piccole bande di malviventi. Risultano particolarmente preoccupanti le attività dell’ ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army). Si tratta di un movimento armato che dichiara di battersi per i diritti dei Rohingya ma che, fino ad ora, ha causato loro solo tragedie. L’ondata di violenza che ha portato all’esodo dall’agosto 2017 ha fatto seguito ad azioni armate dell’ARSA contro stazioni di polizia che hanno causato la morte di 12 poliziotti[9]. All’ARSA sono anche state attribuiti, nonostante le smentite di un suo portavoce, rapimenti ed uccisioni ai danni di famiglie appartenenti ai circa 1.500 Cristiani Rohingya che vivono nei campi (i Rohingya sono a grandissima maggioranza Musulmani con una piccola minoranza cristiana e una induista). Ad una madre Cristiana che chiedeva alle forze di polizia di intensificare le ricerche di una sua figlia rapita, pare che l’ufficiale interpellato abbia risposto che “… i Rohingya, se desiderano stare al sicuro, dovrebbero trasferirsi sulla luna”[10]. La disarmante stupidità di questa risposta è un segno dell’ostilità nei confronti dei rifugiati.

Vittime anche dei trafficanti di esseri umani…

Secondo le Nazioni Unite ci sono circa 600.000 Rohingya ancora in Myanmar. Almeno 125.000 di essi sono rinchiusi in campi di concentramento. Chi può tenta di raggiungere il Bangladesh. Schiacciati fra una spietata persecuzione in Myanmar e una miserevole vita senza futuro nei campi per rifugiati, molti tentano la sorte affidandosi a bande criminali di trafficanti che promettono di farli arrivare in Malaysia. In Malaysia arrivano in pochi. Molti finiscono in campi di prigionia nelle foreste Tailandesi, schiavizzati e torturati, fino a quando le loro famiglie non riescano a pagare un riscatto. Molti, specialmente donne e bambine, approdano ad una via di soprusi e sofferenze. Molti altri muoiono nel corso del viaggio. Come i 16 che sono annegati l’11 febbraio scorso nel Golfo del Bengala[11]. Viaggiavano con altre 122 persone su di un peschereccio che si è rovesciato; 68 sono stati salvati dalla Guardia Costiera Bengalese, gli altri 54 sono dispersi. Di questo carico di disperati si è conosciuta la sorte. Di molti altri niente si sa e niente si saprà mai.

… e possibili manovali del terrorismo jihadista

Fonti di informazione Indiane hanno affermato che i servizi segreti Pakistani stanno addestrando una quarantina di giovani Rohingya per azioni terroriste. Lo starebbero facendo con finanziamenti al Jammaat-ul Mujahideen of Bangladesh, un gruppo terrorista Bengalese già noto al governo di Dhaka[12]. Il Primo Ministro Bengalese, Sheikh Hasina, ha più volte messo in guardia la “comunità internazionale” sul pericolo che il diffondersi del radicalismo islamico nei campi costituirebbe un pericolo non solo per il Bangladesh ma per l’intera Regione ed oltre. Molti giovani frustrati, con un tragico passato, un miserevole presente e senza un futuro, costituiscono un terreno ideale per la radicalizzazione jihadista.

Azioni legali internazionali contro Myanmar

Il 10 novembre 2019 si è avuto uno sviluppo inaspettato: il Gambia, piccolo paese dell’Africa Occidentale, ha inoltrato contro il Myanmar un’accusa di genocidio nei confronti dei Rohingya presso la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, con sede all’Aia.[13] Solitamente, la CIG dirime contese fra Stati. Accuse di crimini contro l’umanità, come il genocidio, sono più spesso affrontate dalla Corte Penale Internazionale (CPI), anch’essa con sede all’Aia. Il Myanmar non è fra i firmatari del Trattato di Roma che ha istituito la CPI, ma ha firmato la “Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio”, ratificata il 9 dicembre 1948 ed entrata in vigore il 12 gennaio 1951.  Il Gambia, sostenuto dai 57 membri della Organizzazione per la Cooperazione Islamica, si è rivolto alla Corte Internazionale di Giustizia in quanto essa è garante della Convenzione Contro il Genocidio.

In un altro sviluppo, pochi giorni dopo l’azione del Gambia, la CPI ha annunciato di avere autorizzato una indagine sulle persecuzioni e i crimini contro l’umanità che hanno costretto quasi un milione di Rohingya a cercare rifugio in Bangladesh[14]. Infine, ancora nel novembre del 2019, un gruppo di attivisti Rohingya e Sud Americani, ha inoltrato presso una Corte Argentina, un’accusa per crimini contro l’umanità nei confronti di vari alti funzionari del Myanmar, inclusa Aung San Suu Kiy, Premio Nobel per la Pace del 1991[15]. Quest’ultima, attualmente, è Consigliere di Stato del suo paese, una carica equivalente a quella di Primo Ministro. Vista la gravità dei crimini commessi, gli attivisti hanno invocato la “giurisdizione internazionale” che permette al sistema giudiziario di qualsiasi paese di perseguire crimini contro l’umanità indipendentemente dal luogo in cui essi siano stati commessi.

Il 10 dicembre 2019 Aung San Suu Kiy, è apparsa di fronte alla Corte di Giustizia Internazionale e ha dichiarato che le accuse di genocidio mosse al suo paese sono una rappresentazione “incompleta e fuorviante” della realtà. Un triste tramonto per quella che, per anni è stata considerata una icona per la difesa dei diritti umani. 

Queste azioni legali internazionali, peraltro non molto seguite dai media più diffusi, si protrarranno per tempi molto lunghi, hanno un indubbio valore giuridico e morale ma non cambieranno di un’unghia la situazione nei campi. Per come stanno le cose oggi, la situazione dei Rohingya pare destinata solo a peggiorare.

Maurizio Murru, medico di sanità pubblica e Strategic advise for UNICEF’s Health Emergencies for mid and long term – Cox’s Bazar, Bangladesh

Bibliografia

  1. Médécins Sans Frontières, 2018, No one was left. Death and violence against the Rohingya in Rakhine State, Myanmar
  2. Human Rights Council, September 16th 2019, Detailed findings of the Independent International Fact Finding Mission on Myanmar, Geneva, 2019
  3. Icddr-b, Maternal and Child Health Division, July 2018, Report on Demographic Profiling and Needs Assessment on Maternal and Child Health Care (MCH) for the Rohingya Refugee Population in Cox’s Bazar, Bangladesh, Special Publication N° 153, Dhaka
  4. Bangladesh turning Refugee camps in open air prisons. Human Rights Watch, 26.11.2019.
  5. Sullivan DP.  A Voice in Their Future, The need to empower Rohingya Refugees in Bangladesh, Refugees International, Field Report, Febbraio 2020.
  6. World Bank, GDP by country 2018
  7. Rohingya Crisis: Donor Fatigue, Risk of Social and Political Unrest. The Financial Express, 21.0.2019.
  8. Situation Report Rohingya Refugees Crisis, Cox’s Bazar. Inter Sector Coordination Group, Dicembre 2019
  9. They Tried To Kill Us All, Atrocity Crimes against Rohingya Muslims in Rakhine State, Myanmar. United States Holocaust Memorial Museum e Fortify Rights, Novembre 2017
  10. Christians abducted, attacked, in Bangladesh Refugee Camp. Human Rights Watch, 13.02.2020
  11. Death of 16 Rohingya at sea raises fears trafficking ring has been revived. The Guardian, 12 Febbraio 2020
  12. Is Pakistani intelligence radicalizing Rohingya Refugees? Deutsche Welle (DW), 13.02.2020
  13. The Gambia files Rohingya Genocide case against Myanmar at UN Court. The Guardian, 11.11.2019
  14. War crimes Court approves inquiry on violence against Rohingya, The Guardian, 14.11.2019
  15. Myanmar Aung San Suu Kyi faces first legal action over Rohingya crisis, The Guardian, 14.11.2019

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