Diffondere la solidarietà, non il virus

Chiara Bodini   

Si può fare attivismo ai tempi della pandemia? La risposta è sì, ora più che mai si deve fare. Domani è il 7 aprile, la giornata mondiale della salute.

Si può fare attivismo ai tempi della pandemia? La risposta è sì, ora più che mai si deve fare, anche se il repertorio classico di assemblee, presidi, banchetti, manifestazioni, incursioni e azioni dirette, sit in e flash mob deve necessariamente e radicalmente essere trasformato. Come rete di attivismo per la salute, siamo lontane e lontani dal cosiddetto ‘clicktivism‘, l’azione da salotto che si limita a mettere ‘mi piace’ o firmare petizioni online, esprimere il proprio dissenso tramite post senza che ciò abbia grandi ripercussioni in come costruiamo comunità e alternative nel mondo dei corpi. Tuttavia, abbiamo in queste circostanze dovuto accettare di combattere la nostra battaglia per il diritto alla salute su un piano – per ora – essenzialmente digitale.

Ma andiamo con ordine. Il 7 aprile è la giornata mondiale della salute, quest’anno dedicata a infermiere e infermieri e ostetriche[1]. Il tema ufficiale della giornata è di solito occasione per molta retorica e poco altro, come tante altre ‘giornate del…’ che siamo abituati a vedere, anche se quest’anno – viste le condizioni in cui il personale sanitario si trova ad operare (un’eloquente vignetta postata recentemente tra i materiali verso il 7 aprile: si vede la mano di una persona sommersa dall’acqua etichettata come ‘infermiera sottopagata’, le si avvicina la mano del governo che – anziché salvarla – le ‘batte un cinque’ per l’eroismo) – sarebbe davvero il caso di celebrarla con azioni concrete di sostegno. Da diversi anni, comunque, reti internazionali che si mobilitano per il diritto alla salute hanno ribattezzato questa giornata ‘People’s health day‘, giornata dei popoli per la salute: un momento per prendere voce dal basso e dire con forza che la salute è un diritto fondamentale e non una merce, e che la salute delle persone e dei popoli non è in vendita per il profitto di pochi.

A livello europeo, la mobilitazione è portata avanti dalla Rete contro la commercializzazione e la privatizzazione della sanità e della protezione sociale e dal People’s Health Movement, con un focus specifico di contrasto ai processi di smantellamento e privatizzazione dei sistemi sanitari pubblici e l’obiettivo di intervenire su tali dinamiche in modo coordinato e anche a livello europeo. Insieme, le due realtà includono personale della salute, sindacati, accademici, studenti e studentesse, associazioni di pazienti e persone singole di 14 Paesi europei (Spagna, Italia, Grecia, Turchia, Croazia, Macedonia del Nord, Germania, Belgio, Francia, Olanda, Regno Unito, Norvegia, Svezia, Danimarca).

 

In Italia, la voce della mobilitazione è la Campagna Dico32 – Salute per tutte e tutti!. Dopo un primo spaesamento legato alla messa in crisi delle forme previste per le azioni del 7 aprile, la Campagna ha optato per diffondere sei messaggi chiave tramite i principali mezzi digitali. I sei messaggi partono dalle principali rivendicazioni sul Servizio Sanitario Nazionale, per arrivare a parlare di cos’è salute e quali sono le trasformazioni sociali necessarie per tutelarla come bene comune.

 

 

 

 

 

  1. Un servizio sanitario per tutte e tutti, in cui la salute sia concepita come diritto umano fondamentale garantito indipendentemente dallo stato giuridico, abitativo, economico e dal paese di provenienza. Mai come ora è evidente che solo garantendo un accesso universale al servizio sanitario è possibile tutelare la salute della collettività e rallentare il contagio.
  2. La fuoriuscita del mercato dall’ambito della salute: negli ultimi anni il Servizio Sanitario Nazionale è stato privato di risorse mentre sono cresciute la sanità privata e l’industria sanitaria delle assicurazioni, che non proteggono dalle pandemie. Mai come ora è evidente che per rispondere a un problema di salute pubblica serve un servizio sanitario che garantisca servizi essenziali che non generano profitto e che operi in modo coordinato sul territorio.
  3. No al definanziamento e al taglio del personale, che ha generato l’inadeguatezza da parte delle strutture sanitarie nel gestire l’epidemia di Covid-19, sia per insufficienza di posti letto e strumentazioni adeguate che per il forte sotto organico del personale sanitario. L’emergenza del Covid-19 sta inoltre dimostrando che un servizio sanitario efficace deve essere nazionale sia su un piano legislativo che della normativa tecnica e che le forme di regionalismo in sanità stanno risultando caotiche e inefficienti.
  4. Un servizio di cure integrato e di prossimità in cui, prima ancora di prevenire la malattie, si promuova la salute, allontanando con ogni strumento e politica il bisogno di cura. Mai come ora è evidente come per poter rispondere ai bisogni dei singoli è necessaria una comunità che supporti e metta in circolo le risorse, e in cui i diversi servizi e le diverse professioni siano integrate e dialoghino.
  5. La partecipazione come strumento chiave per favorire l’autodeterminazione delle persone e delle comunità e per generare politiche di trasformazione sociale attraverso meccanismi di inclusione, ascolto e azione collettiva diretta. La pandemia mette a rischio soprattutto la salute delle persone che vivono in condizioni più svantaggiate: è fondamentale costruire un tessuto sociale di cooperazione, mutuo aiuto e partecipazione per attuare una gestione non individualistica della crisi sanitaria e sociale seguita alla pandemia.
  6. Una politica pubblica mirata alla promozione della salute attraverso le lenti della giustizia sociale, dell’equità e in un’ottica di sostenibilità del pianeta. L’epidemia attuale mostra che tutti siamo a rischio e possiamo rappresentare un rischio per le altre persone, ma anche che non tutti siamo esposti nello stesso modo e abbiamo le stesse possibilità di mettere in campo azioni personali per proteggerci. Inoltre, il caso del Covid-19 ha reso evidente come la salute umana sia in profonda connessione con quella ambientale e come per tutelarla serva prendersi cura di ciò che la determina nei contesti in cui viviamo.

Dall’1 al 6 aprile la diffusione dei messaggi si è allargata a macchia d’olio, perché mai come ora è evidente a molte persone quanto sia centrale il ruolo della sanità pubblica per tutelare la salute degli individui e della collettività. Purtroppo, l’emergenza sanitaria legata alla pandemia di Covid-19 ha mostrato fin troppo bene le debolezze del nostro Servizio Sanitario Nazionale, impreparato a farvi fronte anche e soprattutto per le gravi carenze di personale e organizzative conseguenza dei tagli ai finanziamenti degli ultimi dieci anni e non solo nei settori dell’emergenza-urgenza. A titolo di esempio, già prima dell’emergenza i Dipartimenti di Salute Pubblica e quelli di Cure Primarie in una regione ricca come l’Emilia-Romagna erano in crisi di personale e, anche dove si aprivano spazi per concorsi, faticavano a trovare nuovi dipendenti. A questo si aggiunge il fatto grave che il nostro Paese non aveva un piano operativo per affrontare una situazione di pandemia, nonostante gli avvisi e le indicazioni che da anni dà in questo senso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (o meglio, il piano sembra che ci fosse, datato 2016, ma più sulla carta che altro[2]). Ma la pandemia ha messo in luce anche la connessione strutturale tra il diffondersi di un nuovo patogeno e un sistema globale fortemente viziato dalla messa a valore della vita e dall’estrazione di profitto da ogni ambito, compresi i beni più profondi ambientali e umani[3]. Lo stesso mantra ‘andrà tutto bene’ suona alquanto macabro se si tiene in conto di quanto già la situazione non andasse bene per niente. Meglio allora stare con chi dice ‘non voglio tornare alla normalità, perché quella normalità era il problema’.

È importante che i messaggi per il 7 aprile, che parlano di salute oltre i confini della sanità, escano dal mondo digitale e si materializzino nelle nostre case per poi riuscire, attraverso la creatività che in questo periodo non manca, dalle finestre, dai balconi, negli atri dei condomini, nelle buchette delle poste, nelle code ai supermercati. L’invito per tutte le persone è quindi quello di esporre, domani, cartelloni o striscioni con messaggi in difesa della salute e della sanità pubblica. Facciamo che questo messaggio arrivi e sia visibile, e ci accompagni per un impegno che non finisce al 7 aprile né tanto meno con la fine della pandemia, quando sarà.

L’appello: il 7 aprile organizziamo azioni decentralizzate in tutta Europa in occasione della giornata contro la commercializzazione della salute e la privatizzazione della sanità. Chiamiamo tutte le persone a manifestare il proprio sostegno al nostro appello “Diffondere la solidarietà e non il virus” partecipando all’iniziativa “lenzuolo bianco”:

  1. Scrivete i vostri messaggi su uno striscione bianco o su un cartellone da esporre in un luogo visibile (balcone, atrio del condominio, porta di casa…)
  2. Se volete, fatevi una foto con i vostri messaggi e condividetela:
  • sui social con l’hashtag #health4all e #salutepertutteetutti
  • sulla mappa interattiva che potete raggiungere qui: bit.ly/Agir4Health

Per seguire la campagna italiana: https://www.facebook.com/dico32

Per seguire la campagna europea: http://europe-health-network.net/

Evento facebook #7aprile #health4all: https://www.facebook.com/events/549550719025438

Chiara Bodini, People’s Health Movement (PHM) e Centro di Salute Internazionale e Interculturale (CSI)

Bibliografia

  1. World Health Day. Support Nurses and Midwives
  2. Gasperetti M. Coronavirus, il piano anti-pandemia che l’Italia non ha seguito. Il Corrire della Sera, 28.03.2020
  3. Pellegrini G. I virus figli dell’agro business. Il Manifesto, 02.04.2020

 

2 commenti

  1. Cara Chiara Bodini ho letto il tuo articolo/ intervento su Salute Internazionale, e ho sentito il bisogno di commentarlo. Io pensavo di fare parte della Campagna Dico 32. Forse mi sarà sfuggito ma non ho capito quando come e chi ha deciso il contenuto degli appelli e sopratutto i contenuti che tu nell’articolo dici di essere quelli portanti della Campagna Dico 32. Guardando il sito europeo vedo che in altre Nazioni vi sono molte iniziative di cui viene dato conto nel sito stesso. In Italia dal 7 aprile ad oggi cosa si è fatto? Lo so, era in programma a Milano un convegno ma come ennesima celebrazione di questa scadenza che non è il risultato di un percorso di mobilitazione ma solo la ripetizione di slogan. Basta dire solo quello che desideriamo senza mai analizzare cosa sta succedendo nel mondo dove intere catene ospedaliere sono oggetto di scalate di gruppi finanziari internazionali, dove interi settori sono privatizzati e sono fuori controllo dagli stessi stati qualora gli stati volessero veramente fare politiche di sanità pubblica? Anche in Italia, complici alcune Regioni e con assenso tacito del governo di turno la presenza della gestione privata di settori sanitari cresce come cresce il peso politico delle lobby della cosiddetta white economy. Nel messaggio c’è un accenno a questa evoluzione a questo cancro che sta svuotando dal di dentro i Servizi Sanitari Nazionali. Ci si scaglia contro il peccato ma mai contro il peccatore come se la campagna dico 32 non ritenesse, a torto del suo nome, anche essere denuncia puntuale dei processi di privatizzazione. Rischia di essere così un etichetta con pochi gestori che pensano di avere l’esclusività. Lo scambio di informazioni e di conoscenze durante l’anno è raro, almeno per quanto mi riguarda. Dichiarare che è in atto un contrasto ai processi di smantellamento e privatizzazione dei sistemi sanitari pubblici e l’obiettivo di intervenire su tali dinamiche in modo coordinato e anche a livello europeo e che in Italia questo viene fatto da Campagna Dico 32 mi sembra veramente non esatto. Come meraviglia che nell’articolo mandato a Salute Internazionale non c’è nessun riferimento alla strage che è avvenuta e sta avvenendo senza freni. Migliaia di anziani abbandonati a se stessi nelle case e nelle RSA. Non c’è nessun riferimento agli operatori sanitari che sono stati lasciati da soli senza strumenti di difesa del contagio. Anche lo slogan “diffondere la solidarietà non il virus” mi sembra molto di speranza e carità, ma non chiede e si pone come obiettivo misure concrete politiche economiche per bloccare e ridurre l’impatto della pandemia. Così ancora una volta sarà una semplice esibizione di cartelli con slogan e di lenzuola bianchi con qualche scritta, Dovremmo invece accanto agli striscioni mettere un drappo nero di lutto e di protesta e di richiesta di giustizia. Un grido corale e non solo un sussurro di slogan. In Lombardia si sta diffondendo lo sdegno per la strage e le grida di lutto e di dolore sembrano chiudere una cosa sola: GIUSTIZIA. Invece vogliono dare già l’impunità urbi ed orbi. Il prossimo 7 aprile nel 2021 sicuramente vedrà molte cose cambiate. il Coronaexit non è detto che produrrà cambiamenti nel verso auspicato da Campagna Dico 32. Molto dipenderà dalle forze che vorranno non solo difendere ma capire i modi e le forze che vogliono ulteriormente svuotare il diritto alla salute. Questo commento è mio personale e non coinvolge organizzazioni a cui faccio parte. Con stima per il lavoro che svolgi a livello internazionale. AG

  2. Gentile Aldo Gazzetti, abbiamo avuto modo di avviare e proseguire questo scambio nella lista della Campagna Dico32. Risprendo anche qui gli elementi essenziali della mia risposta, in cui ringraziavo per il commento e mi dicevo d’accordo con la maggior parte delle osservazioni formulate. Soprattutto sul fatto che confronto e mobilitazione coordinata sono carenti durante l’anno e in questo modo il 7 aprile rischia di essere ‘solo la ripetizione di slogan’. Tuttavia, la Campagna racchiude molte persone e realtà che sono attive durante l’anno, il salto che resta fare è quello di una maggiore sinergia e programmazione. Venendo al 7 aprile, effettivamente forse ti è sfuggito che i messaggi sono stati condivisi in bozza nella lista della Campagna Dico32, prima di essere finalizzati. Qualcuno ha commentato e laddove possibile ne è stato tenuto conto. Senz’altro se lo avessimo fatto più tempestivamente ci sarebbe stata maggiore opportunità di confronto, ma siamo arrivati lunghi sui tempi – anche per lo scombussolamento legato all’attuale situazione – e non siamo riusciti a fare di meglio. D’altronde, se non lo avessimo fatto non ci sarebbe neanche nulla da commentare, perché l’adesione italiana al 7 aprile sarebbe stata – credo – significativamente più limitata.
    Su altre cose che citi, di contenuto, non ho da eccepire però non è esatto dire che non siano riportate (nel mio pezzo, senz’altro semplice e necessariamente sintetico, un accenno alle condizioni del personale sanitario lo faccio; per quanto riguarda l’ascesa degli attori commerciali c’è un comunicato della rete europea dedicato alla questione); tranne il discorso delle RSA, su cui comunque sia Vittorio Agnoletto sia Saluteinternazionale.info (per citare solo due canali che credo abbiano una buona diffusione) stanno scrivendo molto e sono entrambi parte della Campagna.

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