In ricordo di Andrea Lopes Pegna

Alfredo Zuppiroli

Un mese fa ci lasciava Andrea, uno dei più prolifici e qualificati autori di questo blog. Profondamente radicato nella cultura ebraica, Andrea ci ha sempre invitato a superare gli steccati dei vari dogmatismi, religiosi e non, secondo una prospettiva autenticamente laica.

 

Basterebbe leggere anche solo i titoli dei tanti contributi con cui per anni Andrea Lopes Pegna ha animato il dibattito su questa rivista per capire con quale rigore etico e conoscitivo Egli sapesse riflettere sul tema della relazione tra un medico ed un paziente. Suicidio assistito (da chi?), La forza di dire basta , Salvare la legge sul biotestamento, Il conflitto tra razionalità e umanità in medicina, Perché chiamarlo male incurabile.

Profondamente radicato nella cultura ebraica, Andrea ci ha sempre invitato a superare gli steccati dei vari dogmatismi, religiosi e non, secondo una prospettiva autenticamente laica. Quante volte ci ha ricordato l’importanza di due parole ebraiche, lev shomea, che possono significare sia “il cuore ascolta” che “ascolta il cuore” (Ugo Caffaz, comunicazione personale): per Andrea l’essere ebreo non si identificava necessariamente con l’essere credente od osservante, ma più ampiamente con gli aspetti culturali e con i principi etici dell’ebraismo. Uomo e medico giusto, aperto sempre all’ascolto dell’altro con un cuore intelligente, non poteva che costruire una relazione veramente autentica con i suoi pazienti, basata su un attento ascolto e su una comunicazione onesta e rispettosa.  Per restare nel mondo ebraico, Andrea soleva citare spesso Emmanuel Lévinas ed il suo richiamo a riflettere su ciò che si esige da noi: un’infinita sollecitudine nei confronti dell’esistenza e, in particolar modo, della sofferenza altrui. “L’obbligo fondamentale è individuato da Lévinas nell’affermazione Hineni (in ebraico antico significa “eccomi”, la risposta di Abramo alla chiamata di Dio): eccomi, mi metto a disposizione di un altro qui ed ora”. Ed è per questo suo esserci sempre che i malati, pur seguiti anche da altri specialisti, gli sono sempre stati così affezionati e fedeli, tanto da farlo esclamare: “finché questi ammalati continueranno a tornare da me evidentemente qualcosa non va. La qualità della relazione tra medico e paziente non è mai stata valutata come dovrebbe … le esigenze del singolo soggetto possono essere affrontate solo se chi si prende cura di lui gli è veramente vicino”.

Ed è questa vicinanza, questa prossimità, che dovrebbe essere il trait d’union fra le tante dicotomie che la Medicina moderna vive e che Andrea sapeva ben riconoscere e superare, tra cui malattia oggettiva (disease)/malattia soggettiva (illness), popolazione/individuo, mappa/territorio, razionalità/emozione. “Il medico ha la grandissima responsabilità di non creare false speranze; dovrà sempre ricordarsi che la sua missione è quella non solo di ridurre la massa tumorale, ma soprattutto quella di curare la persona ammalata fino alla fine e, quando la terapia oncologica non trova più indicazione clinica, abbia la forza di dire all’ammalato “Basta!”. Un “basta” che non significava certo abbandonare il paziente a sé stesso, come troppo spesso accade quando qualcuno esclama che “non c’è più niente da fare”. È proprio in questa fase, invece, che c’è tantissimo da fare, perché la Cura di una persona sofferente non può limitarsi al solo trattamento tecnico di una lesione. Ecco allora che Andrea difendeva strenuamente il diritto di ogni paziente a poter accedere alle Cure Palliative, denunciando l’impreparazione su questo tema della maggior parte dei medici, anche in reparti quali il Pronto Soccorso o la Terapia Intensiva, “dove la morte è considerata solo un fallimento”.

In Lui la dimensione del medico, del cittadino, dell’uomo si sono integrate al meglio, l’impegno professionale non è mai stato disgiunto da quello civile ed etico. “È necessario sempre ricordare che non si devono mai dare risposte in base al nostro pensiero morale, ma, come medici, occorre sempre sapere che una persona non deve essere trattata come incapace a prendere decisioni su sé stesso solo perché prende una decisione da noi ritenuta non saggia”: in queste parole campeggia tutta la grandezza della sua postura professionale e morale. Andrea ci ha sempre ricordato l’importanza di difendere il diritto delle persone all’autodeterminazione, perché “proprio la scelta individuale del singolo, rispetto al seguire pedissequamente le regole dettate dall’alto, nobilita e soprattutto valorizza l’uomo (il libero arbitrio, anche per i credenti ebrei, è un grandissimo valore che a ognuno ha dato l’Eterno); non a caso il Padre Eterno quando tutti dovevano seguire le stesse regole, comportamenti, lingua ecc. date dal tiranno della Torre di Babele, fa in modo che nessuno si possa riconoscere nell’altro, dando a ognuno una lingua diversa.”

Un esempio dell’impegno civile di Andrea sono stati i suoi numerosi interventi su Radio Tre, in particolare ricordo quello del settembre 2019, in concomitanza con il dibattito sollevato dal pronunciamento della Consulta sulla illegittimità costituzionale di una parte dell’articolo 580 del codice penale, quella che punisce l’aiuto al suicidio. Intervenendo a Prima Pagina, trasmissione che seguiva fedelmente ogni giorno, Andrea seppe spiegare con parole semplicissime, ricevendo i complimenti dal conduttore, una verità troppo spesso dimenticata nel nostro Paese: un precetto morale di una confessione religiosa può avere valore per i fedeli che in quel credo si riconoscono ma non può e non deve diventare norma giuridica per tutti i cittadini di uno Stato laico. Nel caso specifico, se la Legge 219/2017 consente al paziente la possibilità di rifiutare o di sospendere ogni forma di terapia, anche se questa rappresenta un trattamento salvavita, senza che vi siano conseguenze civili o penali per il medico che attua la volontà del paziente, Andrea ha difeso con forza la liceità dell’aiuto al suicidio in quei casi nei quali per il paziente il porre fine alla vita rappresenta l’unico mezzo per poter cessare le proprie sofferenze, riconoscendo il diritto di ogni persona ad avere l’ultima parola sulle questioni che riguardano la propria salute. E se oggi possiamo definire laica questa posizione, dobbiamo ad Andrea l’averci fatto conoscere parole di otto secoli fa, quelle del grande medico rabbino Mosè Maimonide: “Il medico è responsabile non solo della salute fisica, ma anche del suo stato di benessere; poiché Dio dà all’uomo l’obbligo e la responsabilità di preservare la propria vita, deve essere l’uomo stesso l’ultimo a decidere sul proprio corpo”.

Ma se il principio di autodeterminazione non deve essere messo in discussione, bisogna fare molta attenzione a lasciare il malato solo con la sua sofferenza. Andrea ha sempre cercato di essere il più vicino possibile ai suoi malati perché sapeva bene che la solitudine in cui si può trovare una persona di fronte ad una malattia dalla prognosi grave non può che aumentarne la fragilità. Lui, infatti, grazie all’infaticabile e costante presenza della moglie Giovanna ha potuto non solo ricevere quell’assistenza materiale di cui aveva bisogno, ma anche comprendere quanto l’avere sempre accanto chi si prende cura di te possa aiutarti a trovare un senso nell’ esistenza, seppur segnata dalla sofferenza.

Andrea ci ha insegnato come la sua disabilità, che lo ha costretto a progressive rinunce nell’arco della sua vita, se da una parte lo spremeva “come un agrume”, dall’altra lasciava intatto, anzi alimentava, il “succo” degli affetti, dei sentimenti, della capacità intellettiva, facendogli capire meglio di altri quanto sia difficile conoscere a pieno i problemi e le sofferenze dell’altro. “I medici devono ascoltare e vedere i loro pazienti nella completezza della loro umanità allo scopo di diminuire le loro paure, di dare spazio alla speranza (anche se limitata), di spiegare i sintomi e le diagnosi in un linguaggio adatto al particolare paziente, per testimoniargli coraggio e resistenza e per accompagnarlo nella sofferenza”. Affinché una persona ammalata possa prendere decisioni libere e consapevoli in merito alle questioni che riguardano la propria salute, deve preliminarmente essere adeguatamente informata: per questo è necessario tempo, tanto tempo, quel tempo che Andrea ha sempre dedicato ai suoi pazienti, spesso mettendosi in contrasto con certi amministratori che vedono ormai l’incontro tra un medico ed un paziente soltanto come una prestazione tecnica da misurare, temporizzare e monetizzare. “Il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura”: il comma 8 dell’articolo 1 della legge 219/17, da Lui tanto auspicata e difesa, ne sintetizza efficacemente il pensiero e l’opera.

Risorse

Alfredo Zuppiroli. Cardiologo, Presidente della Commissione Regionale di Bioetica, Collaboratore dell’Agenzia Regionale di Sanità, Regione Toscana

 

Un commento

  1. Avevo conosciuto Andrea Lopez Pegna negli anni ’70, quando era un giovane assistente della divisione di pneumologia dell’Ospedale Careggi a Firenze e, come cardiologo dello stesso ospedale, ero addetto alle consulenze nel suo reparto . Dopo ci siamo incontrati più volte nel grande ospedale. Agli inizi del 2000, prima del mio pensionamento , nella redazione del Bollettino dell’ospedale, di cui era Direttore, al di là dei suoi problemi fisici, ho potuto ancora una volta apprezzarne l’ impegno, la lucidità critica , l’ equilibrio nei giudizi e il sottofondo ironico, anche in confronto con una mia latente vis polemica. Non mi resta che confermare quanto ha scritto Alfredo Zuppiroli .Grazie Andrea, sono lieto di averti conosciuto.

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