Covid-19: che genere di pandemia

Per uscire dalla pandemia serve il rigore della scienza, l’intelligenza della medicina, la cura della politica, serve uno spazio per disegnare un’utopia, allargando i diritti, espandendosi solo così ci salveremo tutte e tutti.
A colloquio con Donatella Albini, ginecologa e consigliera comunale a Brescia.

Che ruolo spetta alle donne nella pandemia da Covid-19?

È un tempo lungo, lunghissimo questo che stiamo vivendo; stiamo, chi c’è, chi ce l’ha fatta, chi è nell’instabile terra di mezzo dell’isolamento fiduciario od obbligatorio, chi nell’angoscia di un corpo attraversato dal virus, sopravvivendo ad una pandemia globale, portandoci addosso la cicatrice, fisica ed emotiva, di questo esserci.
Le donne nella pandemia hanno conosciuto fatica e sofferenza e oggi l’umiliazione della perdita di lavoro e della precarietà. Hanno pagato un prezzo altissimo in questi mesi, perché la pandemia ha aumentato le disuguaglianze di genere, o forse è il genere a determinare differenze profonde su come la pandemia influenza la vita quotidiana di uomini e donne.

 

Quale è il carico mentale, emotivo e fisico che grava sulle spalle delle donne? Cosa ci dicono i dati in proposito?

Lo dice bene l’ultimo rapporto di Save the Children[1], della fatica di mantenere tutto in equilibrio, lavoro, casa, relazioni parentali e amicali, compiti, gioco, spesso senza poterne condividere il carico mentale e fisico.
Il rapporto IPSOS[2] di maggio ci descrive la storia della solitudine della maggior parte delle donne dentro la famiglia ( il 71% del campione tra i 31 e i 50 anni), con i figli, con gli anziani: c’è chi si è trasferita a casa dei genitori, lasciando figli e marito  per averne cura; chi si è isolata in casa col padre anziano, per proteggerlo, essendo in terapia con immunosoppressori, temendo di essere più esposta; chi è rimasta senza sosta accanto al figlio autistico, sostituendo con la tenerezza la lontananza dei servizi. Tutte hanno abbandonato piani e progetti, che avevano in mente e nel cuore.
L’ISTAT[3] poi ci dice, in linea con il dato europeo e non solo, che il tasso di infezione da Covid-19 è più alto nelle donne rispetto agli uomini, con una letalità che negli uomini è quasi doppia rispetto alle donne, tenendo presente che non tutti i paesi hanno raccolto e disaggregato i dati per sesso e genere, a conferma dell’incultura di genere troppo ancora diffusa.
È un dato il primo, sul secondo sono in corso studi, che mi pare di un’ovvietà disarmante: il 69% degli operatori sanitari è donna; l’83% degli operatori delle RSA è donna; il 70% di chi si occupa di servizi come lavanderia, pulizia catering è donna.[4]

In altre parole la cura è una sfera di attività ad appannaggio delle donne, che quasi ne definisce l’identità?

Sono le donne che svolgono i servizi essenziali, che si prendono cura della quotidianità dell’assistenza e della convivenza di uomini e donne, che hanno lavorato duro in questi mesi, quindi sono state più esposte al contagio.
La pandemia ha svelato che il lavoro delle donne è essenziale, tutto il lavoro, in ogni luogo e contesto, a partire dal lavoro domestico, non faccenda privata, ma necessità sociale improvvisamente è diventato visibile il lavoro delle donne, determinante perché il Paese possa sopravvivere.
Vero è che una certa predisposizione alla cura è una prerogativa delle donne, penso alle maestre della scuola medica Salernitana, ma anche  alle guaritrici, scomparse dalla storia ufficiale, alle levatrici, messe fuori legge, alle migliaia di donne bruciate come streghe, perché si occupavano della cura delle persone fuori dai canoni tradizionali.
Insomma la cura è patrimonio prezioso di quella storia delle donne, che va riscritta, anche a partire dalla pandemia da Covid-19.

Solitudine e distanziamento sociale durante il periodo del lockdown hanno visto crescere i numeri di una malattia sociale, quella della violenza sulle donne, assottigliando ancora un po’ l’elenco dei loro diritti…

Sì ci sono anche i diritti delle donne: le migranti spaventate, anch’esse sole, molto sole, spesso perse in contesti culturali e sociali in cui semplicemente non esistono, perché immerse in un patriarcato oscuro e violento, senza tutela. Ma anche le nostre vicine, conterranee, concittadine, anch’esse sole troppo sole in casa, isolate con chi le disprezza, le umilia, le picchia, le uccide: l’OMS parla di un aumento delle violenze domestiche del 60% durante il periodo del distanziamento sociale, distanziamento dalla rete contro la violenza, dalla rete della solidarietà, ma nei Dpcm governativi  e nelle Dgr regionali nulla su questo dolore.
Il problema che l’emergenza ha disvelato è una colpevole impreparazione e una tragica indifferenza di fronte a una  diffusa malattia sociale, di cui tutto quello che col covid-19 è accaduto è il sintomo, non la causa e la vita delle donne ne è il cuore.

Riscrivere il significato della parola cura, per darle un nuovo senso nella storia delle donne, dando un nuovo senso alla cura: oltre a questo quali sono gli ingredienti per fare tesoro della pandemia da covid-19 e ripartire da essa?

Per uscire dalla pandemia serve il rigore della scienza, l’intelligenza della medicina, la cura della politica, serve uno spazio per disegnare un’utopia, allargando i diritti, espandendosi perché solo così ci salveremo tutte e tutti.

Intervista a cura di Norina Di Blasio,  digital content editor, Think2it

Bibliografia

  1. Le Equilibriste: la maternità in Italia 2020. Save The Children, 2020
  2. Donna e cura in tempo di Covid-19. Un’indagine di Ipsos per WeWorld
  3. Impatto dell’epidemia covid-19 sulla mortalità totale della popolazione residente periodo gennaio-maggio 2020. Istat, 09.07.2020
  4. GH5050 in BMJ Global Health – Sex, gender and COVID-19: Disaggregated data and health disparities , 25.03.2020
    Sex, gender and COVID-19: Disaggregated data and health disparities. BMJ GH Blogs, 24.03.2020

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