Il Mali e la crisi del Sahel

Maurizio Murru

Nell’intera area del Sahel la situazione rimane confusa e pericolosa per la presenza di gruppi jihadisti, movimenti secessionisti, milizie popolari armate, eserciti nazionali e stranieri, forze internazionali,  contrabbando di droga, armi, oro ed esseri umani.

Dal 5 giugno scorso le strade e le piazze della capitale maliana, Bamako, sono state ripetutamente inondate da imponenti manifestazioni popolari. Una variegata coalizione di oppositori politici, leader religiosi e membri della società civile, chiamata “M5 Rassemblement des Forces Patriotiques” (M5-RFP) chiedeva le dimissioni del Presidente, Ibrahim Boubakar Keita (IBK), e del suo governo. Lo si accusava, a buona ragione, di corruzione, malgestione economica, incapacità di far fronte ai separatisti Tuareg, agli scontri interetnici e ai guerriglieri Jihadisti nel nord e nel centro del paese[1]. I discussi risultati delle elezioni parlamentari di marzo e aprile hanno gettato benzina sul fuoco dopo che la Corte Suprema ha ribaltato il verdetto elettorale di 31 dei 147 seggi riassegnandone una decina al partito del Presidente[2]. Sono riaffiorate anche le polemiche legate all’acquisto, nel 2014, di un jet presidenziale costato 40 milioni di dollari. Un acquisto che non ha giovato alla popolarità del Presidente e nemmeno alla sua credibilità presso i donatori[3]. Il governo, confermando la propria inettitudine, ha risposto ai manifestanti con un misto di anodine concessioni e scriteriata violenza. Il 10 luglio le forze dell’ordine hanno sparato sulla folla uccidendo 11 persone e ferendone un’ottantina[4]. Ad ispirare e infiammare i manifestanti ha significativamente contribuito un carismatico imam: Mahmoud Dicko. Prima di divenirne un acceso oppositore, aveva appoggiato IBK nelle elezioni del 2013. È ostile ai Jihadisti che combattono nel nord e nel centro del paese. Nel 2013, quando questi sono giunti a minacciare la capitale, ha accolto con favore l’intervento militare francese. Salvo poi criticarlo come un tentativo di ricolonizzare il paese. Viene definito intelligente, articolato, e privo di ambizioni politiche personali.[5]

Colpi di stato: una consolidata tradizione

La folla era per le strade di Bamako anche il 22 agosto scorso. Questa volta non protestava. Questa volta celebrava. Celebrava le dimissioni del Presidente, date in diretta televisiva quattro giorni prima. Dimissioni forzate dai militari che, ancora una volta, hanno preso il potere con un colpo di stato[6]. Lo avevano fatto anche nel 2012, più o meno per le stesse ragioni. Allora il Presidente era Amadou Toumani Touré, un ex militare[7]. Quando era colonnello, nel 1991, aveva, anche lui, preso il potere con un colpo di stato rovesciando l’allora Presidente Moussa Traoré che, a sua volta, aveva preso il potere con un colpo di stato nel 1968. Il Colonnello Touré promise di restituire il potere ai civili in tempi brevi. Poco più di un anno più tardi lo fece davvero. Nel 2002, da civile, si candidò alla presidenza. Fu eletto. Rieletto nel 2007, sventò un paio di colpi di stato e, alla fine, fu spodestato nel 2012. Le accuse mosse contro di lui erano le stesse mosse a IBK: corruzione, inefficienza e incapacità di fronte alla ribellione Tuareg nel Nord.

I Tuareg

Sono berberi seminomadi presenti soprattutto in Mali e Niger, ma anche in Algeria, Burkina Faso, Libia e Ciad. Si stima che siano circa 2 milioni in totale. Il gruppo più consistente, circa 950.000, vive nel nord del Mali, in un’area chiamata Azawad, vasta 220.000 Kmq[8]. Nel 1958 i Tuareg chiesero alla potenza coloniale Francese di creare un loro territorio indipendente. La richiesta fu respinta e nel 1960, all’indipendenza, l’Azawad fu incorporato nel Mali[9].  Nel gennaio 2012 hanno lanciato una nuova ribellione (la quarta) per l’indipendenza dell’Azawad. I combattenti, per lo più, venivano dalla Libia dove si erano rifugiati dagli anni ‘90, dopo l’ultima ribellione fallita. Gheddafi li ha accolti e armati e loro hanno combattuto per lui. Dopo la sua morte sono tornati nell’Azawad con molte armi, fermamente determinati ad usarle. Vari gruppi jihadisti approfittando del vuoto di potere causato dalla caduta di Toumani Touré, si infiltrarono nel nord del paese e formarono una alleanza con i Tuareg, che non durò molto. In poche settimane occuparono il nord e il centro del paese arrivando a minacciare la capitale.

Le sabbie roventi del Sahel: separatisti Tuareg, jihadisti, milizie popolari armate, contrabbandieri…

Il Sahel è un’area di più di 2.500.000 km² che copre porzioni più o meno vaste di almeno 11 paesi: Burkina Faso, Cameroon, Ciad, Etiopia, Eritrea, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal e Sudan (alcuni includono anche Kenya e Somalia). Nel corso degli anni l’intera area è stata inghiottita da una confusa guerriglia combattuta da almeno una dozzina di gruppi islamisti. Oltre a compiere attentati e combattere gli eserciti nazionali, si affrontano spesso fra di loro. Si frammentano, si scompongono, si fondono in fragili alleanze che si sfaldano e si riformano con componenti diversi in un caleidoscopico movimento difficile da seguire. Il Sahel in generale ed il Mali in particolare, sono attraversati da un vasto contrabbando di oro, droga, armi ed esseri umani.

Nel tentativo di far fronte alla minaccia jihadista, il governo del Mali (come quelli dei paesi vicini) ha promosso la nascita di milizie popolari armate di autodifesa, tutte su base etnica. Come era prevedibile, queste milizie si sono mostrate più inclini all’offesa che alla difesa. Le onnipresenti ruggini fra gruppi etnici, soprattutto Bambara, Dogon e Fulani, sono riaffiorate violentemente[10, 11]. I Fulani sono prevalentemente pastori, Dogon e Bambara prevalentemente agricoltori. I cambiamenti climatici hanno inasprito i contrasti a causa della espansione del deserto e della diminuzione di pascoli e riserve di acqua[12]. Nel nord e nel centro del Mali, nella prima metà del 2020, sono state uccise almeno 1.800 persone. Erano state altrettante nell’intero 2019. I vertici dell’esercito sono sospettati di trarre benefici dall’economia di guerra. Molte comunità si sentono più vicine ai jihadisti che a uno Stato inefficiente che fa sentire la propria presenza prevalentemente in modo repressivo e brilla per assenza quando si tratta di erogare servizi quali sanità, educazione, trasporti e sicurezza. Inettitudine e corruzione producono più jihadisti della fede religiosa.

… eserciti nazionali, eserciti stranieri, caschi blu e istruttori europei…

Nel 2013, rispondendo alla richiesta di aiuto del governo del Mali, l’allora Presidente François Hollande inviò circa 3.500 militari in una operazione che prese il nome di Opération Serval. Era prevista di breve durata. È ancora in piedi, ampliata e ribattezzata Opération Barkhane attiva, oltre che in Mali, in Niger, Burkina Faso e Ciad. Barkhane conta 4.500 effettivi e costa circa 700 milioni di euro all’anno[13]. Molti francesi vorrebbero vederne la fine. Molti Africani anche.

Quelli francesi non sono i soli militari stranieri presenti nel Mali. L’Unione Europea ha messo in piedi una missione di addestramento militare chiamata EUTM-Mali (European Union Training Mission – Mali) con 1.066 effettivi. Il suo mandato, recentemente rinnovato, arriva fino al 2024[14]. Questa missione è stata temporaneamente sospesa il 26 agosto. È nata una curiosa disputa fra il Ministro degli Affari Esteri Tedesco, Annegret Kramp-Karrenbauer, e il responsabile della diplomazia Europea Josep Borrel. Rispondendo ad una domanda specifica, la prima ha affermato che alcuni dei golpisti sono stati addestrati dalla EUTM-Mali. Borrel lo ha negato affermando che i golpisti sono stati addestrati in Inghilterra, Russia e Stati Uniti[15]. In realtà, alcuni sono stati addestrati anche in Francia e Germania.

Le Nazioni Unite sono presenti con la MINUSMA, “forza di stabilizzazione” con 15.000 effettivi[16]. Ci sono anche militari statunitensi il cui quartier generale, come quello della Barkhane, si trova in Niger. La Russia ha recentemente firmato un accordo di cooperazione militare col Mali. Infine, ci sono i militari della coalizione G5 Sahel, formata da contingenti degli eserciti di Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger. Sono circa 5.500 militari dislocati nei cinque paesi con contingenti il cui numero, di paese in paese, varia a seconda delle situazioni[17].

Le rituali condanne del golpe

Il golpe del 18 agosto ha fatto scattare le rituali condanne della comunità internazionale: Nazioni Unite, Unione Europea, Unione Africana, CEDEAO (Communauté Economique Des Etats de l’Afrique Occidentale), i governi di molti paesi hanno condannato l’azione dei militari e chiesto che il Presidente venga rimesso al suo posto[18]. Lo hanno chiesto sapendo che non succederà. Particolarmente preoccupati sono i paesi vicini. Nei prossimi mesi si dovrebbero svolgere elezioni presidenziali in Burkina Faso, Costa d’Avorio, Niger e Ghana. L’instabilità è contagiosa e, in Africa, i colpi di stato sono moneta corrente (dall’indipendenza ad oggi, ne sono stati contati 105 falliti e 100 riusciti[19]… 101 contando quello di cui stiamo scrivendo).

… e adesso?

Alla testa della giunta militare, che, con scarsa originalità si è battezzata “Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo” è stato nominato il trentasettenne Colonnello Assimi Goita, addestrato in Francia, Germania e Stati Uniti[20]. La giunta, per ora, è popolare. Ha incontrato rappresentanti del Movimento 5 Giugno e della CEDEAO. I militari hanno promesso elezioni entro tre anni. I mediatori propongono un periodo di transizione di un anno. Comunque vada, nuove elezioni anche se libere e trasparenti, non basteranno a risolvere i problemi. Occorreranno riforme costituzionali, economiche, amministrative. Soprattutto, occorrerà sostituire una intera classe politica. E non è improbabile che una nuova, eventuale, classe politica si riveli simile a quella vecchia. Nell’intera area del Sahel la situazione rimane confusa e pericolosa. Gruppi jihadisti, movimenti secessionisti, milizie popolari armate, eserciti nazionali e stranieri, forze internazionali, contrabbando di droga, armi, oro ed esseri umani. Una soluzione militare sembra fuori dalla portata delle numerose parti in causa. E il fatto che le parti in causa siano così numerose, rende una soluzione politica difficile da raggiungere.

Bibliografia

Maurizio Murru, Medico di sanità pubblica

  1. La chute inéluctable du président malien Ibrahim Boubakar Keita. Le Point- Afrique, 21.08.2020
  2. Acoup in Mali is unlikely to make matters better. The Economist, 22.08.2020
  3. Mali flies into international storm over purchase of $40 m presidential jet. The Guardian, 16.08.2014
  4. What next for Mali? The Economist, 19.08.2020
  5. Mahmoud Dicko: Mali imam challenges President Keita. British Broadcasting Corporation, 28.06. 2020
  6. Mali’s coup is cheered at home but upsets neighbours. British Broadcasting Corpotation, 21.08.2020
  7. Mali à l’aise. The Economist, 31.05.2012
  8. Who are the Tuareg? The Economist, February 21.02.2017
  9. Brugnatelli V, Attaher MA. Così daremo uno Stato ai tuareg, Intervista contenuta in “Fronte del Sahara” LIMES, 5, 2012.
  10. Mali: dangerous upsurge in abuse by ethnic militias. Human Rights Watch, 07.12.2018
  11. Avant nous étions des frères, Exactions commises par des groups d’autodéfense dans le centre du Mali. Human Rights Watch, 07.12.2018,
  12. How West Africa is under threat from Islamist militants. British Broadcasting Corporation, 13.01.2020
  13. La Francia in Sahel: Opération Barkhane compie cinque anni. Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), 01.08.2019
  14. EUTM Mali, Factsheet, consultato il 21 Agosto 2020
  15. L’Union Européenne suspends temparairement ses missions au Mali. Radio France International, 27.08.2020
  16. Mission Multidimensionnelle Intégrée des Nations Unies pour la Stabilisation au Mali (MINUSMA), Effectifs, consultato il 20 Agosto 2020
  17. Ministère de l’Europe et des Affaires Etrangères, France Diplomacy, G5 Sahel Joint Force and the Sahel Alliance, consultato il 22 Agosto 2020
  18. Radio France intérnatiolal, Mali: la CEDEAO demande le rétablissement d’IBK dans ses fonctions.
  19. Sudan Coup: Are military takeovers on the rise in Africa? British Broadcasting Corporation, 11.04.2019
  20. Mali coup leader was trained by U.S. military. Washington Post, 21.08.2020

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