Covid-19. Il caso svedese

Gavino Maciocco

La Svezia di fronte al fallimento della sua strategia basata sul no al lockdown. L’inutile sacrificio di migliaia di anziani.

La strategia anti Covid-19 della Svezia è stata fin dall’inizio la più discussa e controversa: senza lockdown, con bar, ristoranti, negozi vari e spazi pubblici rimasti aperti, con l’implicito obiettivo di raggiungere l’immunità di gregge, per garantire ai cittadini il massimo possibile di libertà e per salvaguardare – con le parole del governo – “jobs, businesses and economy”.  Le domande sono: tali obiettivi stati raggiunti? e a quale prezzo?

In un video di 14 minuti Johan Carlson, direttore generale dell’Agenzia svedese di sanità pubblica, presenta le linee generali e le motivazioni della strategia, con le poche, specifiche disposizioni per il controllo della pandemia. Un video in lingua inglese, con sottotitoli in inglese.

Ricapitolando: la strategia anti Covid-19 del governo svedese, suggerita e sostenuta dell’epidemiologo Anders Tegnell, non prevede lockdown sul modello di vari paesi europei, ma solo alcune prescrizioni:

  • Divieto di far visita nelle residenze per anziani
  • Didattica a distanza per le scuole superiori e la parziale chiusura delle università
  • Divieto di riunioni con più di 50 persone

E alcune raccomandazioni:

  • Le persone ultra70enni rimanere a casa e evitare i contatti sociali
  • Rimanere a casa in presenza di sintomi lievi, e per due giorni dopo che uno si sente bene
  • Mantenere il distanziamento fisico
  • Lavarsi frequentemente le mani
  • Evitare i viaggi non necessari
  • Favorire il lavoro a distanza

Da notare che in 14 minuti Johan Carlson non pronuncia neppure una volta la parola “mascherina” (face mask).

“Alla base della strategia del governo svedese”, scrive Haba Habib in uno dei due ampi reportage del BMJ dedicati al caso svedese[1] “sta l’implicita e controversa idea che, piuttosto che contenere la diffusione di un’infezione, un paese può raggiungere l’immunità di gregge consentendo che una parte della popolazione s’infetti, a spese della morte dei più vulnerabili. Ciò non viene detto in maniera chiara e esplicita, ma l’immunità di gregge è l’obiettivo reale del governo svedese”.

L’immunità di gregge avviene quando una grande parte della popolazione (generalmente dal 50 al 90%, dipende dal tipo di infezione) si immunizza nei confronti di un’infezione e produce l’arresto della sua diffusione. Secondo i sostenitori di tale posizione questa strategia è più sostenibile nel lungo termine rispetto alle misure più dure adottate da altri paesi.  E all’inizio sembrava funzionare, finché non si è assistito a un crescente numero di decessi: nella settimana tra il 25 maggio e 2 giugno la Svezia è stato il paese con il più alto numero di morti in Europa: una media di 5,29 morti al giorno per milione di abitanti (seguita dal Regno Unito con un tasso di 4,48).  Come si può vedere chiaramente dalla Figura 1 il livello di mortalità della Svezia – dall’inizio della pandemia alla fine di novembre – è stato di gran lunga superiore rispetto a quello degli altri paesi scandinavi (tutti in lockdown) e della Germania, e non molto inferiore rispetto alla media degli altri paesi europei (Belgio a parte!). Va notato tuttavia che la Svezia al pari di Norvegia e Finlandia presenta livelli di densità di popolazione molto bassi (rispettivamente 23, 16 e 14 ab/km2), mentre quelli di Italia, Germania e UK sono 206, 232 e 278 ab/km2, e di Belgio è 345 ab/km2.

La mortalità tra gli anziani

In Svezia l’89% dei decessi si è verificato tra le persone con più di 69 anni, metà delle quali sono morte nelle residenze per anziani. Nonostante le prescrizioni/raccomandazioni del governo, il coronavirus ha liberamente circolato in questi ambienti per la mancanza di misure protettive, come le mascherine. Un operatore (anonimo) ha riferito al BMJ: “Il personale lavora fino a 14 ore con livelli di protezione sotto lo standard e continua a lavorare anche in presenza di sintomi”[1].

Ma gli anziani si sono ammalati e sono morti anche all’interno della comunità, soprattutto se esposte al contatto con persone più giovani, come figli e nipoti[2]. In Svezia si sono eseguiti pochi test, si sono considerati non contagiosi gli asintomatici e di conseguenza non sono stati messi in quarantena i “contatti” asintomatici  (“The Public Health Agency of Sweden’s website states as long as siblings or other members of the family do not show symptoms of disease they can go to school, preschool, or their workplace.”, si legge nel citato articolo del BMJ), tutto ciò ha enormemente favorito la diffusione del coronavirus tra gli anziani.

Ma altri fattori sono entrati in gioco nell’eccesso di mortalità degli anziani, come la mancanza di terapie adeguate e di ossigeno all’interno delle residenze e l’atteggiamento “passivo” dei medici nei confronti dei pazienti anziani affetti da Covid-19. Yugue Gustafsson, professore di geriatria all’Università di Umea, notava che la percentuale di persone anziane in assistenza respiratoria a livello nazionale fosse più bassa rispetto all’anno precedente, nonostante le persone over 70 fossero le più colpite da Covid-19. Il professore esprimeva lo sconcerto nel constatare la crescente pratica dei medici di raccomandare al telefono la somministrazione di “cocktail palliativi” (a base di farmaci come morfina e midazolam, che inibiscono la respirazione) ai pazienti anziani[1].

Si sono raggiunti gli obiettivi?

Il sacrificio degli anziani e dei soggetti più vulnerabili è il prezzo da pagare nelle strategie che mirano a raggiungere l’immunità di gregge nel caso di infezione da Sars-Cov2. L’impegno del governo di tutelare questa fascia di popolazione non ha avuto successo. Un sacrificio inutile perché, nonostante le politiche di facilitazione della circolazione del virus, i dati ci dicono che i livelli di prevalenza dell’immunità da Sars-Cov2 sono lontanissimi dalle soglie dell’immunità di gregge: 7,1% a livello nazionale, 11,4% a Stoccolma e 6,3 a Göteborg[3].

Ma il sacrificio degli anziani, il prezzo da pagare per tenere aperta la società, non è servito neppure a tutelare il business e l’economia: nel secondo trimestre* del 2020 il PIL della Svezia è calato dell’8,6%, una riduzione peggiore rispetto a Finlandia e Norvegia (leggi qui qui).

La seconda ondata

Alla fine di ottobre la seconda ondata è arrivata anche in Scandinavia. In Svezia, a causa dell’aumento dei casi, delle ospedalizzazioni e delle morti, nella maggioranza delle province, a partire dal 12 novembre, sono state adottate misure più restrittive: limitazioni nell’uso dei mezzi pubblici, no al contatto fisico con persone estranee al nucleo famigliare, massimo di otto persone ai tavoli di bar e ristoranti. La regione di Uppsala ha imposto restrizioni più dure e ha parlato di “local lockdown”, suscitando l’ira dell’Agenzia svedese di sanità pubblica che non vuole sentire neppure nominare il termine lockdown, e ha derubricato le misure come “stricter guidelines”[2].

I dati degli 14 ultimi giorni (fonte: Ecdc) parlano di 263 decessi in Svezia, contro 63 in Danimarca, 34 in Norvegia e 24 in Finlandia. Come scrive il Financial Times, il rapporto tra Governo svedese e Agenzia di sanità pubblica (che non accetta modifiche alla sua strategia) si sta incrinando. Ciò che preoccupa il Governo è il crollo di fiducia della popolazione sulla gestione della pandemia: ad aprile il 73% degli svedesi approvava le politiche del governo, a novembre il consenso è calato al 42%.

Bibliografia

  1. Habib H. Has Sweden’s controversial covid-19 strategy been successful? BMJ 2020;369:m2376 http://dx.doi.org/10.1136/bmj.m2376
  2. Roxby A, Gure TR. Lesson from Sweden: where can older adults shelter from Covid-19? The Lancet, Published Online October 28, 2020 https://doi.org/10.1016/ S2666-7568(20)30035-0
  3. Habib H. Covid-19: What Sweden taught Scandinavia for the second wave. BMJ 2020;371:m4456 http://dx.doi.org/10.1136/bmj.m4456

* Dall’ultima revisione dell’01.12.2020: correzione di “semestre” in “trimestre”

6 commenti

  1. In un recente web seminar Matteo Bruschettini, epidemiologo italiano che dirige il Cochrane Sweden, affermava che la mascherina in Svezia non è stata indicata poiché si ritiene che in pratica, nel suo uso e nel maneggio che comporta nel metterla e conservarla, sarebbe, per gli svedesi, poco sicura.
    Abbiamo così appreso una informazione controintuitiva, che consiste nel fatto che gli svedesi sarebbero disciplinatissimi e non necessitanti di normative particolari ma con la mascherina… rischiano di soffiarsi il naso!

  2. Il VERO FALLIMENTO é ITALIANO, noi sia sesti al MONDO COME mortalità, calcolando che prima ci sono Stati Uniti, Brasile, India, Russia e GranBretagna che hanno, tutti una popolazione molto piú alta della nostra vuol dire che noi siamo il paese con la piú ALTA MORTALITA’ AL MONDO. Percui lascerei di parlare della Svezia. Si dovrebbe scrivere articoli sul superfallimento italiano. Aprire gli ospedali chiusi negl’anni passati per poter curare tutti, questo é quello che vorrei leggere, ma é scomodo.

    1. perdonami, ma parli a cavolo. si calcola un TASSO proprio per equiparare diverse dimensioni. il tasso è un rapporto tra morti e positivi, cosa c’entra il numero degli abitanti? il superfallimento è anche il suo che non sa cosa sia un tasso.

    2. Assolutamente d’accordo. Purtroppo è molto facile perché le fonti di informazione ufficiali dare le notizie trascinando il lettore nella direzione del pensiero unico basta sottolineare dei dati e ignorarne altri che sarebbero scomodi!

    3. Ha senso sicuramente parlare del fallimento delle politiche italiane nei confronti del nostro sistema sanitario ma ha altrettanto senso parlare della poca moralità degli svedesi che preferiscono far morire i loro anziani per salvaguardare l’economia nazionale. A questo punto vado fiero della maggior sensibilità di noi italiani consapevole che il nostro problema è innanzitutto politico.

  3. Fallimento della Svezia??? E noi? Con i nostri 70.000 morti e un’economia al collasso? Prima della pagliuzza negli occhi altrui, guardiamo la trave nei nostri!!!

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