Canada e Australia, gemelli, ma non troppo

Gino Bucchino

Il Canada ha scelto, come l’Italia, il modello dei colori e dello “stop and go” che alterna chiusure e riaperture. L’Australia che ha invece privilegiato, subito all’inizio della pandemia, la strada del “covid zero” adottando misure aggressive di sanità pubblica.

Possiamo dire, senza timore di essere smentiti, che Canada e Australia sono due paesi molto simili. Quasi gemelli. Ex colonie britanniche, indipendenti rispettivamente dal 1867 e dal 1901, sono oggi stati federali con monarchie costituzionali, fanno parte del Commonwealth e sono entrambi democrazie federali parlamentari. Ma non solo un sistema politico praticamente identico e simile livello di sviluppo e ricchezza, anche tutti gli altri indici sono molto simili, dal numero di abitanti all’aspettativa di vita, alla spesa sanitaria, al numero dei medici, al numero dei letti, alla spesa per l’educazione.

Se però andiamo a vedere la situazione Covid i due paesi sono davvero agli antipodi.

Dall’inizio della pandemia l’Australia conta meno di mille morti (35 morti per milione di abitanti) e nessun decesso dal dicembre  2020. Il Canada ha invece già superato i 22mila (590 morti per milione di abitanti). In Australia adesso sono in piena estate mentre in Canada stiamo affrontando gli ultimi giorni di un inverno con temperature costantemente a meno 10 gradi celsius. Ma questa così pesante e dolorosa differente conta dei morti a sfavore del Canada non è merito o colpa del clima, o della “migliore” o “peggiore” capacità di risposta della medicina (gli ospedali pubblici del Canada vantano un ragguardevole 4 posto nella graduatoria mondiale dei migliori ospedali).

La differenza fra i due Paesi va ricercata invece nel diverso approccio politico nella lotta al virus che ha confermato ancora una volta come un “granellino  di prevenzione vale una montagna di cura”. Un approccio politico che pone sulla coscienza del Canada 20mila morti che potevano essere evitate. Scelte politiche simili a quelle di tanti altri paesi che al pari del Canada hanno comportato un numero elevatissimo di morti. Anche il Canada ha scelto il modello dei colori e dello “stop and go” che alterna chiusure e riaperture. L’Australia che ha invece scelto, subito all’inizio della pandemia, la strada del “covid zero” adottando misure aggressive di sanità pubblica, dall’obbligo dell’uso delle mascherine, al mantenimento della distanza fisica a rigidi lock-down. L’Australia ha deciso di non attendere, per intervenire, che i numeri raggiungano un determinato livello. Anche recentemente sono bastati un singolo caso a Perth e pochi casi a Sidney per avere una risposta immediata, con stretto lock-down degli Stati  e la sospensione di quasi tutte le attività.

Certo, un lock-down facilitato anche dalla particolare, favorevole, situazione geografica del continente australiano che a tutti gli effetti è pur sempre un’isola senza paesi confinanti. Non è da poco ricordare che il Canada ha ben 180 punti di ingresso da e per gli Stati Uniti attraverso i quali ogni giorno entrano ed escono migliaia di “frontalieri”, soprattutto conducenti di camion che non vengono sottoposti a nessun controllo. Ma anche la decisione responsabile di obbligare  piuttosto che raccomandare (lo Stato di Vittoria ha già sollevato 29,5 milioni di multe).

Killarney, Queensland, a pandemic check-point. shutterstock.com, Igor Corovic.

Un articolo di The Lancet[1] mostra come i Paesi  con culture più morbide di adesione alle norme (come Canada, Stati Uniti e Europa) hanno avuto percentuali di infezione ben nove volte più alte dei paesi più rigidi nel rispetto delle norme. Paesi, come Singapore, e Corea del Sud, che non fanno affidamento ad una adesione volontaria e che impongono, quando necessario, tutta la forza della legge. Tutto il continente australe sembra, almeno nel caso della pandemia, essersi allineato a questi ultimi paesi. In una cosa l’Australia è indietro rispetto al Canada: nel continente australe la prima dose di vaccino è stata somministrata lunedì 22 febbraio. Ma è solo questione di tempo. Poco tempo. Per la fine del  prossimo mese di marzo l’Australia conta di chiudere questo gap temporale e se il piano vaccinale manterrà il programma che il Governo si è proposto raggiungerà e supererà ben presto, anche in questo, il paese gemello. Non solo perché, al pari di altri paesi, anche l’Australia ha firmato contratti per approvvigionarsi di vaccini, ma soprattutto perché sta lavorando per produrre in proprio i vaccini.  L’approvazione in Australia del vaccino AstraZeneca da parte dell’Australia’s Therapeutics Good Administration (TGA) è stata annunciata lo scorso 16 Febbraio dal primo Ministro Scott Morrison: “the vaccine has met requirements for standards, for safety, quality, and efficacy and will be provided free to Australians”.

La TGA specifica che il vaccino è “safe” per gli adulti a partire dai 18 anni con la raccomandazione di valutare caso per caso la vaccinazione agli anziani con sottostanti malattie. Il vaccino non è invece raccomandato per le donne incinte. La seconda dose dovrà essere somministrata a distanza di dodici settimane dalla prima. Questo significa – ha aggiunto il primo Ministro  – “che abbiamo adesso a disposizione due validi vaccini (Pfizer e AstraZeneca). L’iniziale approvvigionamento sarà importato, e a partire dal prossimo mese di marzo il vaccino AstraZeneca sarà prodotto in Australia”. In particolare si tratta di 3,8 milioni di dosi importate e 50 milioni di dosi prodotte in Australia, dal gigante farmaceutico CSL in partnership con la compagnia farmaceutica internazionale AstraZeneca. A partire dalla fine di marzo il gigante farmaceutico australiano CSL sarà  in grado di produrre ogni settimana 1 milione di dosi del vaccino AstraZeneca. (CSL è stata messa in piedi dal Governo australiano nel 1916 proprio per avere la capacità di produrre, senza dipendere da altri, i propri medicinali in caso di guerre e pandemie). La vaccinazione, ha precisato, il Ministro della Salute Greg Hunt è su base volontaria ma “siamo fiduciosi che il nostro appello a vaccinarsi sarà accolto favorevolmente dalla stragrande maggioranza della popolazione australiana”. La campagna di vaccinazione, iniziata ufficialmente il 22 febbraio, conta di somministrare 100mila dosi entro il 15 marzo, iniziando dagli operatori sanitari e i residenti delle case degli anziani, seguiti dagli over 70, e dagli Aborigeni e dai “Torres strait islanders” (le popolazioni originarie delle 274 isole dello stretto di Torres). Anche queste popolazioni sono state individuate come priority group  perché maggiormente affette da patologie croniche e per le condizioni di vita in ambienti ristretti e affollati.

In Canada la campagna di vaccinazione (con i vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna) è iniziata il 20 dicembre 2020, con numeri che finora non offrono motivo di soddisfazione. Questi i dati aggiornati al 10 marzo: dosi somministrate 2.526.000 (con 560.000 che hanno ricevuto anche la seconda dose). Il Primo Ministro Justin Trudeau continua a ripetere che il Canada riceverà 6 milioni di dosi entro la fine di marzo, 20 milioni entro al fine della primavera e sufficienti dosi, a inizio estate, per vaccinare tutti i canadesi entro la fine di settembre. Una promessa e un impegno che non tranquillizza affatto l’opzione pubblica perché nonostante il Canada sia stato il primo Paese al mondo a firmare un accordo con Moderna e il quarto Paese a firmare un accordo con Pfizer, sembra che nei contratti non siano state specificate le scadenze temporali e purtroppo a conferma dei timori, le compagnie farmaceutiche trincerandosi dietro la confidenzialità dei contratti si limitano a dire che l’impegno fa riferimento solo a consegne quadrimestrali e non settimanali. A dirla tutta, sul piano della popolazione vaccinata, il Canada non è messo bene nemmeno nei confronti del resto del mondo.

Il confronto con altri paesi mostra un gravissimo ritardo. 6,7% del Canada contro quasi il 100 % di Israele, il 58% degli Emirati Arabi, il 36% dell’Inghilterra, il 28% degli Stati Uniti.

Possiamo consolarci al pensiero che in tanti, troppi paesi, la parola “vaccinazione” non è stata nemmeno pronunciata? No, assolutamente no, dobbiamo e possiamo solo vergognarci.

Stride non poco osservare nel gioco dei numeri i contratti che i paesi hanno stipulato con le case farmaceutiche: 9,6 miliardi di vaccini da essere consegnati nei prossimi i mesi. Sufficienti per vaccinare la metà popolazione mondiale se i vaccini fossero distribuiti in modo paritario. Ma non è così. Il Canada ha firmato contratti per 126 milioni di dosi (bastano per coprire il 335% della sua popolazione). L’Inghilterra 227 milioni (340% di copertura della popolazione). L’Italia (e tutti i Paesi dell’Unione Europea) 140 milioni.  23 milioni il Sud Africa. Un misero 5% di copertura della popolazione nel resto dei paesi africani.

Ancora una volta siamo riusciti a dimenticarci di loro, anzi a confermare la nostra determinata cecità che ne nega addirittura l’esistenza. Nemmeno siamo preoccupati o interessati a sapere come il virus si sta diffondendo se non fosse solo per colpevolizzare l’Africa per averci mandato una pericolosa variante.

Gino Bucchino, medico, vive e lavora a Toronto (Canada).

Bibliografia

  1. Gelfand MJ et Al, The relationship between cultural tightness–looseness and COVID-19 cases and deaths: a global analysis, www.thelancet.com/oncology Vol 22 March 2021

 

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