Nel Bronx, tra gli ultimi del vaccino

Marzia Ravazzini

Gli abitanti del Bronx – in gran parte afro-americani e ispanici – sono stati i più colpiti da COVID-19, e adesso sono quelli che hanno ricevuto meno dosi di tutta New York: solo il 3% della popolazione.

Il fiume Hudson è maestoso, lento. Percorriamo il ponte George Washington che ci avvicina al Bronx, scorgendo in lontananza il ricco Upper West Side. Occorre attraversare un altro fiume per mettere piede nel quartiere più povero di New York. È una freddissima e grigia mattina di febbraio. Non c’è il traffico che di solito avvolge la Grande Mela, poche le auto che ci precedono, pozzanghere e neve sciolta che inonda le buche delle strade.

Dall’altro lato del ponte c’è una città nella città, completamente diversa ed estremamente più povera. Si vedono alcuni magazzini, stinte officine in decadimento, e poi solo grandi palazzi, alti e dallo stampo quasi sovietico, con quei mattoni rossi che qui sembrano aver perso il fascino del loro color arancione infiammato al tramonto. Tutto è più fatiscente, all’incrocio dei semafori si vedono solo afro-americani ed ispanici. Tra gli occhi delle mille piccole finestre, ci sono telecamere del famoso NYDP – la polizia di New York City – e tra l’immondizia e le auto parcheggiate, notiamo volanti un po’ ovunque. Percorriamo la 156a strada. C’è un silenzio surreale, pochissime persone camminano lente, tutte imbacuccate, alcune sirene di sottofondo. Qualche corvo si muove tra la pattumiera, ed una apparente calma ci accoglie in questo quartiere storicamente complesso.

In America COVID-19 ha duramente colpito le popolazioni più fragili, mettendo in evidenza le inequità dell’accesso alla cura [1] delle diverse minoranze. Ora queste disparità vanno di pari passo con la distribuzione del vaccino, come segnala una recente indagine della Kaiser Family Foundation che ha analizzato i primi dati raccolti sulla somministrazione delle dosi rispetto all’etnicità in 17 Stati degli USA. “Stiamo assistendo a una incongruenza tra chi sta ricevendo il vaccino e chi è stato più duramente colpito dalla pandemia”[2] ha commentato la direttrice del programma di Equità razziale e politiche di salute della stessa fondazione, Samantha Artiga.

Gli abitanti del Bronx – in gran parte afro-americani e ispanici – sono stati i più colpiti dalla COVID, e adesso sono quelli che hanno ricevuto meno dosi di tutta New York: solo il 3% della popolazione.

Un grande cartello rosso “Vaccinate New York” invita ad entrare. Il centro sociale “Andrew Jackson”, del Dipartimento degli Anziani della metropoli di New York, è un edificio basso, di un solo piano, schiacciato tra almeno una dozzina di palazzi di oltre 20 piani. L’intero isolato è gestito dall’assessorato delle case popolari dello Stato di New York City (Public Housing), con decine di migliaia di famiglie. Tutto intorno si sviluppa il quartiere, con l’immancabile campo da basket recintato, un parco giochi per i più piccoli, qualche panchina di ferro; a destra del semaforo qualche negozio, a sinistra una scuola superiore pubblica, e locali di ogni nazionalità per il cibo da asporto.

Clicca sull’immagine per sfogliare la gallery fotografica. Foto ©Marzia Ravazzini

Siamo venuti a conoscere la realtà di una delle così chiamate “Pop-up clinic”, centri vaccinali mobili che aprono per un giorno soltanto, allo scopo di somministrare i vaccini nelle zone più marginali della città, là dove gli abitanti sono vulnerabili, spesso fisicamente impossibilitati a recarsi lontano e a fissare un appuntamento in maniera autonoma, sia telefonicamente che online. Questa clinica mobile fa parte di un progetto più ampio, ideato e portato avanti da The Bronx Rising Initiative[3] (BRI) un’organizzazione no profit nata nel Marzo 2020 per contrastare la povertà ed in particolare l’insorgenza della pandemia COVID-19 a disposizione di tutti i Bronxite, gli abitanti del quartiere.  

Tomas Ramos, presidente dell’organizzazione BRI ci dà appuntamento all’interno del centro. È giovane e molto attivo. Dal bancone d’ingresso lo scorgiamo all’interno della sala vaccini, assieme ad alcuni volontari e al personale che raggruppa ben tre realtà diverse: gli infermieri del centro medico privato Morris Heights Health Center, i dipendenti dello stesso centro anziani “Andrew Jackson” e i collaboratori della sua organizzazione. Laureato in finanza, già candidato al congresso per il distretto NY-15, Ramos raccoglie fondi (in meno di un anno 2,3 milioni di dollari per le vaccinazioni) – è stato in grado di creare sinergie tra ospedali locali e la città di New York.

Il Bronx ha un nuovo primato, quello delle meno dosi di vaccino somministrate” spiega Tomas “proprio qui dove l’impatto della pandemia è stato più forte, in particolare per le persone anziane, con tassi elevati di disabilità e malattie croniche associate alla povertà, quali diabete, obesità, ipertensione”. Sono prevalentemente latinos, originari soprattutto di Porto Rico e della Repubblica Dominicana. E aggiunge: “Il problema è precedente alla pandemia. COVID-19 non ha fatto altro che evidenziare queste disuguaglianze. Ora nessuno può più negare che noi nel Bronx non abbiamo ricevuto le risorse per spezzare quel ciclo di povertà generazionale che ha colpito così a lungo la nostra comunità”.

L’obiettivo è molto ambizioso: in 8 settimane, coprire più di 15.000 anziani. Quasi 400mila persone nel Bronx vivono in alloggi di edilizia popolare. Questo centro anziani conta oltre 500 iscritti. Ma è ancora molto difficile raggiungerli. Ogni giorno Tomas e i suoi volontari portano infermieri e vaccini in una zona diversa del Bronx, dove in tutto abitano 1 milione e mezzo di persone. Il lavoro è capillare: “La conoscenza del territorio e delle persone è fondamentale”, ricorda la direttrice del centro Carmen Charlton. In questa collaborazione, la sua struttura mette a disposizione gli spazi, il personale e la lista degli anziani ma soprattutto la conoscenza dei loro problemi di salute e di povertà – questo è uno dei distretti elettorali col più basso reddito di tutti gli Stati Uniti. Il team dei volontari della Bronx Rising Initiative, poi, bussa di porta in porta, e svolge un prezioso lavoro di informazione, una buona pratica di sanità d’iniziativa.

Da dietro la sua scrivania molto caotica, Carmen ci racconta dello scetticismo degli anziani verso questo virus, “influenzati da lunghi mesi di false narrazioni televisive”, dice. E tuttora sconvolti da un passato che rimanda ad inganni e tradimenti, in cui le persone di colore vennero letteralmente usate come cavie di test. All’interno della comunità afro-americana è infatti ancora molto vivo il ricordo del cosiddetto esperimento di Tuskegee, una ricerca sulla sifilide che li ha visti vittime per 40 anni in Alabama”[4] (vedi anche Il razzismo come determinante di salute). Ed è davvero urgente informare e diffondere fiducia nel vaccino, come si legge in un accorato editoriale del New York Times ai primi di febbraio, da parte di 60 esperti afro-americani di salute[5].  E come ci conferma Cheryl Campbell, giovane infermiera del Morris Heights Health Center che monitora gli anziani in questa sala d’attesa.  Dice di aver toccato con mano gli effetti di COVID-19 in questa comunità. Adesso – spiega – il suo compito è anche vincere lo scetticismo sul vaccino, e convincere gli anziani a riceverlo.  “Quando ho saputo di questa iniziativa ne sono rimasta piacevolmente sorpresa. Era tanto che provavo a prendere un appuntamento ma non ci riuscivo da sola. Mi sembra ottimo che noi anziani e soli del quartiere possiamo scendere le scale, ed essere vaccinati”, ci dice Bernice King, classe 1938, un cappello di lana ed il portamento fiero, in attesa della sua prima dose.

“Mi hanno citofonato, e io sono scesa” sussurra Dennis, una signora elegante, afroamericana, avvolta in un cappotto nero. “Oggi è il 16 febbraio, verrò ancora il 16 marzo, per la seconda dose”, dice poi ad alta voce. “Ho 80 anni… me lo ha ricordato mia sorella perché io ho qualche problema di memoria”, confida – ma invece appare lucidissima di spirito anche se un po’ lenta nei movimenti – tenendo in mano la tessera in cui è segnato il secondo appuntamento. E con voce pacata rimarca:  ”E oggi sono felice, e sono venuta qui perché credo nella scienza”.  L’attività è abbastanza frenetica. Ci sono persone che camminano nel salone dove si vaccina, infermieri, amministratrici, soci e amici di amici del quartiere; il custode accoglie per nome gli anziani che varcano la porta. Nel corridoio dalle pareti di un giallo acceso, i passi degli ospiti sono affaticati, spesso accompagnati dal rumore di un carrellino, o di un deambulatore che li sostiene. Si sentono risate e ci sono sussurri; una televisione accesa è di sottofondo – con il sindaco di New York City De Blasio che aggiorna sui numeri della crisi in corso; vi si sovrappone il suono delle dita sulle tastiere dei computer, per inviare i dati raccolti nei formulari in tempo reale al dipartimento di Salute dello Stato di New York. Nella sala di attesa – la recovery hall – gli ospiti anziani parlano sommessamente, ma è un mormorio continuo e vitale. Si respira dinamismo e speranza; si respira voglia di tornare alla normalità, di desiderio degli abbracci mancati e di parole non comunicate da troppi mesi. Per un giorno il centro anziani si trasforma in un centro vaccinale mobile, epicentro di speranza.

Siamo alla terza settimana dal lancio dell’iniziativa. Secondo Ramos l’idea sta funzionando: ”3000 vaccinati – afferma – anche se avremmo potuto arrivare a più persone”. Il problema resta l’approvvigionamento del siero anti-COVID. “Tutto dipende dalle dosi a nostra disposizione. Avevamo chiesto 1400 vaccini la scorsa settimana al Dipartimento della Sanità dello Stato di New York. Ce ne hanno consegnati solo 500. Potremmo fare molto di più, ogni giorno in un posto diverso. Ma abbiamo le mani legate: non possiamo perché ci mancano le dosi”.  Osserviamo quanto possa essere paradossale la situazione: in certi contesti più si è in difficoltà e più è complicato ricevere aiuto. Addirittura qui una piccola organizzazione locale – nata in risposta alla COVID – è riuscita a lanciare una campagna di raccolta fondi per sostenere servizi di sanità privata, che agiscono all’interno di strutture pubbliche di un quartiere di edilizia popolare. Daniel Barber, paziente sofferente di disagio mentale, iperteso, diabetico e obeso, è il presidente del comitato di quartiere. Ci dice che il Bronx è sempre” all’ultimo posto per tutto, un luogo dimenticato da tutti”.

La porta del centro si apre, entra Marica, di Porto Rico, e saluta col gomito la sua direttrice. È minuta, una giacca di pelle aperta sul maglione di lana rosa. Ha l’appuntamento e non vede l’ora di ricevere il vaccino. Al di sopra della mascherina i suoi occhi sono felici quando si soffermano sul manifesto della campagna “I got my COVID-19 vaccine” (“Mi sono vaccinato”), dove l’icona della Statua della Libertà è raffigurata con la mascherina e un cerotto sul braccio.

All’uscita il cielo si è tinto di azzurro, l’aria è ancora pungente e sembra ci sia lo stesso immobilismo di sempre. Molti dubbi e tante domande restano nella testa; ma riprendiamo la strada in direzione opposta, verso Washington DC, con un po’ di speranza in più.

Marzia Ravazzini. Antropologa medica. Da 5 anni vive e lavora a Washington DC.

 

Bibliografia

  1. CDC. Health Equity Considerations and Racial and Ethnic Minority Groups
  2. Early State Vaccination Data Raise Warning Flags for Racial Equity. Kaiser Family Foundation, 21.01.2021
  3. Bronxrisinginitiative.com
  4. A Generation of Bad Blood. The Atlantic, 17.06.2016
  5. 60 Black Health Experts Urge Black Americans to Get Vaccinated. New York Times, 07.02.2021

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 commenti

  1. Un bellissimo articolo. Un Bronx che, per certi versi, ritroviamo anche altrove, meno netto, più liquido ma pur sempre escludente.
    Durante le settimane di stretto confinamento bastava abbassare lo sguardo in metropolitana nelle ore di punta della modaiola Milano -anche solo per inviare un whatsapp- e osservare…
    Tutti con le stesse scarpe. Stesso tipo, sì identiche!
    Unica differenza il colore. Chi nero e gialle, chi nero e arancione, grigio e blu, bianche e nere, ma tutte uguali: scarpe anti-infortunistiche. Tutti diretti nelle fabbriche, mentre i fortunati “impiegati” gustavano il telelavoro (o per usare il linguaggio milanese: lo smart-working).
    Passando dalla metropolitana alla ferrovia, qualche piccolo cambiamento. Una fiumana di ragazzi pakistani, africani, indiani…non più le anti-infortunistiche ma belle snickers usurate e l’immancabile bicicletta col valigione quadrato: i riders.
    I lavoratori che ci portavano a casa la spesa o un capriccio acquistato su amazon comodamente sul divano.
    La fiumana di ragazzi e operai che certamente -ad oggi- non sono ancora stati vaccinati…

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