Congressi medici. Basta con gli sponsor

Adriano Cattaneo

Il marketing sanitario esercita un’influenza importante sui contenuti di un congresso, piegando la scienza a proprio favore, corrompendo politiche e pratiche sanitarie, e creando conflitti di interessi che macchiano la reputazione degli operatori e ne compromette integrità, lealtà e indipendenza di giudizio

Poco più di due mesi fa, nel secondo articolo della serie del Lancet sull’allattamento (commentato anche su questo sito), si poteva leggere quanto segue:Le associazioni dei professionisti della salute dovrebbero stabilire degli standard robusti ed esigere fonti indipendenti di finanziamento per ricerche e congressi. La sponsorizzazione da parte dell’industria dei sostituti del latte materno non dovrebbe essere permessa”.[1] L’articolo si riferiva soprattutto a quella manciata di multinazionali che dominano il mercato globale: Abbott, Danone, Feihe, Freisland Campina, Nestlé e Reckitt Benckiser. Detto fatto, anche se non da parte di un congresso dedicato all’alimentazione infantile.

ECO2023 è la sigla usata per identificare il Congresso Europeo sull’Obesità, che quest’anno si terrà dal 17 al 20 maggio a Dublino, Irlanda. Si tratta di una tra le principali conferenze globali per clinici, professionisti, medici, nutrizionisti, chirurghi e ricercatori nel campo dell’obesità. Come in tutti i congressi di questo tipo, non mancano gli sponsor.[2] Quelli cosiddetti “principali” (major sponsor) pagano 85.000 sterline e hanno diritto a: un simposio sponsorizzato, uno spazio espositivo, le registrazioni di espositori e delegati, inviti alla cena dei relatori, una pubblicità a colori a tutta pagina, un profilo aziendale di mezza pagina nel programma del congresso, il riconoscimento sul sito web ECO2023 e la prima scelta di tutte le altre opportunità di sponsorizzazione, incluso il logo aziendale sulle borse dei delegati, cordini di marca, schermi e segnaletica intorno al congresso.[3]

Come riferisce una notizia del BMJ,[4] quando è stato reso visibile il sito di ECO2023, tra gli sponsor vi era la Nestlé. Il logo della ditta è stato poi sostituito da quello della PronoKal, un marchio di prodotti per perdere peso. Qualcuno ha però fatto notare che PronoKal è un marchio di proprietà della Nestlé. Salvati cielo! Sia perché molti professionisti che si occupano di obesità non gradiscono la presenza di volpi nel pollaio, sia per la storia della Nestlé, sottoposta a boicottaggio fin dagli anni ’70 del secolo scorso per il suo marketing immorale di formula infantile (latte artificiale), sui social si è scatenata una furiosa protesta contro la presenza di questo sponsor. Il rumore non è stato fatto invano perché alla fine gli organizzatori di ECO2023, la European Association for the Study of Obesity (EASO) e la sua affiliata irlandese, hanno dovuto cancellare PronoKal e Nestlé dalla lista degli sponsor e restituire le oltre 35.000 sterline che erano già state pagate.

Ma non basta. Stimolati dall’episodio, un gruppo di esperti e consulenti di obesità, soprattutto irlandesi, in compagnia di un paio di ricercatori con un notevole curriculum in tema di impatto del marketing sulla salute, hanno redatto un appello che, oltre a pretendere di cacciare la Nestlé da ECO2023, chiede di porre fine a tutte le sponsorizzazioni.[5] Ricordando che:

  • la Nestlé è uno dei leader globali nella produzione, commercializzazione e vendita di cibi ultra-processati, dei quali sono ormai provati i danni per la salute;[6]
  • la stessa Nestlé riconosce che più della metà dei suoi prodotti dovrebbero essere considerati malsani;[7]
  • uno studio recente mostra che in alcune regioni del mondo l’88% dei congressi sulla nutrizione mostra un qualche coinvolgimento dell’industria;[8]

i firmatari dell’appello ne espongono le ragioni.

Innanzitutto bisognerebbe chiamare la presenza dell’industria ai congressi con il suo nome: marketing. Lo afferma chiaramente la stessa brochure dedicata agli sponsor di ECO2023: “Potete ritagliare la vostra strategia di marketing acquistando singoli prodotti per gli sponsor che si adattino ai vostri specifici bisogni. Saremo lieti di lavorare con voi per massimizzare il ritorno per il vostro investimento, aiutandovi a scegliere dalla lista dei nostri prodotti per gli sponsor per creare un pacchetto che assicuri il successo alla vostra organizzazione. Inoltre, qualsiasi idea aggiuntiva che voi abbiate per promuovere i vostri prodotti e servizi sarà benvenuta e avrà la giusta considerazione.”[3]

In secondo luogo, le multinazionali hanno un obbligo legale nei confronti dei loro azionisti: fare profitti vendendo sempre di più. Il marketing è strumento essenziale per raggiungere questo scopo. Le sponsorizzazioni sono chiaramente uno strumento di marketing. Nessuna assemblea di azionisti rinnoverebbe il mandato a un chief executive officer (CEO) che non riesca a dimostrare che le sponsorizzazioni hanno un ritorno, ovviamente superiore a quanto investito. Chi va a un congresso sponsorizzato dovrebbe essere cosciente di ciò e del fatto che la salute non è una merce e dovrebbe quindi essere immune dal marketing.

In terzo luogo, la presenza del marketing esercita un’influenza importante sui contenuti di un congresso, piegando la scienza a proprio favore,[9] corrompendo politiche e pratiche sanitarie,[10] e creando conflitti di interessi che macchiano la reputazione degli operatori e ne compromette integrità, lealtà e indipendenza di giudizio.[11] Vi sono anche prove molto solide sul fatto che l’interazione con l’industria farmaceutica influenza inconsciamente la prescrizione di farmaci.[12]

Infine vi è uno squilibrio di potere nei congressi sponsorizzati. Mentre gli sponsor possono partecipare direttamente ai lavori, indicare relatori, organizzare banchetti espositivi e finanziare partecipanti, individui e organizzazioni della società civile portatori e portatrici di istanze indipendenti da interessi commerciali sono esclusi o non hanno gli stessi spazi e privilegi perché non possono permettersi gli investimenti necessari.

I firmatari dell’appello propongono alcune strategie per risolvere i problemi di cui sopra. Secondo loro, i comitati dei congressi sanitari dovrebbero:

  • Essere composti da individui totalmente indipendenti da interessi commerciali e privi di conflitti di interessi.
  • Avere politiche trasparenti sulle sponsorizzazioni e su qualsiasi altro tipo di coinvolgimento dell’industria.
  • Includere nei programmi dei congressi relazioni e dibattiti sui determinanti commerciali della salute.
  • Considerare la possibilità di porre totalmente fine alle sponsorizzazioni, come hanno già fatto alcune e purtroppo poche e piccole associazioni professionali.

Sul terzo punto, i determinanti commerciali della salute, il Lancet ha appena pubblicato una serie di articoli.[13] Nel terzo articolo, dedicato al che fare per ridurre l’influenza di questi specifici determinanti, gli autori citano, tra molte altre azioni, il “porre fine alla formazione scientifica sponsorizzata”. Della serie: piccole raccomandazioni crescono.

Adriano Cattaneo, Epidemiologo, Trieste.

Bibliografia

  1. Rollins N, Piwoz E, Baker P et al. Marketing of commercial milk formula: a system to capture parents, communities, science, and policy. Lancet 2023; (published online Feb 7) https://doi.org/10.1016/S0140-6736(22)01931-6
  2. https://eco2023.org/?p=Main-sponsors
  3. https://eco2023.org/docs/eco2023_sponsorship.pdf?a=456
  4. Wise J. Obesity conference ditches Nestlé as sponsor after protests. BMJ 2023;380:p737
  5. Mialon M et al. A call to the European Congress on Obesity: It’s time to remove corporate sponsorship. BMJ 2023;380:p755
  6. Swinburn BA, Kraak VI, Allender S, etal. The global syndemic of obesity, undernutrition, and climate change: The Lancet Commission report. Lancet 2019;393:-846
  7. Kirby J. Nestlé says less than half of its main portfolio is ranked as healthy. Wall Street Journal. www.wsj.com/articles/nestle-says-less-than-half-of-its-main-portfolio-is-ranked-as-healthy-53778554
  8. Mialon M, Jaramillo Á, Caro P et al. Involvement of the food industry in nutrition conferences in Latin America and the Caribbean. Public Health Nutr 2021;24:1559-65
  9. Lesser LI, Ebbeling CB, Goozner M, Wypij D, Ludwig DS. Relationship between funding source and conclusion among nutrition-related scientific articles. PLoS Med 2007;4:e5
  10. Legg T, Hatchard J, Gilmore AB. The Science for Profit Model-How and why corporations influence science and the use of science in policy and practice. PLoS One 2021;16:e0253272
  11. Bes-Rastrollo M, Schulze MB, Ruiz-Canela M, Martinez-Gonzalez MA. Financial conflicts of interest and reporting bias regarding the association between sugar-sweetened beverages and weight gain: a systematic review of systematic reviews. PLoS Med 2013;10:, e1001578
  12. Fickweiler F, Fickweiler W, Urbach E. Interactions between physicians and the pharmaceutical industry generally and sales representatives specifically and their association with physicians’ attitudes and prescribing habits: a systematic review. BMJ Open 2017;7:e016408
  13. https://www.thelancet.com/series/commercial-determinants-health
  14. 14. Friel S et al. Commercial determinants of health: future directions. Lancet, Published online March 23, 2023 https://doi.org/10.1016/S0140-6736(23)00011-9

5 commenti

  1. Mi sia concesso un breve commento derivante dalle esperienze dallaa attività ospedaliera durata 50anni sempre a tempo pieno .

    -che l’industria eserciti una pressione costante sull’ attività medica è indubbio

    — che questo favorisca una componente component “commerciale ” nella professione medica è altrettanto indubbio

    – che vi sia un eccesso di convegni e congressi è cosa nota

    – che l’industri li usi per esercitare una pressione sui medici sarebbe ingenuo negarlo

    E’ comunque altrettanto certo che congressi e convegni sono indispensabili, soprattutto
    per stabilire contatti professionali con altri colleghi.

    Allora occorre indicare e chiedere che le istituzioni pubbliche siano messe in grado di sostenere economicamente la partecipazione dei medici controllandone le finalità

    Dott. Alberto Dolara

    i

    ,

    1. Grazie per il commento.
      Per prima cosa credo che sarebbe indispensabile ridurre il numero di convegni e congressi. A tale scopo, bisognerebbe concordare dei criteri di classificazione (tema, organizzatore, luogo, costo etc) per poter dire quali sono essenziali, importanti, meno importanti, irrilevanti (o altra classificazione concordata) e cominciare a scremare.
      Poi bisognerebbe, prima di chiedere un sostegno economico alle istituzioni pubbliche per gli eventi essenziali (o altra categoria in base alla classificazione di cui sopra), organizzare le cose in maniera più austera: aule universitarie o cinema parrocchiali invece di hotel di lusso, posti raggiungibili in treno invece che in aereo, ospitalità tra pari (io ospito un collega siciliano a Trieste e lui/lei ospita me in Sicilia), pasti frugali invece di cene luculliane, rispetto per ambiente e sostenibilità etc.
      Solo a questo punto è giusto far pressione per finanziamenti pubblici. Non credo che sia giusto chiedere ai nostri concittadini di finanziare con le loro tasse un non indispensabile congresso a Sharm el Sheick.

      1. Prof Cattaneo sono perfettamente d’accordo con lei. La medicina deve rimpossessarsi di molta credibilità. Al momento mokti medici sono solo al libro paga dell’industria farmaceutica

      2. Rispondo tardivamente a questo articolo, che ho letto solo recentemente, ma rivendico qualche competenza sull’argomento dal momento che lavoro da molti anni in una Segreteria Organizzativa che allestisce ogni anno decine di Congressi e Corsi formativi in campo chirurgico, e prima di questo sono stato chirurgo frequentatore di Corsi e Congressi.
        L’Italia soffre in questo campo (ma non solo) di una ipocrita forma di schizofrenia, per la quale da una parte pretende (giustamente) che i medici siano costantemente formati e aggiornati, e dall’altra fa poco o nulla per realizzare formazione e aggiornamento.
        I medici dipendenti delle strutture pubbliche in questo sono un po’ più fortunati, perché le Aziende Sanitarie organizzano delle attività in questo senso, riservate però solo ai loro lavoratori, e che molto difficilmente riescono a coprire il fabbisogno formativo di 50 crediti ECM annuali. Io non so in quale paese abiti il Dott. Cattaneo, ma da tempo, almeno nel mio settore, Confindustria Dispositivi Medici ha adottato un Codice Etico estremamente rigido (anche più della normativa ECM): sono più realisti del re. E, di conseguenza, sono molti anni che NON si organizzano congressi in hotel di lusso, NON si organizzano pasti luculliani, si assicura solo alla faculty l’ospitalità alberghiera ma non i viaggi e i transfer. Ormai da una vita non è possibile organizzare eventi in note località turistiche, o in sedi come musei o castelli ove gli interessi artistici/ricreativi andrebbero ad interferire con l’interesse scientifico della manifestazione; durante la stagione estiva non si possono organizzare Congressi in località di mare, durante la stagione invernale non si possono organizzare Congressi in località sciistiche, gli sponsor non possono acquistare visibilità per il loro brand sostenendo l’organizzazione di pranzi e cene… e così via.
        Organizzare Congressi, lo so per esperienza diretta, costa molti soldi: e solo grazie alle aziende sponsor noi riusciamo a reperire i fondi necessari. Se l’industria non finanziasse la formazione e l’aggiornamento semplicemente formazione e aggiornamento non esisterebbero, o sarebbero quanto meno insufficienti allo scopo.
        Sarebbe assai auspicabile se ci fosse la possibilità di ottenere finanziamenti pubblici. Ma le poche volte che ci abbiamo provato, a parte le complicazioni burocratiche, abbiamo avuto anche la beffa di sentirci dire, a cose fatte, che i finanziamenti andavano a coprire solo l’eventuale deficit di bilancio dei Congressi.
        Insomma, in campo chirurgico ben vengano gli sponsor commerciali: è grazie a loro che si organizza attività di formazione e aggiornamento in Italia!

  2. Grazie per il commento, Dr Campli, meglio tardi che mai, come si suol dire.
    Noto, tanto per iniziare, che il suo commento soffre di un bias: lavorando lei, come da sua ammissione, per l’allestimento di congressi e corsi, difficile che si possa dare la zappa sui piedi. D’altro canto, anche il mio articolo soffre di bias, essendo io un esponente del movimento NoGrazie che si batte da decenni per proibire, o per lo meno regolare rigorosamente, le interferenze del mercato sulla salute.
    Ciò detto, la ringrazio per l’informazione riguardante il Codice Etico di Confindustria Dispositivi Medici, che immagino sia simile, se non uguale, a quello più generale di Confindustria, che già conoscevo. Riconosco trattarsi di un progresso rispetto alle antiche usanze, ma penso anche che non affronti il problema principale. Che le sponsorizzazioni, cioè, non siano un atto benevolo dello sponsor, ma una strategia di marketing. Non per nulla, infatti, nei bilanci delle ditte, rientrano nella voce “marketing”, e non in quella “beneficenza” o “sostegno al sistema sanitario”. E come qualsiasi investimento in marketing, devono essere seguite da un ritorno in aumentati profitti.
    Questo pero non è l’unico problema. La domanda è: i congressi medici servono a qualcosa? O meglio: contribuiscono ad aumentare conoscenze e competenze dei partecipanti, con riflessi positivi sulle pratiche? La letteratura che io conosco risponde no o, nel migliore dei casi, non si sa e bisognerebbe saperne di più. Qualche esempio:
    – una revisione del JAMA https://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/191423
    – un rapporto del centro Hastings https://www.jstor.org/stable/25165389
    – il punto di vista di John Ioannidis https://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/1105123
    – una revisione di Bernard Bloom https://www.cambridge.org/core/journals/international-journal-of-technology-assessment-in-health-care/article/abs/effects-of-continuing-medical-education-on-improving-physician-clinical-care-and-patient-health-a-review-of-systematic-reviews/F6A96427DBDC23690D6EFEC8AF0F6B0F
    – un contributo dal Kenya https://www.africanjournalofrespiratorymedicine.com/articles/do-conferences-contribute-to-continuing-medical-education–or-is-it-time-for-a-change-in-approach.pdf
    – Uno dagli USA https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0002934319302219
    Personalmente, negli ultimi due decenni di professione (sono epidemiologo materno infantile e lavoravo presso l’IRCCS Burlo Garofolo di Trieste), non sono mai andato a un congresso e non ho mai accumulato ECM in questo modo. Ho sempre preferito lo studio e il confronto in piccoli gruppi, con lavori seminariali in cui il partecipante svolge un ruolo attivo nell’insegnamento/apprendimento, alla passività di una sala congressuale. Ho seguito cioè le indicazioni date da un caro amico e collega, purtroppo mancato precocemente, in questo articolo pubblicato sul BMJ: https://www.bmj.com/content/337/bmj.a973.
    Finisco ripetendo quanto ho scritto in una risposta a un precedente commento: giusto fare pressione per investimenti pubblici nell’ECM, ma prima bisogna fare ordine in casa propria e dimostrare che le attività ECM per le quali si chiedono soldi servono a migliorare le pratiche. E in ogni caso, bisogna lavorare per diminuire, fino ad annullarla, l’interferenza del mercato, perché i fini del mercato (il profitto) e della sanita (la salute di individui e popolazioni) sono inconciliabili (o almeno difficilmente conciliabili).

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