Franco Basaglia 100 (1)

Benedetto Saraceno, Luciano Carrino,  Nerina Dirindin e Roberto Beneduce

Il giorno 11 marzo 2024 celebriamo i cento anni dalla nascita di Basaglia. Salute Internazionale ha deciso che il modo migliore per onorare questa figura fondamentale del Novecento sia quella di chiedere ad alcuni protagonisti che hanno contribuito a riflettere e lottare per l’inclusione sociale contro ogni forma di istituzione totale, a formulare in poche righe un loro pensiero sulla attualità dell’opera di Franco Basaglia.

Benedetto Saraceno

Se qualcuno mi chiedesse di associare il nome di Franco Basaglia a una virtù risponderei senza esitare: il coraggio.

Il coraggio di essere e andare contro, non solo contro l’establishment psichiatrico ma anche contro costumi e leggi che impedivano la trasformazione della psichiatria a Gorizia, a Parma e a Trieste.

Il coraggio di Basaglia ha permesso di esigere e realizzare l’impossibile che è diventato possibile.

Esigere e realizzare non una società senza diversi, ma una società diversa. Una società dove le identità si fanno deboli per dare luogo a una cittadinanza diffusa.

Il giorno 11 marzo 2024 celebriamo i cento anni dalla nascita di Basaglia, una buona occasione per assumere l’impegno a che questa celebrazione non sia l’elogio di uno scomparso ma la continuazione consapevole di un pensiero e di una opera vivi e viventi.

Salute Internazionale ha deciso che il modo migliore per onorare questa figura fondamentale del Novecento sia quella di chiedere ad alcuni protagonisti che hanno contribuito, e continuano a contribuire, a riflettere e lottare per l’inclusione sociale contro ogni forma di istituzione totale, per i diritti e per una sanità pubblica giusta e universale, a formulare in poche righe un loro pensiero sulla attualità dell’opera di Franco Basaglia.

Luciano Carrino

Psichiatra, presidente di KIP International School

 Per molte ragioni, i contributi dati da Franco Basaglia alla scienza, alla cultura e alla politica sono attuali.

Innanzi tutto, il lavoro contro i manicomi non è certo finito con l’approvazione della legge che li ha aboliti. Infatti, nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura negli ospedali generali si adottano ancora oggi pratiche di contenzione e di maltrattamento dei ricoverati. Lo stesso accade anche in molte cliniche private. Perciò si può dire che il lavoro per abolire i manicomi sia appena iniziato e sarà attuale per molto tempo.

Dove la medicina corrente vede un malato, Basaglia vedeva una persona con i suoi diritti e il suo modo di vivere. Il suo approccio, benché giusto, deve ancora diventare attuale per molti medici e operatori sanitari.

Basaglia riteneva che il manicomio fosse espressione delle dinamiche di esclusione sociale che permeano l’intera società. Lavorare per abolirlo significava anche dare un contributo per migliorare la qualità della vita sociale.

Perciò Basaglia rimarrà attuale finché vi saranno società capaci di emarginare e opprimere la gente.

Per Basaglia, la follia, piccola o grande che sia, fa parte della vita. L’esperienza di Trieste, che egli guidò, fu anche una nicchia di buona follia fatta di relazioni umane animate dal sogno di un mondo accogliente e piacevole.

Ricordo, per esempio, i “collettivi arcobaleno”, lanciati da Ugo Guarino, che usarono il disegno per svolgere una campagna educativa nelle scuole contro la violenza nei manicomi e nella vita sociale.

Ricordo gli incontri nelle osterie della vecchia Trieste, i balli organizzati sul lungomare di Barcola e tante altre iniziative, il cui messaggio era sempre che la vita può essere bella per tutti. La psichiatria, usata per lo più per contenere e reprimere i folli, diventava strumento per liberarli e trasmettere un pizzico di benefica follia alla società.

Basaglia, infine, fu antifascista. E questo è più attuale che mai.

Nerina Dirindin

Politica e economista, Università di Torino

In un paese sfiancato da una lunga crisi economia (dalla quale non siamo ancora usciti) e messo in ginocchio da una pandemia che ci ha lasciati tutti più insicuri, avremmo bisogno di punti di riferimento solidi, capaci di guidare ognuno di noi, in particolare i più giovani.

Nella salute mentale, un ambito dove la dignità e i diritti delle persone sono ancora spesso calpestati, abbiamo una legge (la 180/1978), riferimenti valoriali (i principi alla base del nostro welfare), testimonianze e prassi (di maestri e di operatori) che ci pongono all’avanguardia nel mondo. Molto è stato fatto, ma molto purtroppo resta ancora da fare. E le gravi sofferenze che sperimentano le persone con disturbi mentali rischiano di essere ignorate o relegate ai margini del dibattito politico, scientifico e sociale.

La storia della salute mentale in Italia è forse il caso più eclatante di una buona legge (la legge Basaglia) che, approvata da un’ampia maggioranza, è stata – per molte parti – lasciata cadere nel nulla. Una condizione che un numero sempre più ampio di persone sperimenta sulla propria pelle.

Per questo abbiamo bisogno di smetterla di accettare acriticamente che alla salute mentale sia riservata un’attenzione del tutto marginale. Abbiamo bisogno che i professionisti e la società civile diventino testimoni di cosa si può fare e rivendichino quanto Basaglia ci ha insegnato (e che abbiamo imparato così poco).

Dobbiamo far conoscere ai giovani il pensiero di Basaglia, le ragioni dell’universalismo in sanità, i determinanti sociali della salute, le pratiche rispettose della dignità delle persone. Perché i giovani sono i depositari delle nostre speranze. E perché, pur dando spesso per scontati la libertà e i diritti di cui dispongono, in molti casi dimostrano di non voler soccombere all’indifferenza e alle inerzie consolidate. L’impossibile può diventare – come diceva Basaglia – possibile.

Roberto Beneduce

Antropologo, Università di Torino

Dentro una prospettiva che invoca la decolonizzazione dei saperi, delle pratiche, dei paradigmi, Basaglia è oggi protagonista per molte ragioni. La sua decostruzione della diagnosi psichiatrica, di cui misura tutta la violenza e la complicità con l’ordine sociale, è il primo antidoto che egli lascia alle nuove generazioni, spesso ipnotizzate dalle nuove categorie diagnostiche, la cui grottesca proliferazione dovrebbe in sé generare invece sospetto. Se nel dibattito internazionale di quegli anni va prendendo forma l’analisi della crescente medicalizzazione della sofferenza e del disagio, Basaglia ne ha potuto riconoscere gli esiti disastrosi ascoltando le voci dei pazienti reclusi negli ospedali psichiatrici. Senza negare la malattia mentale, egli ne coglie il valore di indice, nel senso semiotico del termina: la malattia mentale dice ciò che la società e le istituzioni mascherano. La sua lezione è profetica là dove permette di anticipare il ritorno di quadri sintomatologici che la fine del manicomio sembrava aver cancellato (come la catatonia nella cosiddetta “sindrome della rassegnazione”) e le nuove patologie della cittadinanza.

Basaglia è protagonista del nostro tempo anche per altre ragioni: del manicomio egli riconosce la natura di classe. Sa perfettamente qual è il profilo sociale di coloro che vi sono stati catturati, ed è la sensibilità verso il corpo e la parola degli esclusi a mettere in evidenza il ruolo della psichiatria nella riproduzione dei rapporti di senso, oltre che di potere. Una lettura gramsciana, si è tentati di dire, che ricorda come il comportamento degli ultimi sia spesso respinto nei recinti della patologia o della barbarie. Da qui la critica radicale dell’istituzione psichiatrica, la cui violenza è denunciata quale ne sia la forma, e il progetto di una cura della “alienazione” intesa come lotta infinita contro lo spossessamento dell’esperienza.

Basaglia è imprescindibile, inoltre, là dove le sua riflessioni ricordano il carattere coloniale e razzista delle pratiche psichiatriche: il suo ripetuto richiamo a Fanon e alla colonia, ai “dannati della terra”, alla violenza razziale, è oggi decisivo per interpretare il razzismo diagnostico e l’esclusione di cui sono oggetto immigrati e richiedenti asilo.

 

“Franco basaglia Trieste, metà anni ’70 – foto di Gian Butturini / Associazione Gian Butturini”

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