Franco Basaglia 100 (3)

Pier Aldo Rovatti, Rosy Bindi e Gianni Tognoni

Celebrando i cento anni dalla nascita di Franco Basaglia, Salute Internazionale ha deciso che il modo migliore per onorare questa figura fondamentale del Novecento sia quella di chiedere ad alcuni protagonisti che hanno contribuito, e continuano a contribuire, a riflettere e lottare per l’inclusione sociale contro ogni forma di istituzione totale, per i diritti e per una sanità pubblica giusta e universale, a formulare in poche righe un loro pensiero sulla attualità dell’opera di Basaglia.

Pier Aldo Rovatti, filosofo.

Grazie Basaglia

Abbiamo creato un muro di silenzio, o meglio di parole retoriche che ci servono per celebrare l’opera di Franco Basaglia. È ormai lontano dalla psichiatria attuale, insieme è talmente vicino al nostro disagio sociale e ai bisogni che ne nascono da risultare, con il suo pensiero e le sue pratiche, un’eredità in grado di portare ancora luce nella penombra che sta avvolgendoci. Perché questo accada dovremmo però intenderci su ciò che contiene il ringraziamento che gli dobbiamo oggi e che probabilmente dovremo mantenere molto a lungo.

In poche battute sembra improprio dar conto del contenuto di un “grazie” che non si esaurirà tanto presto: dire che Basaglia ha trasformato l’idea di salute mentale in un impegno che riguarda ciascuno di noi, abitatori di un presente asfittico e declinante in esperienze vecchie e vuote, è solo l’inizio di un processo critico da rimettere in piedi, un’autocritica che ha a che fare con il modo generalizzato di fraintendere la nostra soggettività.

Dieci anni fa ho intitolato un saggio collettivo, che nasceva da un corso di lezioni tenuto all’università di Trieste, “Restituire la soggettività”. Forse questo titolo è la cosa migliore di tutto il libro perché, più passa il tempo, più mi convinco che Basaglia parlava a ciascuno di noi avvertendoci che siamo stati derubati proprio del senso e della pratica dell’essere dei soggetti, in una prospettiva che non conosce solo il disagio mentale ma ha a che fare con un qui e ora complessivo che ogni giorno diventa più minaccioso.

Chi pensa di essere “sano” e perciò crede di stare fuori dalla mischia, si illude a proprio rischio: il disagio mentale (insomma la “follia”) – ci avverte Basaglia – appartiene a tutti e nessuno può credere di spostarlo fuori di sé, anzi è solo lavorandoci su che possiamo tentare di uscire dalla fanghiglia in cui viviamo e “restituire” a noi stessi una soggettività che si è talmente sbiadita da diventare quasi irriconoscibile. Basaglia lancia un messaggio preoccupante, avvertendoci che la salute mentale non è un problema che possiamo lasciare da parte, ma è il nostro problema, nessuno escluso.

 

Rosy Bindi, politica ed ex parlamentare, già ministro della sanità

 Realista e visionario, Franco Basaglia è stato protagonista di una rivoluzione che ha messo in discussione la violenza e il classismo del manicomio e ha profondamente segnato la cultura medica e la società italiane della seconda metà del Novecento. Ha liberato la follia dallo stigma che accompagnava i matti, con il suo corollario di controllo sociale e indicato un nuovo modo di concepire la malattia, la cura e la salute. Tutto il lavoro di Basaglia è teso a restituire dignità alla persona malata e a rispondere alla sofferenza con un approccio terapeutico che punta all’inclusione sociale.

Abbattere le mura dei manicomi non significa negare la follia, al contrario richiede una stringente assunzione di responsabilità collettiva. È questo lo spirito della legge 180 che raccoglie sul piano legislativo le pratiche di deistituzionalizzazione di Basaglia. E grazie alla 833 la salute mentale entrerà nella rete dei servizi territoriali del SSN.

A cento anni dalla nascita, l’orizzonte di libertà e responsabilità delineato da Basaglia continua a sfidarci. Il superamento degli ex Op non è stato accompagnato da un adeguato investimento, politico e culturale nella medicina di comunità.

La privatizzazione della sanità pubblica in atto da tempo ha impoverito e via via dequalificato i servizi territoriali e la presa incarico dei bisogni di salute. E si torna a parlare di devianze, si moltiplicano le forme di segregazione e istituzionalizzazione: le carceri, le residenze sanitarie per anziani non autosufficienti, i centri di rimpatrio per i migranti.

Questo centenario inizia mentre si conclude il centenario della nascita di don Lorenzo Milani.

Entrambi hanno affermato i diritti di degli ultimi e degli scartati. Entrambi hanno praticato la disobbedienza culturale, civile e non violenta a un potere ingiusto che provocava emarginazione. Entrambi hanno ispirato leggi e pratiche più giuste e solidali nella sanità, nella scuola, nell’inclusione degli stranieri. Entrambi lasciano un’eredità preziosa che non dobbiamo disperdere.

 

Gianni Tognoni, epidemiologo, segretario generale del Tribunale Permanente dei Popoli, Roma

Viviamo un tempo molto simile, anche se capovolto, al tempo della intuizione fondamentale di Basaglia, allo stesso tempo politica, culturale, e rigorosamente metodologica.

La psichiatria è, come allora, confine tra una sanità-medicina ed una società-cultura sociale in trasformazione profonda: le ‘conoscenze’ strettamente tecniche a disposizione sono le stesse. Per confrontarsi sulla attualità di Basaglia occorre confrontarsi con il capovolgimento del contesto.

Allora, con tutte le contraddizioni, la trasformazione era ‘progetto di cambiamento di paradigma’: oggi viviamo il tempo di arrivo ed espressione di un lungo degrado delle ‘regole’ di un progetto democratico senza orizzonti.

In questo contesto la psichiatria ritrova, simbolicamente e concretamente, il ruolo di indicatore di una società di inclusione o di espulsione rispetto a tutto ciò che minaccia le “regole”: dalle malattie non riconducibili a tecnologie e prestazioni economicamente sostenibili, a tutte le disabilità produttive per qualsiasi causa, ai tanti ‘migranti’, nazionali e no, da tutte le ‘diversità’ ed esclusioni.

L’attualità di Basaglia è molto semplice: solo una negazione dell’istituzione può restituire la visibilità alla priorità delle persone, non firmando mai la legalità di violare la dignità e l’autonomia: la psichiatria non può essere scusa di crimini di pace, mascherati ed impuniti.

Praticare la metodologia Basaglia in tempi di ‘amministrazioni’ specializzate in ‘contenzione’ di persone non è per nulla facile. Anzi è forse impossibile. Diventa perciò ancor più urgente ricominciare almeno a ricordarla come attuale, opportunamente declinata, in modo flessibile, diversificato.

E il modo più sicuro ed immediato (ed è il mio ultimo ricordo di/con Basaglia) è quello di una epidemiologia delle persone e delle loro vite: nessuna esclusa: dei ‘primi casi’, dei ‘non responders’, degli ‘unmet  needs’….La cura è parola  fuorviante, se non coincide, nei singoli servizi, con la documentazione, trasparente, condivisa, soprattutto di quanto NON si riesce a fare, e che necessita di habeas corpus.

Questo è il terzo ricordo collettivo di Franco Basaglia. Vedi i precedenti articoli  Franco Basaglia 100 (1) Franco Basaglia 100 (2)

 

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