Chi finanzia l’OMS

Benedetto Saraceno

La fondazione dei Gates è un decisore chiave della salute globale e c’è da chiedersi se la “governance” della salute globale vada consegnata a un ente privato che, per motivazioni non necessariamente malevole, ha il potere di decidere quali siano le emergenze sanitarie o le malattie che meritino maggiori investimenti.

Kelley Lee, docente di salute pubblica alla Simon Fraser University e autrice di un libro sull’OMS (1), ha affermato che l’agenzia soffre di “una cronica carenza di risorse che ostacola la sua capacità di adempiere con successo al suo mandato originario”. Negli anni ’90 i 194 Stati membri hanno infatti deciso di congelare i loro contributi e, dunque, il bilancio biennale dell’OMS si assottigliato sempre di più nel corso del tempo. Secondo Lawrence Gostin, direttore dell’O’Neill Institute for National and Global Health Law alla Georgetown University e direttore del Centro collaboratore dell’OMS per il diritto sanitario, l’agenzia sanitaria globale di Ginevra ha

un budget annuale inferiore a quello di un singolo grande ospedale universitario negli Stati Uniti e a un quarto del budget del “Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC)” di Atlanta. L’OMS riceve parte dei propri finanziamenti dagli Stati membri che pagano un contributo obbligatorio, calcolato sul PIL di ciascun Paese e concordato ogni due anni in occasione dell’Assemblea Mondiale della Sanità. Questi contributi coprono meno del 20% del bilancio totale dell’OMS. Ed è a causa del congelamento di una parte del suo bilancio, che l’OMS ha fatto sempre più affidamento sui contributi volontari, la cui quota è passata da circa un quarto del bilancio totale negli anni ’70 all’attuale 80%.

Ciò significa che oltre l’80% dei finanziamenti dell’OMS si basa su “contributi volontari”, ovvero qualsiasi somma di denaro donata liberamente dai donatori, siano essi Stati membri, ONG, organizzazioni filantropiche o altri enti privati.

Questi contributi volontari sono in genere destinati a progetti o malattie specifiche, il che significa che l’OMS non può decidere liberamente come utilizzarli. Dunque, l’OMS ha il pieno controllo solo su circa un quarto del suo budget. C’è dunque da chiedersi quale sia il grado di autonomia e indipendenza che l’organizzazione ha nello stabilire l’agenda della salute globale e formulare il ranking delle priorità che risulta, invece, fortemente influenzato dai donatori più ricchi, siano essi Stati Membri oppure fondazioni private.

La Fondazione Bill & Melinda Gates insieme ad altri filantropi privati è divenuta il secondo maggior donatore della OMS rendendo la organizzazione non solo dipendente nelle proprie scelte strategiche ma soprattutto dipendente nella sua stessa possibilità di sopravvivere. E fra questi donatori filantropi, la Bill &Melinda Gates costituisce certamente il maggior contribuente in quanto rappresenta l’88% dell’importo totale donato dalle fondazioni filantropiche private, seguita da Bloomberg Foundation, Wellcome Trust e Rockefeller Foundation. Giulia Carbonaro, una brillante reporter di Newsweek basata a Londra, nel suo documentatissimo articolo pubblicato da Euronews (2) non solo fornisce questi importantissimi dati ma mostra come gli Stati Uniti nel 2018-2019 siano stati il primo donatore con 893 milioni di dollari e la Bill & Melinda Gates il secondo con 531 milioni di dollari. In buona sostanza questo significa che gli Stati Uniti hanno un controllo decisivo sulle finanze della OMS.

Come si è già precedentemente ricordato questi contributi volontari sono destinati a programmi specifici identificati dal donatore e spesso devono essere utilizzati in paesi specifici, ancora indicati dal donatore. Come dire che sono i donatori che decidono per cosa spendere e dove spendere: l’eradicazione della polio, ad esempio, è stata a lungo il programma meglio finanziato dell’OMS, soprattutto perché gran parte dei contributi della Fondazione Gates sono stati indirizzati a questa malattia. Ma la concentrazione su malattie specifiche lascia l’OMS praticamente a mendicare finanziamenti per altre malattie che non interessano i donatori e per progetti di sanità pubblica come, ad esempio, la copertura sanitaria universale o la medicina di base.  In altre parole i donatori seguono una logica verticale finanziando interventi su singole malattie e ignorano la logica di sanità pubblica che si concentra orizzontalmente su aspetti sistemici.

La fondazione dei Gates è dunque oggi un decisore chiave della salute globale e, malgrado le intenzioni lodevoli dei due filantropi, c’è da chiedersi se la “governance” della salute globale vada consegnata a un ente privato che, per motivazioni non necessariamente malevole, ha il potere di decidere quali siano le emergenze sanitarie o le malattie che meritino maggiori investimenti. Il risultato è che abbiamo i settori delle malattie non trasmissibili (tumori, malattie cardiovascolari e respiratorie, diabete e malattie mentali) decisamente sotto finanziati e, conseguentemente, campagne importantissime quali quelle sull‘uso nocivo dell’alcol o sulla influenza dell’industria alimentare sulla dieta malsana che restano le Cenerentole della salute globale pubblica. Tuttavia, la questione non è tanto di dare la croce addosso alle fondazioni filantropiche e alla loro indebita influenza sulle scelte della OMS ma piuttosto quella della latitanza dei governi nel garantire finanziamenti adeguati alla organizzazione. Secondo Lawrence Gostin i problemi di finanziamento dell’OMS potrebbero essere risolti semplicemente aumentando le quote obbligatorie.

In un contesto sempre più globalizzato anche la salute diviene un fattore di politica globale, e basti pensare alla risposta frammentata alla pandemia del Covid 19 e alla tuttora irrisolta questione del costo dei vaccini e dei loro brevetti. È dunque necessaria una governance globale per cui la OMS possa in piena autonomia e secondo logiche dettate dalla sanità pubblica e dalla epidemiologia prendere decisioni globali, fare scelte di investimento, dare voce ai paesi più poveri e alle condizioni patologiche più orfane. A questo proposito il dibattito durante la assemblea generale della OMS del maggio 2024 per l’approvazione del “trattato pandemico” è un indicatore significativo delle tensioni intorno alla governance globale della salute pubblica in contrapposizione alla miope sovranità nazionale. Vi è certamente un progressivo inquinamento del discorso e dell’azione della Salute Globale dovuto alla crescente influenza di logiche economiche e di interessi commerciali (3).

Tale stato di cose impone un serio dibattito su questioni che non sono solo etiche ma anche politiche e tecniche, questioni che richiedono chiare scelte di campo e una intensa attività di Diplomazia della Salute. Si tratta infatti di costruire quel dialogo fra “agenda economica” (spesso inevitabile) e la “agenda di salute pubblica”.  La cosiddetta “Health Diplomacy” consiste in quella concertazione fra spinte economiche talvolta promosse dagli stessi paesi poveri (si pensi a economie basate magari esclusivamente sulla produzione di sostanze nocive per la salute: a Cuba lo zucchero, il tabacco e l’alcol, ad esempio) e spinte verso il miglioramento della salute pubblica. Tali contraddizioni sono in parte multinazionali ma spesso anche spesso semplicemente interne ad un paese. Tale dialogo è necessario ed urgente.

Nei prossimi dieci anni i governi e le istituzioni internazionali pubbliche e private dovranno confrontarsi su questioni divenute ineludibili (4):

  1. Quale equilibrio fra interventi nel campo della salute attraverso organismi multilaterali (le agenzie delle Nazioni Unite) e organismi bilaterali (le agenzie della cooperazione internazionale dei singoli governi)? Alla indubitabile burocrazia, inefficienza e alti costi delle Nazioni Unite si contrappone la maggiore efficienza e efficacia della relazione bilaterale fra paesi donatori e paesi recipienti. Ma non c’è dubbio che l’intervento multilaterale non promuove interessi alieni alla salute mentre quello bilaterale è spesso parte di una logica criptocoloniale e di do-ut- des che diminuisce la sovranità del paese recipiente.
  2. Quale equilibrio fra interventi promossi dalla filantropia privata (Bill e Melinda Gates Foundation, Bloomberg e molti altri) e interventi finanziati dai governi, ossia di natura pubblica? Al maggiore costo-efficacia degli interventi privati bisogna tuttavia contrapporre la maggiore trasparenza degli interventi pubblici che non celano interessi alieni alla salute pubblica. Inoltre, la identificazione delle priorità globali della salute non può essere lasciata nelle mani di un ristretto gruppo di ricchissimi filantropi che si pagano i loro tecnici e i loro consiglieri strategici.
  3. Quanto è reale la nozione di Globale? Le strategie della salute globale sono il più delle volte pensate, concepite, organizzate e programmate da centri di ricerca e da esperti esclusivamente occidentali. L’argomento spesso utilizzato per giustificare tale stato di cose è che la qualità tecnica è superiore negli ambienti di ricerca occidentali ma tale argomento non contempla il rischio della ignoranza dei bisogni e delle realtà sociali e culturali dei paesi a medio e basso reddito che non sono mai rappresentati nei comitati di esperti e nelle scelte strategiche. È necessario trovare un equilibrio fra l’eccesso di “globale” e l’eccesso di “locale” nelle strategie e negli interventi di salute globale. Se la influenza del globale può costituire un vantaggio dal punto di vista dell’impatto politico, la assenza del locale rende gli interventi astratti e privi di radicamento nelle realtà locali. Di converso, l’esclusiva logica locale degli interventi, anche se garantisce un maggior radicamento nella realtà, spesso è priva di capacità politica e di possibilità di generalizzazione su larga scala. In altre parole, pensatori che non operano e operatori che non pensano sono parimenti fonte di fallimenti. La stretta collaborazione fra globale/politico e locale/tecnico è indispensabile.

Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che i crescenti venti di sovranismo e nazionalismo indeboliscono l’idea di una comunità globale solidale e indipendente per rafforzare invece isolazionismo e egoismo sanitario. Il risultato è, come sempre, quello dell’impoverimento sanitario dei più poveri e dell’arricchimento dei più ricchi: democrazia è anche salute per tutti.

Bibliografia

  1. Lee K. The World Health Organization. Abingdon, 2008
  2. Carbonaro G. How is the World Health Organization funded, and why does it rely so much on Bill Gates? 03/02/2023.
  3. Saraceno B. (2021). La sconfitta delle strategie globali. Salute Internazionale. 14 luglio.
  4. Tribunale Permanente dei Popoli. (a cura di Fraudatario S, Tognoni G). Diritti dei popoli e disuguaglianze globali. I 40 anni del Tribunale Permanente dei Popoli. Altreconomia Editore. Milano, 2020

 

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