Benessere e decrescita, un case study

Andrea Ubiali

Il caso Noesya dimostra che modelli organizzativi alternativi, fondati sui valori della decrescita, non solo sono possibili ma già esistono e funzionano. Portare questa prospettiva anche in sanità significa immaginare un sistema più giusto, democratico e attento al benessere delle persone e del pianeta. La sfida è duplice: da un lato ampliare il dibattito politico e culturale attorno alla decrescita, dall’altro costruire reti di pratiche concrete che ne incarnino i principi. Solo così sarà possibile trasformare la salute – e l’organizzazione della società nel suo complesso – in un bene comune realmente sostenibile.

Nel 2023 Salute Internazionale aveva pubblicato un articolo sulla decrescita economica intesa come strumento per contrastare la crisi climatica e promuovere il benessere e la giustizia sociale (1). Nell’articolo si sottolineava come il tema della decrescita fosse ancora piuttosto marginale nel dibattito sulla crisi climatica, e ancora più marginale nell’ambito sanitario, sebbene qualcosa stesse iniziando a muoversi. Da allora i contributi su questo tema si sono andati via via arricchendo. Oltre al già citato lavoro dell’antropologo Jason Hickel (2), meritano attenzione gli approfondimenti di Kate Raworth, economista britannica (3), Kohei Saito, filosofo giapponese e docente presso l’Università di Tokyo (4), e Roman Krznaric, filosofo sociale (5). Anche il recente Global Health Watch 7 (6) dedica un capitolo a immaginare la transizione da “un’economia politica della malattia” a “un’economia politica del benessere”.

Una delle principali critiche mosse alla teoria della decrescita è la sua presunta irrealizzabilità. Gli autori del Global Health Watch ribaltano però l’argomento: ancora meno realistico è assumere che un’economia capitalistica possa risolvere le stesse crisi che ha contribuito a generare. Tra le politiche suggerite vi sono: la sospensione dei sussidi alle attività nocive per l’ambiente e non essenziali alla salute (ad esempio la pubblicità per prodotti insalubri, i combustibili fossili, la fast-fashion), l’introduzione di misure di tassazione progressiva per ridurre i consumi complessivi, l’adozione dei principi dell’economia circolare e il diritto alla riparazione.

Ciò che tuttavia resta ancora molto carente sono gli esempi concreti di applicazione: la maggior parte delle riflessioni si muove ancora sul piano teorico. Per questo è interessante un recente case study pubblicato quest’anno sul Journal of Business Ethics (7)

L’articolo si apre ribadendo il concetto centrale della decrescita: costruire una società sostenibile in cui l’attività economica complessiva diminuisce, mentre il benessere degli individui e delle comunità aumenta. La transizione verso una società di questo tipo evidentemente deve implicare radicali trasformazioni per le imprese e per tutte le altre forme di organizzazione economica. Sorge dunque la domanda: come può svilupparsi un’organizzazione orientata alla decrescita in una società dominata dall’ideologia capitalistica, che pone al centro crescita economica e massimizzazione dei profitti?  In questo contesto le scelte ispirate ai bisogni sociali e alle responsabilità ecologiche rimangono marginali, e in ogni caso subordinate all’imperativo del profitto. Esse vengono adottate solo quando risultano funzionali al raggiungimento di questi obiettivi e al più tollerate se non lo ostacolano. Questi assunti tuttavia non sono né inevitabili né naturali: sono il frutto del sistema di valori capitalistico, spesso percepito come neutro e depoliticizzato.

Gli autori introducono poi il concetto di valori organizzativi, ossia la cultura che plasma il processo decisionale e il modus operandi di un’organizzazione. I sistemi di valori di un’organizzazione rappresentano una forma di accordo collettivo su cosa significhi agire eticamente o “fare bene”, e conferiscono senso alle azioni individuali e collettive. I valori organizzativi sono condizionati – ma non necessariamente determinati in modo rigido – dall’ambiente sociale più ampio. Il capitalismo rappresenta una formazione sociale che domina le strutture sociali, la cultura e l’ideologia in generale, oltre che il sistema economico. In una società capitalista è dunque più facile per le organizzazioni allinearsi con i valori dominanti all’interno della società stessa (prioritarizzazione di crescita e profitti rispetto a giustizia sociale e climatica). Lo scarto che esiste tra condizionamento e determinazione, lascia però lo spazio per un’etica organizzativa alternativa, che può fondarsi su valori di decrescita piuttosto che sui valori capitalistici.

L’obiettivo dello studio è dimostrare che realtà di questo tipo, oltre ad essere teoricamente possibili, di fatto esistono già concretamente.

Il sistema di valori sotteso dalla decrescita, in aperta contrapposizione con quello dominante, poggia su quattro elementi fondamentali: 

  • Democrazia e benessere dei lavoratori

Nel modello capitalista il benessere dei lavoratori è funzionale alla produttività e quindi al profitto, mentre le decisioni vengono prese dall’alto attraverso strutture fortemente gerarchiche. Al contrario, il modello decrescita valorizza governance democratiche e non gerarchiche, ponendo il benessere dei lavoratori come un fine in sé, e non un mezzo per raggiungere altri obiettivi.

  • Giustizia sociale ed ecologica

Le imprese capitalistiche perseguono primariamente l’accumulo di capitale,  relegando i benefici sociali o ambientali a sottoprodotti eventuali e per nulla necessari. Le organizzazioni orientate alla decrescita si pongono come scopo la produzione di vantaggi per la società e per l’ambiente.

  • Apertura, collaborazione e cooperazione

La cooperazione viene proposta come alternativa alla competizione. La conoscenze e le competenze sono condivise apertamente, senza vincoli legati al profitto.

  • Innovazione e tecnologie conviviali

Nell’economia tradizionale l’innovazione è spesso orientata al profitto, tramite l’utilizzo di strategie come l’obsolescenza programmata e la non-compatibilità. La decrescita si ispira invece al concetto di convivialità elaborato da Ivan Illich (8): le tecnologie devono essere accessibili, adattabili, appropriate ed ecologiche.

 

Il case study analizza la cooperativa sociale francese Noesya (Figura 1), strutturata come Société Coopérative de Production (SCOP), una forma legale che prevede regole precise di governance: almeno il 51% degli azionisti devono essere lavoratori, con almeno il 65% dei voti. I profitti devono essere redistribuiti tra riserve interne (minimo 15%), lavoratori (minimo 25%) e altri azionisti.

Figura 1: Il logo di Noesya. https://www.noesya.coop

Noesya sviluppa digital commons, siti web a basso impatto ecologico. Tra i progetti principali figura Osuny, software open-source che consente a università e centri di ricerca di creare siti accessibili, sicuri, a basse emissioni di CO2 e retro-compatibili.

Gli intervistati hanno confermato che i quattro valori della decrescita sono centrali per la cooperativa e prioritari rispetto al profitto. La loro origine risiede nella storia dell’organizzazione, nella struttura legale adottata e nelle esperienze personali dei membri. Come affermano loro stessi: “Siamo un’isola sana in un oceano di follia”.

Lo studio mostra che è possibile adottare valori organizzativi di decrescita, creando un’alternativa etica al modello dominante. I valori distintivi di Noesya emergono come elemento di identità, distaccandosi dal contesto capitalistico. Inoltre, sono i membri stessi a definire i valori organizzativi, dimostrando che l’influenza dell’ambiente sociale non è deterministica e che valori alternativi possono affermarsi.

Le cooperative, le imprese sociali o altre forme di organizzazione (ad esempio le comunità energetiche) rappresentano spazi favorevoli per sperimentare modelli di organizzazione alternativi guidati da logiche non capitalistiche.

Il ruolo delle organizzazioni nella transizione verso una società della decrescita resta ancora poco discusso. Un aspetto poco considerato è la critica politica al capitalismo come premessa indispensabile per fare emergere sistemi valoriali diversi. Altro tema cruciale è come creare reti organizzative capaci di diffondere i valori della decrescita su scala più ampia (9).

L’interesse per queste esperienze deriva dai benefici sociali che possono generare, ma riguarda anche il mondo sanitario. I servizi sanitari, infatti, sono stati progressivamente modellati su logiche manageriali di derivazione aziendale, con focus su valutazioni economiche spesso in conflitto con il diritto alla salute. Un superamento dei valori capitalistici nell’ambito del settore sanitario potrebbe portare a molteplici benefici: 

  • Democrazia e benessere lavorativo: applicati ai servizi sanitari, contribuirebbero a migliorare la qualità e la sicurezza del lavoro oltre che a ridurre il rischio di burn-out per gli operatori. Un approfondimento sui potenziali benefici che deriverebbero da un appiattimento delle gerarchie che caratterizzano anche il settore sanitario si può trovare qui (10).
  • Giustizia sociale ed ecologica: i servizi sanitari hanno un impatto rilevante sul clima e rivestono un ruolo centrale nel promuovere l’adozione di politiche per il benessere ecosociale (11); politiche di riduzione delle emissioni e tutela ambientale produrrebbero co-benefici per salute e ambiente (12,13)
  • Apertura, collaborazione e cooperazione: oggi ostacolata da brevetti, proprietà intellettuale, paywall delle riviste scientifiche, competizione tra centri di ricerca. Una logica aperta e collaborativa basata sulla condivisione di dati, conoscenze e tecnologie favorirebbe l’innovazione diffusa. A titolo esemplificativo si può pensare alle piattaforme di ricerca open access, ai database pubblici di trial clinici, ai progetti di farmaci open source o alle reti di ospedali che sviluppano soluzioni comuni per ridurre sprechi e impatti ambientali.
  • Innovazione e tecnologie conviviali: ad esempio l’utilizzo di tecnologie aperte, accessibili e sostenibili, che favoriscano l’autonomia degli operatori, riducano la dipendenza da fornitori monopolistici e siano pensate per durare nel tempo. Strumenti medicali modulabili e riparabili, piattaforme digitali open source per la gestione clinica, software interoperabili e orientati alla privacy, soluzioni a basso impatto ambientale per diagnosi e terapia: tutti esempi di tecnologie conviviali che potrebbero migliorare la qualità dei servizi sanitari, renderli più equi e allo stesso tempo ridurne l’impronta ecologica. 

In definitiva, il caso Noesya dimostra che modelli organizzativi alternativi, fondati sui valori della decrescita, non solo sono possibili ma già esistono e funzionano. Portare questa prospettiva anche in sanità significa immaginare un sistema più giusto, democratico e attento al benessere delle persone e del pianeta. La sfida è duplice: da un lato ampliare il dibattito politico e culturale attorno alla decrescita, dall’altro costruire reti di pratiche concrete che ne incarnino i principi.

Solo così sarà possibile trasformare la salute – e l’organizzazione della società nel suo complesso – in un bene comune realmente sostenibile.

Andrea Ubiali, Medico di sanità pubblica, Bologna.

 

Bibliografia

(1) Ubiali A. Il benessere e la decrescita. Salute Internazionale, 2023. https://www.saluteinternazionale.info/2023/09/il-benessere-e-la-decrescita/

(2) Hickel J. Less Is More: How Degrowth Will Save the World (2020). ISBN: 9781786091215

(3) Raworth, Kate (2017). Doughnut Economics: Seven Ways to Think Like a 21st Century Economist. Vermont: White River Junction. p. 254. ISBN 9781603586740

(4) Kohei Saito (2024). Il capitale nell’antropocene. Einaudi. ISBN: 9788806260088.

(5) Roman Krznaric (2023).  Come essere un buon antenato. Un antidoto al pensiero a breve termine. Edizioni ambiente. ISBN: 9788866273424

(6) People’s Health Movement and the GHW7 co-producing organizations: ALAMES, Equinet, Health Poverty Action, Medact, Medico International, Sama, Third World Network, Viva Salud. 2025. Global health watch 7. Mobilizing for social justice. Chapter A1: from a political economy of disease to a political economy for wellbeing. Daraja Press. ISBN: 978-1-998309-48-1.

(7) Robra B, Pazaitis A, Levy A. “A Sane Island in an Ocean of Madness”: A Case of Alternative Organisational Ethics Through Post-Growth Values. J Bus Ethics. 2025;200(2):233-253. doi: 10.1007/s10551-024-05921-7. Epub 2025 Jan 9. PMID: 40771855; PMCID: PMC12321931.

(8) Illich. I (2001). Tools for Conviviality. Marion Boyars.

(9) Vrettos C, Hinton J, et al. (2024). A framework to asses degrowth transformative capacity of niche initiatives. Degrowth, 2.

(10) Ubiali A. 2024. “Nel caos della pandemia io contavo” Salute Internazionale. https://www.saluteinternazionale.info/2024/10/nel-caos-della-pandemia-io-contavo/

(11)Ubiali A et al. 2023. La cura per il clima è cura per la salute. Salute Internazionale.  https://www.saluteinternazionale.info/2023/07/la-cura-per-il-clima-e-cura-per-la-salute/

(12) Gao J, Kovats S, Vardoulakis S, et al. Public health co-benefits of greenhouse gas emissions reduction: a systematic review. Sci Total Environ 2018; 627: 388–402.

(13) Rodríguez-Jiménez L, Romero-Martín M, Spruell T, Steley Z, Gómez-Salgado J. The carbon footprint of healthcare settings: A systematic review. J Adv Nurs. 2023 May 17. doi: 10.1111/jan.15671. Epub ahead of print. PMID: 37198974.

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