Educazione sanitaria in carcere

Alessandro Frigerio, Massimo Agnesina, Teresa Somma e Carmela Rusciano

Mentre lavorava in carcere come medico, uno degli autori constatava la necessità di aiutare i detenuti a porre attenzione alla loro salute non solo con visite mediche individuali, ma anche con percorsi di educazione sanitaria rivolti ai detenuti stessi. Viene descritta l’attuazione pratica.

Si sente spesso parlare della necessità di fare educazione sanitaria, ma in pratica questo avviene molto raramente. Non mi risulta che nelle scuole italiane esistano corsi su questo argomento e neppure che il SSN se ne preoccupi.  L’educazione sanitaria nelle carceri è giustificata  dal decreto legislativo (22/06/1999) sul riordino della medicina penitenziaria, emanato in attuazione dell’articolo 5 della legge 30 novembre 1998, n. 419, che trasferisce le competenze sanitarie in carcere dal ministero della giustizia al ministero della salute.  In particolare, nell’articolo 1 si legge: “il SSN assicura ai detenuti (…)  azioni di protezione, di informazione e di educazione ai fini dello sviluppo della responsabilità individuale e collettiva in materia di salute (…)”. In diverse pubblicazioni si ribadisce la necessità di tale educazione in carcere (1-2-3).  Alcuni lavori riportano che nel periodo successivo alla scarcerazione è stato registrato un aumento di suicidi e di altri episodi di grave disadattamento, dovuti anche a problemi sanitari che gli ex detenuti non erano più in grado di affrontare autonomamente dopo che in carcere c’era chi se ne faceva carico per loro (1). Poche però sono state le pubblicazioni da noi trovate che riportino percorsi di educazione sanitaria nelle carceri italiane.  Le poche esperienze che abbiamo trovato in letteratura riguardano situazioni molto particolari e difficilmente riproducibili (3) (8) (7) (9).

 Il nostro proposito era quello di:

  • dare ai detenuti la possibilità di esprimere i loro bisogni sanitari, ridurre le loro ansie e poter instaurare con il personale sanitario un rapporto meno conflittuale. Abbiamo pensato di raggiungere questo primo obiettivo con una selezione dei partecipanti in piccoli gruppi il più omogenei possibili, costituiti da non più di 10 persone;
  • predisporre un percorso ripetibile e che non necessitasse di un elevato numero di operatori;
  • accrescere le conoscenze dei detenuti in modo concreto e legato ad avvenimenti che di volta in volta possono capitare nella vita carceraria.  Poiché diversi lavori in letteratura parlano di progetti verticali, (5-6-10) cioè di prevenzione di malattie specifiche, abbiamo tenuto alcuni incontri sulla prevenzione e cura del diabete, invitando  relatori esterni e i diabetici presenti tra i ristretti,  ma, avendo avuto una scarsa risposta da parte dei detenuti, non li abbiamo più ripetuti.  Abbiamo organizzato incontri monotematici, così da non compromettere il percorso in caso di assenze
  • raggiungere, seppur indirettamente, tutta la popolazione dei ristretti. Non tutti i detenuti, infatti, per motivi culturali, linguistici ecc. hanno potuto partecipare a questo percorso. Abbiamo iniziato questo lavoro con gruppi il più omogenei possibile, rimandando per ora l’approccio a persone con culture diverse, che necessitano della presenza non solo di un traduttore, ma di un vero mediatore culturale. Abbiamo adottato questo sistema sperando in un apprendimento “peer to peer” (4), spontaneo, che possa diventare utile per tutti i ristretti.

Abbiamo poi avuto un confronto con i responsabili della ASST (Azienda Socio Sanitaria Territoriale) e con la direzione carceraria della casa circondariale di Como; ciascuno per le proprie competenze ha approvato il programma proposto.   Tutto il lavoro di programmazione, con la condivisione tra operatori, dirigenti e volontari, ha richiesto un periodo di circa 8 mesi.

Questi incontri di educazione/istruzione si sono svolti presso la “Casa Circondariale di Como”, sita in una zona molto periferica della città, presso una piccola riserva naturale chiamata “il Bassone”, perché idrogeologicamente è la zona più bassa del circondario. Il carcere, costruito negli anni ’70, ha attualmente funzionanti 6 sezioni maschili, una femminile, una sezione speciale per transgender e una per “semiliberi”, per un totale di circa 450 detenuti. Viste le dimensioni ha un servizio medico generico continuo e uno infermieristico 18/24 ore e 7/7 giorni. È presente un servizio odontoiatrico per 9 ore alla settimana, uno infettivologico e uno ginecologico per 8 ore mensili ciascuno. Inoltre è presente un servizio psicologico interno dipendente da ASST, uno scolastico interno con 5 aule e biblioteca e un servizio educativo. Circa il 60% dei ristretti è costituito da  stranieri.  Riportiamo questi dati in quanto un lavoro simile non può prescindere dalla situazione reale del carcere interessato.

Questi sono gli argomenti trattati nei 6 incontri:

  • Servizio sanitario nazionale e penitenziario
  • Quando mi curo da solo o vado in farmacia, o mi rivolgo a un medico o vado in Pronto Soccorso
  • Malattie infettive di particolare interesse in luoghi ristretti: scabbia, tubercolosi, epatite c
  • Uso e abuso di farmaci
  • Curare l’ansia senza farmaci
  • Primo soccorso e test finale

Primo incontro

Partendo dalla constatazione di alcune  disfunzioni del nostro SSN, ci siamo confrontati sulla necessità di essere solidali con chi è ammalato, anche nell’interesse di tutta la collettività. Questa solidarietà nei confronti di chi è ammalato si realizza nel nostro SSN; se ne descrive il funzionamento, i limiti e gli attacchi ai quali oggi è sottoposto.

Secondo incontro

Partendo dalla necessità di trovare un aiuto in caso di malattia in ambiente extra carcerario (faccio da me, vado in farmacia, cerco un medico, vado al Pronto Soccorso…) abbiamo sottolineato quanto sia importante conoscere bene il proprio corpo e imparare ad osservare su sé stessi i parametri fisici più semplici, per poter valutare la gravità di un problema. Tutto questo per far sì che, in caso di malessere, sia più facile decidere come comportarsi e a chi eventualmente rivolgersi.

Terzo incontro

Abbiamo individuato le malattie infettive più frequenti in carcere: scabbia, tubercolosi e epatite c. Abbiamo quindi fatto una rapida descrizione di queste tre patologie e delle loro modalità di trasmissione. Abbiamo portato l’attenzione su quali possono essere i comportamenti da tenere per evitare di contrarre tutte le malattie infettive.

Quarto incontro

Sempre partendo dalle situazioni concrete vissute nel carcere, in questo incontro abbiamo velocemente passato in rassegna gli effetti secondari e le necessarie precauzioni sull’uso dei farmaci più utilizzati o richiesti dai detenuti, spiegando la differenza tra classe A, C e H, e illustrando quali siano i farmaci SOP (senza obbligo di prescrizione) e OTC (da banco). La maggior parte dell’incontro è stato usata per sottolineare la necessità e l’importanza di assumere  psicofarmaci solo su prescrizione medica,  all’ora e al dosaggio indicati. norme che tutti dovrebbero rispettare, ma che in carcere è illusorio pensare che vengano attuate.

Quinto incontro

Dopo aver sottolineato nell’incontro precedente la pericolosità di molti psicofarmaci, con uno psicologo abbiamo cercato di definire l’ansia, la rabbia e la depressione, partendo dai vissuti personali di tali fenomeni psichici. Abbiamo chiesto di condividere i metodi che ognuno utilizza per gestire ansia, rabbia e depressione cercando di investigarne le cause.  Si sono proposte alcune tecniche di rilassamento e di respirazione come alternative possibili all’uso degli psicofarmaci.

Sesto incontro

Con l’ausilio di Power Point abbiamo fatto un breve excursus sul primo soccorso in caso di arresto cardiaco, passando poi ad una esercitazione sul manichino.  Mentre alcuni facevano l’esercitazione gli altri eseguivano il test finale di apprendimento.

Risultati

Gli incontri sono iniziati nell’ottobre 2022 e si sono conclusi nell’agosto 2025, con l’effettuazione di 11 corsi  (9 nelle sezioni maschili, 1 al femminile e 1 al transgender); in totale sono stati coinvolti circa 110 persone, 75 delle quali hanno portato a termine il percorso e superato il test.  Si è avuto una perdita dei partecipanti di circa il 20% fra il primo e il secondo incontro e un altro 10% non ha potuto proseguire causa trasferimenti o scarcerazioni. Il 60% ha trovato il corso piacevole e utile e ha espresso il desiderio di poter continuare. Diversa la situazione per quanto riguarda l’unico gruppo organizzato non su libera scelta, ma per il fatto di partecipare già ad un’altra attività (centro diurno gestito da CSV Como): in questo caso l’abbandono ha interessato oltre il 60% dei partecipanti.

Il test finale è molto semplice e tutti hanno superato la soglia minima prevista.

Molto difficile valutare un risultato effettivo con i pochi “numeri” a nostra disposizione, ma considerato che altri hanno tentato progetti con obiettivi analoghi ai nostri, crediamo dimostri la necessità di continuare questo tipo di esperienze. Personalmente mi è rimasto il piacere di aver incontrato uomini e donne in un momento non facile della loro vita e di averli un po’ aiutati a trovare più senso alle loro giornate.

Conclusioni

In qualità di Coordinatore Sanitario trovo fondamentale che la popolazione detenuta abbia la possibilità di prendere coscienza della  opportunità che il nostro sistema sanitario mette loro a disposizione, proponendo livelli di cura pari rispetto ai liberi cittadini. Parimenti fondamentale è saper riconoscere i propri diritti sanitari e scoprirne le varie sfaccettature, compresi i pericoli e i danni legati alle assunzioni incongrue di terapia. Ciascun detenuto ha il diritto di essere curato. Ciascun detenuto ha il dovere di seguire le cure che gli vengono messe a disposizione. L’educazione sanitaria in carcere non può far altro che migliorare questo aspetto.

Alessandro Frigerio (medico in casa circondariale Como), Massimo Agnesina (medico coordinatore sanitario), Teresa Somma (coordinatrice servizio educativo-trattamentale). dottoressa Carmela Rusciano (responsabile mediatrice culturale)

 Bibliografia

  1. Bonato, P. P. Q., Ventura, C. A. A., & Cane, R. M. (2024). Health education initiatives for people who have experienced prison: A narrative review. Healthcare, 12, 274.
  2. Ceraudo, P. (2011). Progetto salute in carcere. Azienda USL 2 Lucca. Disponibile su www.ristretti.it/pdf6
  3. Zippati, M. (s.d.). Area studio salute. Disponibile su ristretti.it/areastudio/salute
  4. ASL Bologna. (s.d.). L’educazione tra pari. Percorso formativo sull’AIDS. Disponibile su ristretti.it
  5. (2019, Agosto 13). La salute in carcere: malattie infettive. Disponibile su www.antigone.it
  6. Dolan, K., Wirtz, A. L., Moazen, B., Ndeffo-Mbah, M., Galvani, A., Kinner, S. A., … Altice, F. L. (2016). Global burden of HIV, viral hepatitis, and tuberculosis in prisoners and detainees. The Lancet, 388(10049), 1089–1102.
  7. Regione Emilia Romagna. (2015). Interventi di promozione della salute in carcere attraverso la presenza del promotore di salute. Piano formativo. Servizio sanitario regionale.
  8. ASST Mantova. (2019, Maggio 24). Educazione sanitaria e biodanza in carcere. Comunicato stampa.
  9. Baybutt, M. (s.d.). Promoting health in prisons: a setting approach. University of Central Lancashire. Disponibile su https://www.ntnu.edu/documents/1268773379/1281783839/IUHPE+Trondheim+Prisons+MB.pdf

Autore di riferimento. Alessandro Frigerio, Ex medico carcerario, ora volontario Mail: famfritu@gmail.com

 

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