Social vietati ai minori: la stretta in Australia. Ma l’Italia non si muove per paura di Trump

L’Australia è il primo Paese ad applicare una legislazione che impone alle piattaforme «misure ragionevoli» per impedire ai minori di 16 anni di accedere senza consenso parentale.

In Italia abbiamo una delle opinioni pubbliche più determinate in Europa per regolamentare l’accesso ai social media. In particolare, lo siamo per voler limitare ai 15 anni la soglia della «maggiore età digitale», dopo la quale si può aprire un proprio profilo su TikTok, Snapchat e gli altri network senza il consenso dei genitori. Uno studio di gennaio scorso del ministero delle Imprese e del made in Italy, in collaborazione con l’Università Cattolica, mostra che in Italia il 49% dei bambini fra gli otto e i dieci anni e il 73% di quelli fra gli undici e i tredici accede «regolarmente»  alle piattaforme. Le conseguenze, immaginabili: più di una bambina undicenne su cinque è vittima di ciberbullismo, mentre i centri per la salute mentale dei minori si ritrovano sempre più sotto pressione. Gli specialisti del Day Hospital sull’anoressia dell’ospedale Bambin Gesù di Roma ricevono ormai pazienti di undici anni di età e osservano che, spesso, il lavoro di supporto e formazione svolto nel loro centro viene disfatto in poche ore dagli algoritmi non appena le pazienti tornano a casa e aprono il telefono: i social le hanno (illegalmente) profilate e le nutrono a getto continuo di contenuti tossici a scopo commerciale. La dinamica dei baby influencer in rete, truccati o vestiti per vendere prodotti ai loro coetanei, è endemica.

Stefano Vicari, che dirige la neuropsichiatria infantile del Bambin Gesù di Roma, ha individuato il momento in cui gli accessi alla sua unità ospedaliera sono esplosi: non dopo la pandemia, ma quando il crollo dei prezzi di listino ha reso gli smartphone regali da prima comunione o da cresima.

A Roma l’idea di inserire efficaci verifiche di età per l’accesso ai social è fra i rarissimi territori di condivisione fra partiti. Esiste da un anno e mezzo una proposta di legge nata in commissione parlamentare per l’Infanzia e l’adolescenza, la cui prima firmataria in Senato è l’esponente di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni, mentre capofila alla Camera è Marianna Madia del Partito democratico. Alla proposta aderiscono esponenti di Forza Italia, Lega, Italia Viva e Alleanza Verdi Sinistra, mentre i 5 Stelle, la leghista Erika Stefani e Giulia Pastorella di Azione hanno formulato proprie proposte di legge di ispirazione sostanzialmente simile. Il consenso nella società si è tradotto in un senso di urgenza in politica. Eppure, l’Italia non si muove. Tutte queste proposte sono ferme in parlamento da un anno e mezzo. E le ragioni della loro immobilità raccontano qualcosa delle trappole nascoste nelle relazioni speciali o nei compromessi con Trump.

Lo scorso ottobre il cammino della legge sui social in Italia era ormai spianato (e infatti l’ostilità lobbistica delle Big Tech contro la legge cresceva a vista d’occhio): più nessuna obiezione da Bruxelles, allineamento sugli emendamenti in Senato, il testo era pronto a passare in commissione. Appoggiava anche il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.  Poi l’11 ottobre esce un servizio dell’agenzia Agi – mai smentito – che dà atto di un intervento di Giorgia Meloni in Consiglio dei ministri. Eccolo: «Occorre essere prudenti, bisogna condividere la linea, avrebbe argomentato la premier. Il riferimento è al ministro Valditara che aveva sostenuto la proposta di alzare l’età minima per l’accesso ai social (…). La premier ha fatto capire di non essere d’accordo sulla necessità di divieti, sostenendo che anche se l’Europa appoggia la stretta non è detto che debba farlo l’Italia. Insomma, il nostro Paese non intende aderire a livello comunitario a ulteriori divieti e restrizioni». Così la nota, palesemente fatta uscire da Palazzo Chigi. Tutto si è fermato allora e l’Italia resta senza legge di tutela dei minori di fronte alle piattaforme. In privato, la premier avrebbe spiegato che doveva ancora «metterci la testa». Non sapremo mai se qualcuno dei suoi interlocutori nell’amministrazione Trump l’abbia messa per lei, chiedendole di fermare la norma in nome della relazione speciale con gli Stati Uniti.

L’accesso ai social media è una battaglia politica sempre più intensa in Italia, in Europa e a livello internazionale, per la principale risorsa strategica in questa era di competizioni geopolitiche: i bambini.  E il terreno sul quale si consuma sono i social media: TikTok, Instagram, Snapchat e YouTube, ma anche X di Elon Musk, Facebook di Mark Zuckerberg, Reddit.  Ne emergono rischi per milioni di famiglie in Italia e per miliardi nel mondo, prodotti dalla commistione di interessi fra la Casa Bianca e i oligarchi americani del Big Tech.

Brani tratti dall’articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera

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