Se il parto diventa un campo di battaglia (2)

Rossella Romano

Il caso Free Birth Society – Parte 2.  La recente inchiesta del Guardian sulla Free Birth Society offre l’occasione per collocare il fenomeno della Free Birth Society all’interno di un quadro più ampio, che riguarda la mortalità materna e neonatale a livello globale e, in particolare, nel contesto statunitense. Spostare lo sguardo su una scala più ampia consente infatti di comprendere come le scelte individuali in materia di parto si intreccino con fattori strutturali legati all’organizzazione dei sistemi sanitari e alle disuguaglianze in termini di accesso alle cure, ma anche alla qualità dell’assistenza perinatale.

Il quadro globale della mortalità materna e neonatale

Secondo le più recenti stime nel 2023 si sono verificati circa 240.000 decessi materni (2), in larga parte prevenibili; nel 2022, inoltre, circa 2,3 milioni di bambini sono morti entro i primi 28 giorni di vita (3).

Figura 1. Mortalità materna nel mondo, 2020. Fonte: Our World in Data

Gli Stati Uniti come eccezione negativa tra i Paesi ad alto reddito

Negli Stati Uniti la diffusione del freebirth si colloca all’interno di un quadro già strutturalmente critico per la salute materna. Il Paese rappresenta infatti un’eccezione tra gli altri paesi ad alto reddito essendo l’unico in cui la mortalità materna è aumentata negli ultimi decenni, contribuendo al fenomeno delle missing mothers: donne che perdono la vita per cause del tutto evitabili. I Paesi più colpiti sono Nigeria, India, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia e Pakistan che rappresentano da soli oltre i due quinti dei decessi mondiali; mentre nei Paesi ad alto reddito spiccano gli Stati Uniti. (1) Dove nel 2023 la mortalità materna si attestava a 34,2 decessi materni per 100.000 nati vivi secondo la più recente stima del Global Burden of Disease (2), a fronte di valori significativamente più bassi in altri stati comparabili, come l’Italia, dove la mortalità materna si attesta intorno ai 5 decessi per 100.000 nati vivi (4).

Questo andamento sfavorevole è il risultato di una combinazione di fattori. Tra questi figurano l’elevata prevalenza di comorbidità (come patologie cardiovascolari e età materna avanzata), l’alto tasso di parti cesarei, ma soprattutto l’assenza di un sistema sanitario universale (5). Circa 26 milioni di donne risultano prive di assicurazione sanitaria, con conseguenti barriere nell’accesso alle cure prenatali, intrapartum e postnatali (5). A ciò si aggiungono la frammentazione dell’assistenza e la limitata disponibilità di congedi parentali retribuiti, che incidono sulla continuità delle cure nel periodo perinatale.bLe conseguenze di tali criticità si distribuiscono in modo profondamente diseguale. Le donne di etnie diverse da quella bianca presentano una mortalità materna da 2,5 a 3,5 volte superiori rispetto alle donne bianche, con valori che raggiungono circa 49,5 decessi per 100.000 nati vivi, contro i 18,6 osservati nelle donne bianche (6) (Figura 1). Secondo le stime oltre l’80% di questi decessi sarebbe prevenibile, evidenziando gravi criticità nella qualità e appropriatezza dell’assistenza sanitaria. (6)

Figura 2. Maternal mortality rate, by race and Hispanic origin: United States, 2022 and 2023. Fonte: Hoyert DL. Maternal mortality rates in the United States, 2023. NCHS Health E-Stats. 2025. DOI: https://dx.doi.org/10.15620/cdc/174577.

Scelte politiche recenti e salute riproduttiva

Negli Stati Uniti questo quadro di fragilità strutturale è ulteriormente aggravato da recenti scelte politiche in materia di salute globale e diritti riproduttivi. Nel gennaio 2025 la sospensione improvvisa delle attività dell’USAID e il successivo smantellamento di una larga parte dei suoi programmi hanno avuto ripercussioni immediate sull’accesso ai servizi sanitari essenziali, comprendendo anche quelli relativi alla salute sessuale e riproduttiva. Il rilancio di iniziative ispirate alla Geneva Consensus Declaration e di progetti come Protego segnala un tentativo esplicito di ridefinire le politiche sanitarie secondo un’impostazione ideologica che privilegia modelli familiari tradizionali, limita l’accesso alla contraccezione e marginalizza l’interruzione volontaria di gravidanza e l’educazione sessuale basata su evidenze scientifiche (7). In questo contesto la riduzione dei servizi pubblici e la crescente influenza di organizzazioni religiose e ultraconservatrici contribuiscono a rafforzare una narrazione che sposta la responsabilità della salute riproduttiva dalle istituzioni alle donne.

Oltre la scelta individuale

Alla luce di quanto appena delineato il ricorso al freebirth non può essere interpretato esclusivamente come una scelta individuale o controculturale. Se da un lato alcune donne optano per un parto non medicalizzato per ragioni legate all’autonomia e alla naturalità del parto, dall’altro una quota crescente di rifiuto dell’assistenza sanitaria nasce da esperienze negative e da una profonda sfiducia nel sistema di cura. Piuttosto che interpretare il fenomeno in chiave moralizzante o colpevolizzante è necessario interrogarsi sulle condizioni strutturali che rendono plausibile il ricorso a queste pratiche. Numerosi studi, soprattutto statunitensi, documentano episodi di trattamento non rispettoso, coercizioni, mancato consenso informato, discriminazioni razziali e sociali, oltre a una diffusa percezione di ipermedicalizzazione del parto (8,9). Questi elementi possono generare una rottura radicale del rapporto di fiducia non solo con l’ospedale, ma con l’intero sistema sanitario, compresa la figura dell’ostetrica.

Il freebirth appare quindi non come una scelta estrema, ma come una risposta coerente a un sistema percepito come inaccessibile e ostile e diviene un indicatore di una frattura profonda tra donne e istituzioni sanitarie, e richiama l’urgenza di ripensare modelli di assistenza inclusivi, sicuri e realmente centrati sulla persona.

Violenza ostetrica

Una delle principali radici della sfiducia nei confronti del sistema sanitario è rappresentata da ciò che oggi viene definito violenza ostetrica. Con questa espressione si fa riferimento a un insieme di comportamenti abusanti, di gravità variabile, messi in atto da personale sanitario durante la gravidanza, il parto o il periodo post-natale. Rientrano in questa categoria abusi fisici; insulti, umiliazioni e molestie verbali; mancanza di privacy e riservatezza; negazione di analgesia o assistenza adeguata; pratiche mediche non necessarie o lesive eseguite senza consenso informato; patologizzazione di processi fisiologici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità le forme di abuso, maltrattamento e non-rispetto durante il parto sono particolarmente frequenti nei confronti di partorienti adolescenti, donne povere, non sposate, migranti, donne con HIV e, più in generale, donne razzializzate, che subiscono una combinazione di discriminazioni e barriere strutturali (10). Negli ultimi anni la violenza ostetrica ha ricevuto crescente attenzione scientifica e mediatica. Sebbene sia ancora difficile quantificare il fenomeno, in parte per l’assenza di definizioni giuridiche condivise in molti Paesi e in parte per l’assenza di un sistema ufficiale di reporting, le evidenze disponibili indicano un quadro definito dall’OMS come “allarmante” (9).

In Italia si inizia a parlare di abusi in sala parto negli anni Settanta (11). Nonostante molto sia cambiato, la situazione attuale non sembrerebbe rassicurante. Secondo un’indagine commissionata dall’Osservatorio sulla violenza ostetrica (Doxa), il 21% delle donne intervistate ha dichiarato di aver subito una qualche forma di violenza ostetrica durante la maternità, mentre quattro donne su dieci hanno lamentato un’assistenza al parto lesiva della propria dignità e integrità psicofisica e il 6% delle donne intervistate ha vissuto un’esperienza di maternità talmente traumatica da decidere di non intraprendere una nuova gravidanza (12). A lungo evitata in ambito istituzionale e governativo l’espressione “violenza ostetrica” ha faticato a essere riconosciuta, così come il fenomeno stesso. Nel report del WHO del 2014 sulla violenza ostetrica non compare il termine in forma esplicita, pur descrivendo il fenomeno come parte di pratiche irrispettose e abusanti nei confronti delle donne durante il parto (9). Nel 2019 la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Dubravka Šimonović, ha dedicato un report alla violenza ostetrica, riconoscendola come forma di violenza di genere e sostenendo la necessità di inquadrarla nella prospettiva dei diritti umani (13). In assenza di un riconoscimento pieno di queste esperienze e di risposte istituzionali adeguate alcune donne finiscono per interpretare il rifiuto dell’assistenza come l’unica via per sottrarsi a dinamiche percepite come violente o disumanizzanti.

Tra polarizzazione e responsabilità collettiva

In conclusione, citando Alessandra Vescio, autrice del libro “La salute è un diritto di genere”, se la polarizzazione del dibattito è stata la strada più facile da intraprendere, è anche quella più pericolosa. Da un lato negare le esperienze delle donne e delle persone marginalizzate e definire le loro richieste di cure dignitose come esagerazione o attacco alla categoria medica non solo rivela l’incapacità di accettare critiche e riconoscere il privilegio, ma contribuisce ad acuire le disuguaglianze e a mantenere vive gerarchie sociali e di potere. D’altro lato rifiutare la scienza e la medicina, attaccare indiscriminatamente chi vi opera e liquidare l’intero sistema sanitario come complotto o truffa, contribuisce a mettere ulteriormente in pericolo la vita delle persone, soprattutto in un sistema in cui il diritto alla salute non è equamente distribuito (14).

 

Rossella Romano, Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina preventiva,  Università di Firenze

 

Bibliografia

  1. Horton R. Offline: The scandal of missing mothers. The Lancet, Volume 407 , Numero 10536 p1316 4 aprile 2026
  2. Faith J, Martopullo I, Arndt M et al., Global, regional, and national levels and trends in maternal mortality, progress towards the Sustainable Development Goals, and mortality from COVID-19 infection in pregnant women, 1990–2023: a systematic analysis for the Global Burden of Disease Study 2023. The Lancet Obstetrics, Gynaecology, & Women’s Health, 2026;
  3. World Health Organization, UNICEF, UNFPA, World Bank Group and UNDESA/Population Division. Trends in maternal mortality 2000 to 2023: estimates by WHO, UNICEF, UNFPA, World Bank Group and UNDESA/Population Division. Geneva: World Health Organization; 2026.
  4. Istituto Superiore di Sanità (ISS), Italian Obstetric Surveillance System (ItOSS). Rapporto sulla mortalità materna in Italia 2019. Roma: ISS, 2019.
  5. Dilmaghani D, Nath KA, Garovic VD. Increasing Maternal Mortality in the United States: Looking Beneath and Beyond the Numbers. Mayo Clin Proc. 2024 Jun;99(6):873-877. doi: 10.1016/j.mayocp.2024.04.002. PMID: 38839188; PMCID: PMC11153863.
  6. Chen Y, Shiels MS, Uribe-Leitz T, et al. Pregnancy-Related Deaths in the US, 2018-2022. JAMA Netw Open. 2025;8(4):e254325. doi:10.1001/jamanetworkopen.2025.4325
  7. The Guardian, Trojan horse moment’: anti-rights groups seize chance to fill void left by US aid cuts”, Londra, 2025.
  8. Vedam S et al.; GVtM-US Steering Council. The Giving Voice to Mothers study: inequity and mistreatment during pregnancy and childbirth in the United States. Reprod Health. 2019 Jun 11;16(1):77. doi: 10.1186/s12978-019-0729-2. PMID: 31182118; PMCID: PMC6558766.
  9. Bohren MA et al.; The Mistreatment of Women during Childbirth in Health Facilities Globally: A Mixed-Methods Systematic Review. PLoS Med. 2015 Jun 30;12(6):e1001847; discussion e1001847. doi: 10.1371/journal.pmed.1001847. PMID: 26126110; PMCID: PMC4488322.
  10. WHO, The Prevention and Elimination of Disrespect and Abuse During Facility-Based Childbirth, 2014
  11. Movimento di Lotta Femminista, Basta tacere, Ferrara, 1972
  12. Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (OVOItalia) & Doxa. Le donne e il parto: indagine sulla violenza ostetrica in Italia (Ricerca presentata il 20 settembre 2017). Roma: OVOItalia / Doxa, 2017.
  13. Šimonović D., Report of the Special Rapporteur on violence against women, ONU, Consiglio per i Diritti Umani, 2019
  14. Vescio A., La salute è un diritto di genere, 2022

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