Il rogo di Amendolara
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- 15 Giugno 2026
Nicola Cocco
La morte per fuoco ad Amendolara di Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Layjad, così come l’agonia di Satnam Singh, non rappresenta un’eccezione barbarica al funzionamento del mercato, ma il suo esito più logico, coerente e strutturato: il punto di approdo in cui la biopolitica del controllo si rovescia nella necropolitica dell’abbandono.
«… Quando parlo di messa a morte non intendo semplicemente l’uccisione diretta, ma anche tutto ciò che può essere morte indiretta: il fatto di esporre alla morte o di moltiplicare per certuni il rischio di morte, o più semplicemente la morte politica, l’espulsione, il rigetto.»
— Michel Foucault, 1975-76[1]
Si chiamavano Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad e Waseem Khan. Avevano tra i 19 e i 29 anni. Erano venuti in Italia dall’Afghanistan e dal Pakistan per lavorare, per mandare qualcosa a casa, per costruirsi una vita. Il 1° giugno 2026 sono morti bruciati vivi dentro un minivan, in una stazione di servizio ad Amendolara, nel cosentino. A ucciderli sono stati due uomini che conoscevano bene: i caporali che li gestivano, Safeer Ahmed e Ali Raza. Quando i braccianti hanno rifiutato di pagare per essere trasportati, i due hanno bloccato le portiere dall’esterno e dato fuoco al mezzo. Le telecamere hanno ripreso tutto. Uno solo è riuscito a salvarsi. Mohammad Taj Alamyar, 35 anni, afghano come tre delle vittime, ha rotto il finestrino a testate ed è uscito dal fuoco con le ustioni sul corpo. È lui ad aver raccontato cos’era la loro vita prima di quella sera: lavoro senza paga, minacce continue, coltelli e pistole puntati addosso ogni volta che qualcuno alzava la testa. «Ci davano da mangiare e un posto dove dormire, ma soldi mai», ha detto. Quello che è successo ad Amendolara non è un caso isolato né una tragedia improvvisa. È l’esito di un sistema che esiste da decenni nelle campagne del Sud, fatto di sfruttamento, invisibilità e paura[2].
La smentita dei corpi
Non sono mai stati invisibili. Descrivere la popolazione bracciantile e operaia che sorregge le filiere agroalimentari ed edilizie europee attraverso la categoria della “trasparenza” o dell’invisibilità è il primo atto di correità burocratica e intellettuale. I quattro lavoratori migranti morti carbonizzati il primo giugno 2026 nell’incendio del loro riparo di fortuna ad Amendolara, in provincia di Cosenza, erano visibilissimi.[3] Erano visibili i loro corpi, le loro braccia, i loro insediamenti, esattamente com’era visibile Satnam Singh, abbandonato davanti alla sua abitazione a Latina con il braccio amputato da un macchinario avvolgi-plastica nel giugno del 2024.[4] L’uso politico e mediatico del termine “invisibile” serve in realtà a emendare la coscienza collettiva, derubricando a fatalità o a “zona d’ombra” quello che è, a tutti gli effetti, un pilastro strutturale e perfettamente integrato dell’economia capitalistica contemporanea. Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Layjad e Satnam Singh erano gli ingranaggi centrali e palesi di un sistema di produzione che esige la loro presenza fisica nei campi, ma ne decreta l’annullamento giuridico e civile per comprimere i costi del lavoro e massimizzare i profitti della grande distribuzione organizzata. Chiedevano di essere pagati, e sono stati uccisi da altri “ingranaggi” della filiera, altri esseri umani visibilissimi, mani sporche che attraverso l’antico e sempre aggiornato sistema del caporalato, che permette a chi detiene i capitali di tenere bassi i prezzi e alto il nome del “made in Italy”. Chiamare queste persone “invisibili” significa nascondere il dispositivo biopolitico che ne produce la sofferenza: la violenza strutturale cui sono sottoposte le persone migranti nei nostri paesi. Non c’è nulla di occulto nelle baraccopoli che costellano le campagne italiane, né nelle geometrie di sfruttamento del caporalato. C’è, al contrario, una deliberata sovraesposizione del corpo del lavoratore alla fatica e al rischio biologico, controbilanciata da una sistematica cancellazione del suo status di cittadino. La morte per fuoco ad Amendolara di Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Layjad, così come l’agonia di Satnam Singh, non rappresenta un’eccezione barbarica al funzionamento del mercato, ma il suo esito più logico, coerente e strutturato: il punto di approdo in cui la biopolitica del controllo si rovescia nella necropolitica dell’abbandono.
Frammento auto-etnografico: la geografia del terrore a Boreano
L’antropologia medica e l’epidemiologia critica non possono prescindere dallo sguardo incarnato di chi osserva i territori della reclusione lavorativa. Quando, da studente di medicina, mi avvicinavo come volontario per la prima volta agli insediamenti informali dei lavoratori stagionali a Boreano, in provincia di Potenza, la densità di questa violenza strutturale si palesava non attraverso i numeri delle relazioni statistiche, ma attraverso la carne e la postura dei braccianti. Boreano, come l’intero arcipelago dei “ghetti” rurali del Mezzogiorno, si presentava come una distesa di alloggi improvvisati, cartone, plastica e lamiera, vecchie case abbandonate delle vittime del caporalato di decenni fa, luoghi che brulicavano vita in ogni estate, come un monsone di corpi, speranze e sofferenze, agglomerati rurali privi di acqua potabile, energia elettrica e servizi igienici minimi. Una realtà che la letteratura sociologica e sociosanitaria ha ampiamente documentato come archetipo della segregazione spaziale e dell’incuria istituzionale.[5]
Un pomeriggio di luglio dei primi anni ‘10, durante una di quelle visite impacciate e sempre insufficienti, mi imbattei in un ragazzo di ventidue anni, originario del Senegal (come si chiamava? non ricordo, e anche questo significa molto, purtroppo…) piegato in due sul pavimento di una baracca, investito dai segni clinici inequivocabili di un addome acuto: una sospetta appendicite in fase di avanzamento. Lo feci salire sulla mia vecchia vettura impolverata per correre verso il Pronto Soccorso dell’Ospedale di Venosa. Lungo quei venti chilometri di strade provinciali dissestate, nel cuore della campagna lucana, compresi per la prima volta cosa significhi ridurre un essere umano a “nuda vita”. Il ragazzo non esprimeva alcuna paura per il dolore, né per il rischio di una peritonite o per l’imminenza di un intervento chirurgico d’urgenza in un ospedale sconosciuto, da solo, accanto a uno studente che parlava una lingua non sua. Il suo terrore, paralizzante e viscerale, si scatenava a ogni cambio di pendenza della strada. Si rannicchiava sul sedile ogni volta che incrociavamo un’auto della polizia o dei Carabinieri, mormorando in un respiro: «Non ho il permesso di soggiorno, se ci fermano mi rimpatriano». E quando una vecchia Alfa Romeo scura si mise in scia dietro di noi per alcuni chilometri, il suo sguardo si riempì di una disperazione ancora più profonda: «Sono i caporali, stanno controllando dove mi porti». In quella macchina, la sovrapposizione tra lo status amministrativo di “irregolare” e la minaccia della violenza fisica del caporalato si materializzò come un unico sintomo patologico. Il ragazzo fu operato a Potenza nella notte e l’intervento andò a buon fine. Lo rincontrai pochi giorni dopo la dimissione, nei pressi dell’insediamento. Aveva uno zaino in spalla e camminava a fatica, con i punti di sutura ancora freschi sull’addome, pronto a salire su un autobus diretto al Nord. Mi spiegò che nessuno, nei campi di Boreano, era disposto a riassumerlo: per i caporali e per i proprietari terrieri, quel corpo che aveva osato ammalarsi ed entrare nel circuito del Servizio Sanitario Nazionale era ormai “inaffidabile”, “debole”, un ingranaggio difettoso da sostituire immediatamente con un altro corpo integro.
L’economia agricola del nostro Paese si nutre esattamente di questa carne sacrificabile. Prima di salire su quell’autobus, stringendomi la mano, mi guardò negli occhi e sorridendo mi disse: «Docteur, ici soit on vit, soit on travaille!» (Dottore, qui o si vive o si lavora!). In quel frammento di discorso si condensava l’essenza stessa del ricatto bio-politico: la totale incompatibilità tra il diritto a esistere e l’obbligo di produrre.
Dal peccato originale della Bossi-Fini al fallimento dei Decreti Flussi
Il substrato giuridico che permette e alimenta questa svalutazione della vita umana affonda le sue radici nel quadro legislativo italiano degli ultimi venticinque anni, il cui peccato originale è rappresentato dalla Legge Bossi-Fini (Legge 189/2002). Questa norma ha istituito un vincolo indissolubile e perverso tra il soggiorno legale sul territorio dello Stato e l’esibizione di un contratto di lavoro preesistente, costringendo il lavoratore migrante a una condizione di perenne ricattabilità esistenziale. Se il contratto si interrompe, il permesso di soggiorno decade, scagliando l’individuo nel baratro dell’irregolarità giuridica e rendendolo immediatamente vulnerabile alle reti dello sfruttamento e del caporalato, nonché alla possibilità di essere attinto dal sistema di violenza istituzionale di confine, che risucchia in un continuum di detenzione, degradazione, deumanizzazione ed espulsione.[6]
La Bossi-Fini schiaccia l’essere umano alla sua mera funzione economica e burocratica: l’individuo è tollerato solo finché è produttivo, mentre la sua complessità biologica, affettiva e relazionale viene rigettata. Questa architettura normativa si riflette nel fallimento e nella disfunzionalità cronica della programmazione dei “Decreti Flussi“. I dati epidemiologici e di monitoraggio istituzionale più recenti dimostrano l’inefficacia intrinseca di questo meccanismo: nel biennio 2024-2025, a fronte di centinaia di migliaia di quote nominali stabilite sulla carta, solo una percentuale drammaticamente ridotta si traduce nell’effettiva sottoscrizione di un contratto di lavoro e nel rilascio di un permesso di soggiorno regolare.[7] Come evidenziato anche dai dati della campagna “Ero Straniero”[8], il tasso di successo dei contratti effettivamente perfezionati rispetto alle quote stanziate precipita dal 16,9% del 2024 fino a un catastrofico 7,9% nel 2025.
| Decreto Flussi | Quote Disponibili | Nulla Osta Rilasciati | Contratti Sottoscritti | Tasso di Successo |
| Anno 2024 | 146.850 | 72.704 | 24.858 | 16,9% |
| Anno 2025 | 181.450 | 49.762 | 14.349 | 7,9% |
Questo scollamento non è una semplice inefficienza burocratica, ma un vero e proprio dispositivo di precarizzazione di massa. Migliaia di cittadini stranieri entrano in Italia attraverso canali informali, pagando ingenti somme a intermediari senza scrupoli, per poi ritrovarsi intrappolati in un limbo normativo a causa dell’impossibilità di finalizzare la procedura, scivolando inevitabilmente nel mercato del lavoro sommerso e nell’irregolarità forzata. Il meccanismo istituzionale dei flussi non risponde alle necessità del mondo produttivo né alla tutela dei diritti, ma agisce come un imbuto che seleziona e precarizza i corpi, spingendoli direttamente nelle mani della criminalità e della tratta, dove il caporalato diventa l’unica agenzia di collocamento reale e accessibile.
L’inversione epidemiologica: dall’effetto migrante sano al corpo «esausto»
Sotto il profilo strettamente epidemiologico, la parabola biografica dei lavoratori stranieri nei campi e nei cantieri italiani scardina uno dei paradigmi classici della medicina delle migrazioni: il cosiddetto healthy immigrant effect (l’effetto migrante sano). Questa categoria concettuale descrive come la popolazione che decide di intraprendere il percorso migratorio sia originariamente caratterizzata da un capitale biologico e da standard di salute nettamente superiori rispetto alla popolazione sia di origine che di arrivo, esito di una selezione naturale e sociale legata alla forza necessaria per affrontare il viaggio. Tuttavia, la letteratura scientifica internazionale e le evidenze raccolte sul territorio italiano dimostrano come questo vantaggio biologico iniziale sia destinato a erodersi rapidamente nel tempo, fino a invertirsi drammaticamente in quello che viene definito «effetto migrante esausto» (exhausted immigrant effect).[9]
Questo logoramento precoce non è l’esito di una vulnerabilità genetica o costituzionale, ma il risultato diretto dei determinanti sociali di salute avversi a cui i lavoratori sono capillarmente esposti: la segregazione in insediamenti informali degradati e privi di servizi igienici minimi, le barriere burocratiche nell’accesso alla prevenzione del Servizio Sanitario Nazionale e il confinamento nei comparti più usuranti e pericolosi del mercato occupazionale. La violenza strutturale agisce direttamente sui corpi delle persone migranti: l’interazione sinergica tra lo sfruttamento lavorativo e l’angoscia cronica legata al razzismo istituzionale e all’irregolarità giuridica accelera i processi di weathering — il logoramento cellulare e somatico dovuto allo stress allostatico — consumando la salute dei braccianti e slatentizzando acuzie psichiatriche e patologie croniche osteo-muscolari o respiratorie.
Il corpo del migrante viene così letteralmente “consumato” dal sistema produttivo, che ne incamera l’energia biologica finché è integro, per poi abbandonarlo (spesso letteralmente per strada), alla mercé dei circuiti della marginalità, della criminalità organizzata e del sistema detentivo-espulsivo quando l’effetto del logoramento lo rende clinicamente ed economicamente esausto.
Nicola Cocco, Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM)
Riferimenti
[1] Foucault, M. (1997). Il faut défendre la société: Cours au Collège de France (1975-1976) Seuil/Gallimard. (Opera originale pronunciata come corso orale 1975-1976). Trad. it. Bisogna difendere la società, Milano, Feltrinelli, 2020.
[2] https://www.instagram.com/p/DZIE1iRDJnE/
[3] Di Vito M. (2026, 3 giugno). I braccianti afghani bruciati vivi perché volevano lo stipendio. Il Manifesto. https://ilmanifesto.it/i-braccianti-afghani-bruciati-vivi-perche-volevano-lo-stipendio-2
[4] Il Post. (2024, 20 giugno). Cosa sappiamo dell’inchiesta sulla morte di Satnam Singh. https://www.ilpost.it/2024/06/20/inchiesta-morte-satnam-singh-agro-pontino-latina/
[5] Mendola, D., & Busetta, A. (2018). Health and living conditions of refugees and asylum-seekers: A survey of informal settlements in Italy. Refugee Survey Quarterly, 37(4), 477-505.
[6] Campesi, G. (2018). Seeking asylum in times of crisis: Reception, confinement, and detention at Europe’s southern border. Refugee Survey Quarterly, 37(1), 44-70.
[7] Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. (2025). XV Rapporto annuale: Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, https://www.lavoro.gov.it/priorita/pagine/xv-rapporto-annuale-gli-stranieri-nel-mercato-del-lavoro-italia-2025
[8] Cfr. https://erostraniero.it/dossierflussi2026/
[9] Foresta, D. (2025). The health of immigrants in Europe: perspectives from multiple countries. (Tesi di dottorato, https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1740348)





