«Vogliamo vivere». Le proteste del 26 giugno a Gaza
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- 28 Giugno 2026
Nelle tende logore e nei rifugi sovraffollati della Striscia di Gaza assediata, nelle ultime settimane ha preso forma un appello a una mobilitazione di massa per rivendicare i diritti fondamentali della popolazione: «Vita, dignità e libertà».
Secondo quanto riportato, il giornalista e attivista palestinese con base in Egitto Abdul Hamid Abdul Ati è stato il primo a lanciare l’appello per una «rivoluzione del 26 giugno». «Questa campagna è nell’interesse pubblico e serve a salvare ciò che ancora può essere salvato di una realtà che grava pesantemente sul popolo di Gaza», ha scritto Abdul Ati, noto critico di Hamas. «Siamo un unico popolo, unito dal dolore e da un destino comune… e l’unità resta la strada più breve per proteggere tutti».
È difficile stimare quale sia l’effettiva portata del cosiddetto «Movimento del 26 giugno» sul terreno, poiché Abdul Ati e altri importanti attivisti che promuovono le proteste vivono fuori da Gaza: alcuni sono stati costretti a lasciare la Striscia durante la guerra israeliana, altri erano emigrati già da anni. Alcuni sono vicini al partito Fatah del presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, mentre altri sono politicamente indipendenti.
Tuttavia, la comunicazione pubblica del movimento è stata elaborata con attenzione per parlare a un pubblico il più ampio possibile. Da parte di alcuni attivisti emerge un chiaro risentimento nei confronti della leadership politica di Hamas. Come afferma l’attivista di Gaza Amjad Abu Kush, noto critico del movimento islamista: «La rivoluzione del 26 giugno riguarda il diritto degli abitanti di Gaza a porre fine al governo di Hamas. Chiedere conto a chi amministra Gaza non è un crimine». (…)
Essere palestinesi a Gaza significa trovarsi in una condizione quasi impossibile. Significa non solo vivere in quello che Israele ha trasformato in un paesaggio apocalittico, ma anche dover aderire a determinati stereotipi per meritare la solidarietà internazionale, pena l’essere immediatamente screditati, come se si fosse protagonisti di un reality show.
In molti ambienti, gli abitanti di Gaza vengono idealizzati come simboli di straordinaria resilienza e incrollabile resistenza. Se un palestinese cede psicologicamente e decide di lasciare la Striscia, viene accusato da alcuni di essere «debole» o di «abbandonare la patria». Il noto fotografo di Gaza Motaz Azaiza ha raccontato recentemente che, durante un tour negli Stati uniti, una donna palestinese-americana gli rimproverò di non essere rimasto a Gaza a morire da «martire».
In altri ambienti, invece, gli abitanti di Gaza vengono ridotti al ruolo di semplici «povere e miserabili vittime». Se osano cercare un minimo di conforto materiale, questo può diventare motivo di polemica internazionale, come dimostra un recente articolo del New York Post, che ha cercato di dipingere il movimento filo-palestinese come ipocrita per l’esistenza di un presunto caffè «lussuoso» allestito all’interno di una tenda improvvisata.
I palestinesi di Gaza che sostengono il diritto alla resistenza armata o criticano Fatah e l’Autorità palestinese vengono immediatamente etichettati come «Hamas». Al contrario, chi protesta contro la leadership politica di Hamas o contro il suo governo viene spesso accusato di essere un «collaborazionista», un «venduto» o un «agente di Ramallah». (…)
Con l’avvicinarsi della «Rivoluzione del 26 giugno», si stanno ripresentando le stesse dinamiche già viste in passato: le proteste vengono strumentalizzate da media e organizzazioni favorevoli a Israele, mentre alcuni sostenitori di Hamas conducono campagne diffamatorie contro il movimento. Nel frattempo, le condizioni sul terreno, aggravate dal continuo fuoco israeliano, rendono estremamente difficile organizzare qualsiasi mobilitazione. Eppure, le rivendicazioni ufficiali del Movimento sono condivise dalla stragrande maggioranza della popolazione. Tra queste figurano la richiesta che la leadership palestinese e la comunità internazionale ascoltino finalmente gli abitanti di Gaza; il rifiuto del nuovo status quo invivibile imposto da Israele; la necessità di proteggere la popolazione dalle malattie sempre più diffuse nei campi per sfollati; e la richiesta di garantire la libertà di movimento da e verso Gaza, soprattutto per chi necessita urgentemente di cure mediche.
Gli abitanti di Gaza sono esausti. Sono stanchi di essere costretti a continui spostamenti, di trascorrere ore in code interminabili per ottenere pochi avanzi di cibo o acqua contaminata. Sono stanchi di vedere i propri figli privati dell’istruzione per il terzo anno consecutivo e di vivere senza elettricità, acqua corrente o servizi igienici funzionanti. Sono stanchi di assistere allo sgretolarsi delle proprie vite, intrappolati in quella che percepiscono come una prigione a cielo aperto sempre più piccola, mentre Israele continua a determinare ogni aspetto del loro futuro. Come ha dichiarato il noto giornalista e attivista di Gaza Ahmad Said: «Le persone scenderanno in strada per dire: “Voglio la mia dignità. Non voglio passare il resto della mia vita in una tenda. Voglio un futuro per i miei figli”».
Anche la richiesta che Hamas rinunci al governo della Striscia è ampiamente condivisa dalla popolazione, poiché il controllo esercitato dal movimento rappresenta, secondo molti palestinesi, la principale giustificazione utilizzata da Israele per mantenere l’assedio e proseguire i bombardamenti. Secondo fonti interne ad Hamas sentite da noi, il movimento avrebbe accettato già due mesi dopo gli attacchi del 7 ottobre di trasferire l’amministrazione della Striscia a un nuovo governo tecnocratico dell’Ap oppure a un organismo palestinese indipendente. Tale decisione sarebbe maturata nel contesto del cessate il fuoco del novembre 2023, come compromesso volto a convincere Israele a prorogare la tregua.
Un organismo di questo tipo è stato effettivamente costituito nel gennaio successivo con la nascita del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (ncag), promosso nell’ambito del Board of Peace del presidente statunitense Donald Trump. Tuttavia, Israele continua a impedire perfino l’ingresso del Ncag nella Striscia, figuriamoci il trasferimento dell’amministrazione del territorio. Il primo ministro Benjamin Netanyahu subordina qualsiasi cambiamento al completo disarmo di Hamas e di tutte le altre fazioni armate presenti a Gaza, senza però prevedere né il ritiro israeliano dalla Striscia né la fine del blocco.
Allo stesso tempo, la società di Gaza appare profondamente divisa riguardo alle proteste del 26 giugno. Diversi leader tribali e numerose grandi famiglie hanno preso pubblicamente le distanze dal movimento, dichiarando che non vi parteciperanno. Alcuni palestinesi temono che Israele e le milizie locali a esso collegate possano sfruttare le manifestazioni per alimentare il caos e accentuare le divisioni interne. In questo scenario, Israele potrebbe presentare Gaza come precipitata in una «guerra civile» e chiedere all’amministrazione Trump il via libera per riprendere un’offensiva militare su larga scala con il pretesto di «eliminare definitivamente Hamas».
Il giornalista investigativo palestinese Mohammed Othman, arrestato e torturato da Hamas nel 2016, ha spiegato di aver sostenuto il movimento del 2019, ma di guardare con forte preoccupazione alle proteste odierne. «Per me, quella del 2019 era una mobilitazione nata dalle esigenze concrete della popolazione, un grido di persone comuni che volevano semplicemente vivere con dignità. Era un modo per costringere chi governava ad ascoltare il popolo e migliorare le sue condizioni di vita». Secondo Othman, oggi la situazione è radicalmente diversa. Molte delle richieste dei manifestanti – l’ingresso delle tende, la ricostruzione, la rimozione delle macerie o l’insediamento di un nuovo governo – dipendono ormai esclusivamente dalle decisioni di Israele. Teme inoltre che Israele possa deliberatamente uccidere alcuni agenti della polizia di Gaza durante le proteste per creare confusione oppure utilizzare le proprie milizie alleate per colpire gli stessi manifestanti, alimentando violenze interne da presentare successivamente come prova del «caos interno» palestinese.
Esiste anche un altro problema. Le proteste popolari normalmente ottengono risultati quando riescono a interrompere la vita quotidiana, bloccare l’economia e rendere difficile il funzionamento del governo. Ma Israele ha già distrutto tutto questo. Con un genocidio ancora in corso, i manifestanti dispongono di strumenti estremamente limitati per esercitare una reale pressione su Hamas. Il disperato grido che si leva dalla popolazione assediata rappresenta uno dei paradossi più tragici di questa guerra: un movimento nato da sofferenze insopportabili, le cui parole vengono però immediatamente trasformate in un’arma dai suoi stessi oppressori, contribuendo ad aggravare e al tempo stesso a occultare il dolore inflitto ai palestinesi intrappolati nella Striscia di Gaza.
Il mondo osserva tutto questo, ma lo fa attraverso una lente deformata. È pronto a vedere soltanto eroi, vittime o criminali. Mai, semplicemente, gli uomini, le donne e i bambini esausti, terrorizzati e profondamente umani che chiedono soltanto una cosa: continuare a esistere.
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