Se dopo uno stupro imitassimo Roggero

Cosa accadrebbe se le donne vittime di stupro avessero una pistola nascosta nel cassetto, o in borsa, e aspettassero di vedere il proprio carnefice allontanarsi e solo in quel momento la tirassero fuori e la puntassero contro la schiena di quell’uomo e sparassero, uccidendolo? Me lo chiedo ossessivamente in questi giorni, perché penso che ogni donna che subisce uno stupro vorrebbe veder scomparire dalla faccia della terra l’uomo che l’ha annichilita, con un’azione mostruosa, indegna di un essere umano. (…)

Cosa diremmo quindi di una donna, di una delle innumerevoli donne (dimentichiamo spesso di includere lo stupro, quando parliamo di percezione di insicurezza, specie lo stupro silenzioso che avviene dove non è possibile denunciare, nel buio spaventoso di certe case) che si facesse giustizia da sola, per evitare un umiliante processo e per far sparire dalla faccia della terra il suo carnefice?

Quante petizioni verrebbero firmate per quella donna, quante raccolte fondi ci sarebbero, quante prese di posizione da parte di politici in cerca di posizionamento? Quante trasmissioni televisive disposte a ospitarla, prima del processo, perché rivendicasse il suo diritto alla vendetta? Quanti partiti chiederebbero a quella donna di candidarsi, quanti deputati in Parlamento sventolerebbero la sua fotografia?

Non accadrebbe niente di tutto questo, ne sono sicura. E per fortuna, mi viene da dire. Solo che non si tratta di fortuna: è il modo di reagire di queste donne che ha prodotto una cultura. La cultura della giustizia. Nessuna donna vittima di stupro, nessuna di quelle pochissime che hanno ucciso il proprio stupratore, si è mai messa davanti a una telecamera, col pugno alzato e la bava alla bocca, a gridare: l’ho fatto e lo rifarei. Nessuna donna ha voluto trasformarsi in eroina di una battaglia eversiva, che volesse sostituire la giustizia privata, la vendetta più esattamente, a quella esercitata legittimamente dallo Stato.

Dall’articolo di  Elena Stancanelli su Repubblica

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