Vista la nostra cultura cristiana, forse prenderemmo più seriamente il problema se considerassimo “caldo”, “siccità”, “inondazione” e “inflazione” come una riedizione dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, in questo caso climatica, citati nella Bibbia (morte, carestia, pestilenza, guerra). Al di là della battuta, emerge l’evidente sottovalutazione della crisi climatica da parte delle autorità pubbliche del nostro Paese (governo, Regioni, città), di gran parte della classe dirigente e dell’opinione pubblica. In effetti, gli esperti avevano da tempo indicato il rischio di un’estate eccezionalmente torrida, seguita da eventi atmosferici estremi, crisi idriche prolungate, con effetti negativi sui raccolti agricoli e quindi sui prezzi degli alimentari. Ma, presi da altre crisi e priorità (vere o presunte), abbiamo preferito fare spallucce, salvo imprecare contro il caldo opprimente.

Eppure, la scienza e la ricerca (alle quali evidentemente il governo inglese crede) ci dicono chiaramente quello che ci aspetta e ciò che dovremmo fare.

Come ha scritto Antonio Scurati, «ad angosciare, più ancora della gravità della crisi, è la nostra incapacità di riscuoterci da infiniti, terminali torpori». Ma se altri governi si stanno attrezzando, perché noi no? Il tema è culturale prima che politico. Se fossimo in un’altra epoca, tanti dovrebbero fare pubblica ammenda per il negazionismo climatico praticato negli anni o per la colpevole disattenzione al tema, impegnandosi a cambiare direzione.

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