Ma quale woke, serve la lezione degli anni Settanta
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- 28 Agosto 2026
In questi giorni in Italia si è aperta la discussione in corso sul cosiddetto “woke”.
All’origine c’è l’amputazione subita dalle parole di Alexandria Ocasio-Cortez che, all’affermazione «la prima stagione del woke fu folle», aggiungeva: «Ma quelle discussioni furono utili». Altro che abiura. Provo, di conseguenza, a segnalare quelli che ritengo alcuni punti fermi che possano aiutare la riflessione.
Uno. Nel nostro paese la cosiddetta cultura woke — purtroppo o per fortuna — non è mai stata egemone, non ha mai rappresentato l’ideologia di una qualche classe di governo, non ha mai prodotto normative a essa ispirate. A meno che non si considerino tali quelle poche leggi che hanno tardivamente riconosciuto diritti fondamentali come il testamento biologico, le unioni civili, la tutela dalla violenza di genere e, ancora prima, la rettificazione anagrafica di sesso. Dunque, come può Giuseppe Conte dire che, per buona parte della sinistra, «questo indirizzo culturale è diventato una dottrina totalizzante, il filtro unico attraverso cui interpretare il mondo e distinguere i “buoni” dai “cattivi”»? Sbalordisco.
Due. Nella lettera di Conte a Repubblica compaiono più volte termini come «materiale» e simili contrapposti alla presunta astrattezza, superfluità e, appunto, immaterialità, dei bisogni correlati ai diritti civili intesi come generi di lusso. È un errore classico dell’idealismo accademico che sottovaluta, nell’analisi dei sistemi di diseguaglianza e delle dinamiche sociali, il peso del corpo, della soggettività, della sfera delle emozioni e dei desideri.
Anche queste sono, eccome, energie materiali che determinano i rapporti di forza, creano movimenti collettivi, incidono sulle forme del potere e sui processi di esclusione. E, soprattutto, condizionano comportamenti e orientamenti che investono l’intera società, a partire dai luoghi di vita e da quelli del lavoro/non lavoro. Insomma, l’accesso ai diritti civili è indissolubilmente legato all’accesso a quelli economico-sociali.
Tre. Non conosco, nell’arco degli ultimi quarant’anni, un solo conflitto per l’affermazione dei diritti civili — tra quei pochi che ci sono stati — che abbia sottratto idee, gruppi sociali, forme di azione, obiettivi e programmi alla lotta per la «questione sociale, il benessere economico, la vita quotidiana» (Matteo Renzi). La verità mi sembra di stupefacente semplicità: la sinistra non ha saputo realizzare lotte adeguate né sul terreno dei diritti civili né su quello dei diritti sociali.
Quattro. C’è stata una stagione dell’Italia repubblicana nella quale la mobilitazione per le libertà soggettive e quella per le libertà economico-sociali sono andate di pari passo integrandosi virtuosamente. È stato il decennio degli anni Settanta, sciaguratamente definiti “di piombo” — certo, sono stati quello ma anche di più, assai di più — , che hanno visto le più significative riforme mai conquistate in Italia: lo Statuto dei lavoratori, la chiusura dei manicomi, il nuovo diritto di famiglia, gli asili nido pubblici, il divorzio, la soppressione delle gabbie salariali, l’interruzione volontaria di gravidanza, l’abolizione delle classi differenziali. Nello stesso breve lasso di tempo sono stati ottenuti il sistema sanitario nazionale e l’obiezione di coscienza: un diritto sociale quale altro mai e il diritto individuale per eccellenza.
Dietro tutto questo, l’intuizione — se non ancora la consapevolezza — che l’individuo non è ripartibile per segmenti né riducibile a compartimenti stagni, che la persona è tutta intera, fatta di necessità materiali e aspirazioni ideali, di pulsioni e bisogni, di piacere e dolore. Insomma, di corpo e anima.
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