“La cura è un diritto, non può mai essere reato”. Giovanni Gordini, storico direttore della rianimazione dell’ospedale Maggiore e oggi consigliere regionale civico a sostegno del presidente Michele de Pascale, lo dice prima di tutto da medico, a proposito dell’inchiesta della Procura di Ravenna.

Cosa ne pensa di quello che sta succedendo?

“Lo ha detto anche l’Ordine dei medici: un medico deve pensare prima di tutto al bene del paziente e a come tutelare la sua salute. Poi è importante dire anche un’altra cosa: la tutela della salute non può diventare uno strumento per governare l’ordine pubblico. Non si possono usare i sanitari come strumento di confinamento o di controllo, per mandare i cittadini di serie B, quelli con meno diritti, nei Cpr. E, aggiungo, c’è un altro tema che quello della vulnerabilità, di cui si parla anche nel nuovo patto europeo per la migrazione. La vulnerabilità di un essere umano non è qualcosa che si può valutare in dieci minuti con un paziente ammanettato e la polizia che aspetta in ospedale. Parliamo di persone che hanno un passato anche molto recente di tragedie famigliari o di violenze subìte, che arrivano dai lager in Libia. Ma come si fa? La vulnerabilità va capita e ricostruita”.

Perquisizioni alle cinque di mattina come fossero mafiosi, ha detto l’avvocato Fabio Anselmo.

“La magistratura è giusto che faccia le sue indagini. Poi ci sono gli aspetti scenografici. Voglio dire: siamo sicuri che la dottoressa del Sant’Orsola alle 5,30 di mattina fosse raggiungibile e alle 8 di mattina invece no? Tutto questo fa parte di una sceneggiatura che c’è chi oggi agita molto”.

E’ un clima che può avere conseguenze su chi oggi si trova a compilare un certificato di idoneità? E’ una forma di intimidazione?

“La pressione che si esercita su quel mondo, che ancora oggi quelle scelte deve continuare a compierle, è certamente molto forte. Dobbiamo chiederci qual è il tipo di supporto sanitario che diamo a questi migranti. C’è bisogno di separare in maniera netta come tutelo la loro salute e come vengono giudicati se hanno commesso reati. Il percorso diagnostico non va sottoposto ai tempi di una valutazione burocratica. Quella valutazione la faccio in scienza e coscienza negli ospedali proprio perché può basarsi solo su visite e colloqui se la situazione è semplice, ma non lo è quasi mai. E sappiamo che normalmente vengono coinvolte le malattie infettive e la psichiatria”.

La procura di Ravenna sostiene che ci sia dietro un sistema, una rete organizzata.

“Chi ha fatto un falso va perseguito, ma mancando linee guida nazionali non mi sembra sconvolgente che davanti una prassi così nuova i clinici cerchino di trovare modalità comuni per rispondere. Ma qui ovviamente il tema è politico. E la risposta per un medico è sempre che prima c’è la salute. Non può essere chiesto a chi fa sanità essere lo strumento, che consente di infilare degli essere umani in contenitori di detenzione amministrativa”.

Lei pensa che i Cpr siano luoghi patogeni di per sé?

“È ovvio non solo per chiunque abbia visto i Cpr, ma perché ci sono lavori scientifici che lo dimostrano, che sono luoghi patogeni, dove ci si ammala. Oltre che luoghi di disgregazione e di abbandono. Lo dicono i report dei giuristi di Asgi. E poi sappiamo che a cadenza drammaticamente frequente ci sono suicidi”.

Cosa ha pensato quando ha letto perquisizioni all’alba a casa dei medici del Sant’Orsola?

“Oggi c’è un clima che si è modificato, ed è tutto tragicamente coerente. Certamente c’è un clima di pressione su chi lavora in quei contesti. Ma non si può decidere di limitare il diritto alla salute di alcune persone, perché sono state incolpate, poi da chi e di cosa? Dalle forze di polizia o anche dalla magistratura? La salute è un’altra cosa e va protetta, chi ci lavora ha diritto a essere autonomo nelle sue scelte. L’articolo 32 della Costituzione sancisce che ogni paziente ha diritto di essere curato in modo libero.Questo ovviamente non vuol dire che le indagini non vadano fatte. Ma il diritto alla salute va separato dall’ordine pubblico per garantire i diritti sia a chi lavora come medico assistente sociale o psichiatra, sia a chi va preso in carico e curato”.

Articolo di Caterina Giusberti su Repubblica del 17 settembre 2026