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YES WE DID!!!

Inserito da on 26 marzo 2010 – 10:133 commenti

Gavino Maciocco

I democratici si sono presi per mano, hanno trattenuto il respiro e si sono buttati giù dalla rupe……e – mirabile dictu – non è successo niente di spaventoso. I mercati sono andati su. I sondaggi sono andati su. La fiducia è andata su”.


All’indomani della storica votazione sulla riforma sanitaria USA, ho ricevuto un e-mail da un caro amico americano, professore di sanità pubblica, un messaggio composto di tre parole e tre punti esclamativi: YES WE DID!!!. Ci fosse stato l’audio si sarebbe sentito un grido liberatorio carico di pathos e di commozione: dovevamo farcela, nessuno ci credeva più, ma ce l’abbiamo fatta, l’America ce l’ha fatta.

E’ lo stesso pathos che impregna le parole di Obama all’atto della firma della legge: “Abbiamo sancito il principio essenziale – ha affermato il Presidente – che ogni cittadino ha diritto a una sicurezza di base per la sua salute”. “La legge che sto firmando – ha continuato – mette in moto delle riforme per le quali generazioni di americani si sono battuti e che hanno ardentemente desiderato di vedere. Oggi noi affermiamo questa essenziale verità, una verità che ogni generazione di americani è chiamata a riscoprire: che noi non siamo una nazione che rinuncia alle sue aspirazioni”.

E’ lo stesso pathos che ispira il vibrante commento di Maureen Dowd, editorialista del New York Times,: “I democratici si sono presi per mano, hanno trattenuto il respiro e si sono buttati giù dalla rupe……e – mirabile dictu – non è successo niente di spaventoso. I mercati sono andati su. I sondaggi sono andati su. La fiducia è andata su.”[1]

La missione è compiuta, ma il risultato era tutt’altro che scontato e non solo per l’incertezza che ha accompagnato l’intero pomeriggio (in Italia era notte fonda) di domenica 21 marzo (il giorno della votazione alla camera), quando solo alla fine si è capito che Nancy Pelosi era riuscita a convincere il gruppo di 12 deputati democratici anti-abortisti, senza il cui voto non si sarebbe potuto raggiungere il quorum dei 216 voti. A gennaio, quando alle elezioni suppletive per assegnare il seggio senatoriale Massachusetts rimasto vacante a causa della morte di Ted Kennedy (un seggio tradizionalmente considerato “sicuro” dai Democratici) vince uno sconosciuto candidato Repubblicano, la débacle elettorale viene inevitabilmente collegata alla riforma di Obama e alla reazione di rigetto dell’opinione pubblica. Si rievoca la vicenda del fallimento della proposta dei Clinton nel 1994: anch’essa partita col favore del pubblico, poi bersagliata dall’offensiva della coalizione dei nemici della riforma e infine affondata dai sondaggi sfavorevoli e dallo spettro di una sconfitta alle elezioni di medio termine.

Alla fine di gennaio si prospettava uno scenario analogo: nei sondaggi il gradimento sia del Presidente che della riforma erano in discesa, le elezioni di medio termine quasi alle porte (novenbre 2010) e molti parlamentari democratici erano paralizzati dalla paura che la riforma potesse impedire la rielezione. Obama si rinchiude in un silenzio che da molti viene interpretato come un disimpegno (vedi post Obama. Riforma sanitaria in altomare, Leadership appannata).

Ha scritto il New York Times all’indomani dell’approvazione della legge alla Camera: “Obama ha pericolosamente esitato a lungo a esercitare la sua leadership, ma quando l’ha fatto ha vinto”[2].
Obama alla fine ha fatto quello che altri presidenti in circostanze simili (Clinton, l’ultimo in ordine di tempo) si erano guardati di fare: per difendere la sua politica, per affermare un “grande” principio ha messo in gioco se stesso, perché era evidente a tutti che se domenica 21 marzo quella votazione fosse andata male, la sua presidenza poteva considerarsi finita.

Questo è il momento di mantenere quella promessa – aveva affermato Obama poco prima dell’inizio della seduta cruciale. Non abbiamo l’obbligo di vincere ma quello di essere onesti. Non siamo tenuti a riuscire ma a far sì che la luce che abbiamo, qualunque essa sia, (debole o forte che sia) possa risplendere.

La morale della favola può essere sintetizzata in una frase attribuita a Wiston Churchill: “Tu puoi sempre contare che gli Americani facciano la cosa giusta, dopo che hanno esaurito tutte le altre alternative”.

(E gli Italiani?)

Bibliografia

  1. M. Dowd. Hail the Conquering Professor. New York Times, March 24, 2010
  2. Editorial. The Day After. New York Times, March 24, 2010
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