Amianto. Giustizia

Franco Carnevale

La “sentenza Eternit” (Tribunale di Torino, 13 febbraio 2012) ha accolto la tesi dell’accusa secondo la quale la multinazionale del cemento-amianto ha fatto quello che ha fatto per assicurarsi i tradizionali profitti mantenendo il primato mondiale della produzione.

È doveroso dichiarare una sorta di “conflitto d’interesse”: chi scrive, nella fase dell’indagine e nel corso del “processo Eternit”, ha svolto il ruolo, assieme ad altri, di consulente tecnico “di parte”, per l’accusa, cioè per lo Stato (come direbbero negli Stati Uniti) rappresentato dai Pubblici ministeri. Come consulente ha giurato per elaborare una relazione e, quindi, per testimoniare (dicendo “tutta la verità e solo la verità”) sull’evoluzione delle conoscenze scientifiche relative agli effetti dell’amianto sui lavoratori e sugli effetti delle dovute (o negate) misure di prevenzione delle varie epoche quando in Italia nelle aziende l’amianto veniva prodotto e utilizzato. Nel processo, è bene ricordarlo, hanno testimoniato anche molti consulenti della difesa cioè dell’azienda; alcuni di questi si sono preoccupati di sostenere il contrario di quanto argomentato dal sottoscritto svolgendo in maniera esagerata, sempre sulla base della sentenza, il ruolo previsto dal principio del “diritto alla difesa”.

La stampa, tutti i media, purtroppo solo nel giorno immediatamente seguente alla emanazione della sentenza, ha riferito in modo sostanzialmente adeguato del processo. Conviene riassumere comunque dati e circostanze più notevoli prima di proporre, in relazione al processo e alla sentenza, alcune considerazioni di valore più generale.

Anzitutto gli antefatti di tipo giudiziario: nel 1993 si celebra a Casale Monferrato (Alessandria) il processo di primo grado per omicidio e lesioni colpose a carico di alcuni dirigenti e capireparto della locale, vecchia (del 1903), Eternit, chiusa con fallimento ed abbandono nel 1986; quando il processo arriva in Cassazione scatta la prescrizione.

Nel 2003 l’epidemiologo Enzo Merler segnala alla Procura di Torino il caso di un lavoratore, che aveva lavorato presso l’Eternit svizzera, morto per mesotelioma nel capoluogo piemontese; i pubblici ministeri avviano le indagini; subito dopo da Casale Monferrato e Cavagnolo (Torino) arriva alla Procura della Repubblica di Torino una denuncia dell’Associazione Familiari e Vittime dell’amianto, sorta nel lontano 1985, con i nomi di altri mille morti da amianto. Il 10 dicembre 2009 comincia il processo contro il belga Jean Louis Marie de Cartier de Marchienne e lo svizzero Stephan Schmidheiny accusati di disastro ambientale doloso per la malattia e la morte di migliaia di persone di Casale, Cavagnolo, Rubiera dell’Emilia e Bagnoli (Napoli), sedi di fabbriche Eternit. Dopo poco più di due anni e dopo 68 udienze si arriva alla sentenza: i vertici, nel senso dei proprietari, della multinazionale sono condannati a 16 anni di prigione perché riconosciuti colpevoli di disastro ambientale, di carattere doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche.

Delle 4592 parti civili costituitesi sono divenute circa 2900 quelle riconosciute offese e ciò per effetto delle prescrizioni previste dalla legge;
 così sono stati esclusi i lavoratori Eternit di Rubiera dell’Emilia e Bagnoli. Il presidente della corte ha letto per tre ore esatte il lungo elenco di malati, di morti e dei loro più stretti familiari dai nomi e cognomi piemontesi, ma anche veneti e meridionali, lavoratori e cittadini di Casale Monferrato, la più colpita, e di Cavagnolo, sede di un altro stabilimento Eternit.
 Di quest’ultima comunità si erano costituiti quasi in trecento per lo stress patito in tutti questi anni a causa del rischio di ammalarsi in seguito all’inquinamento ambientale: dovranno tuttavia farsi quantificare da un giudice civile il danno.
 Delle singole persone offese, in base alla sentenza emessa, soltanto 900 circa hanno diritto subito ad un risarcimento da parte dei condannati o attraverso le società citate (Etex di de Cartier; Becon, Anova e Amindus per Schmidheiny) fra i 30 e i 35 mila euro, sotto forma di “provvisionale”, cioè di anticipo di quanto potranno ottenere in successivi processi civili, per un totale di 25 milioni di euro. A questi sono da aggiungere i 25 milioni per il Comune di Casale Monferrato, i 20 per la Regione Piemonte, i 15 per l’Inail, i 5 per l’Asl del Casalese, i 4 dovuti da de Cartier al Comune di Cavagnolo e somme sui 100.000 euro ciascuno per sindacati, ambientalisti e Medicina democratica. Facendo il conto totale le “provvisionali” stabilite ammontano a circa 95 milioni di euro; molti però hanno espresso dubbi sul fatto che i condannati esborseranno questa cifra, né sembra cosa semplice obbligarli a farlo.

Le considerazione che si ritiene utile fare

Il processo è stato iniziato e condotto con successo dai pubblici ministeri per sostanziare le relazioni dirette tra azioni ed omissioni di una azienda multinazionale con più sedi produttive ed i danni alla salute di gravità inaudita registrati anche dopo molti anni a carico non solo dei lavoratori addetti ma anche di cittadini che hanno vissuto nelle prossimità dei luoghi di lavoro.

Le azioni e le omissioni continuative della multinazionale del cemento-amianto, come risulta dalle prove ritenute idonee dalla sentenza, sono state condotte “scientemente”, pur avendo essa nozione degli effetti che si sarebbero verificati. È probabile, è sperabile (ma non nella prospettiva di una attenuazione del dolo perpetrato), che le valutazioni fatte dalla stessa azienda fossero meno catastrofiche di quanto invece poi registrato: erano stati programmati “solo” alcuni casi, isolati, di malattia tra alcuni lavoratori più sfortunati, dopo molti anni, oltretutto difficilmente riconducibili al lavoro svolto.

La “sentenza Eternit”, nella sostanza, ha accolto la tesi dell’accusa secondo la quale la multinazionale del cemento-amianto ha fatto quello che ha fatto per assicurarsi i tradizionali profitti mantenendo il primato mondiale della produzione; temeva che se nei primi anni ’70 del Novecento o prima ancora, avesse smesso di utilizzare l’amianto nel fibro-cemento (sostituendolo con fibre alternative, diverse dal cancerogeno amianto), altre aziende, mantenendo la produzione del cemento-amianto, avrebbero preso il sopravvento.

Le indagini, il “processo e la “sentenza Eternit” dimostrano con chiarezza che è legittimo ed anche logico perseguire le responsabilità penali dove in effetti si consumano le decisioni tecnico-economiche più importanti, quelle strategiche, cioè nei consigli di amministrazioni delle società; è per questo motivo che sono stati condannati il magnate svizzero ed il barone belga.

In tanti si sono affrettati a definire quella dell’Eternit una sentenza storica. E più semplice dire che siamo di fronte a un evento innovativo, dirompente, di grande portata, sostanzialmente positivo, opportuno, anche se qualcuno lo etichetterà come tentativo di condannare acriticamente e di vendicarsi (da parte di chi ne ha avuto meno vantaggi e tanti svantaggi) di tutto il modo di produrre capitalistico (ma anche di quello “sovietico”), dell’industria in generale.
Qualche altro con ragione reclamerà la responsabilità di altri, governi, agenzie internazionali, scienziati ed anche i sindacati, che hanno taciuto e non sono intervenuti per evitare la tragedia dell’amianto.
Si deve affermare comunque con forza che nei fatti la sentenza è un evento positivo perché può contribuire a ristabilire, con il deterrente di una condanna penale, comminata con le leggi vigenti, chi antepone il profitto alla salvaguardia della salute di chi lavora. È un evento altamente opportuno perché potrà essere trasferito come valore in tante altre parti del pianeta dove si continuano a consumare, anche ma non solo con l’amianto, prevaricazioni e afflizioni sui corpi di una moltitudine di lavoratori coinvolti nelle nuove fasi e sedi dello sviluppo economico “globale”.

Occorre tener presente che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito che 125 milioni di lavoratori sono oggi esposti all’amianto nei vari paesi; un numero incalcolabile è quello dei lavoratori esposti negli anni passati e dei cittadini che vivono in prossimità di impianti di produzione; i maggiori produttori di amianto sono oggi la Russia (1 milione di tonnellate nel 2010), la Cina (400.000), il Brasile (270.000), il Kazakistan (214.000) e il Canada (100.000); i Paesi dove viene maggiormente impiegato sono la Cina (oltre 613.000 tonnellate), l’India (426.000), la Russia (263.000), il Brasile (139.000) e l’Indonesia (111.000). In base agli attuali livelli di esposizione, si stima che in questi ultimi paesi si potranno verificare 5 morti per tumore polmonare e 2 per asbestosi ogni 1000 abitanti (vedi anche post L’amianto nei paesi in via di sviluppo).

A Torino il 13 febbraio erano presenti molti delegati stranieri di associazioni di vittime dell’amianto europei e delle americhe che assieme a quelli italiani hanno stilato “Un appello perché l’amianto sia bandito dalla faccia della Terra”. Il documento, indirizzato al Segretario generale delle Nazioni Unite, alle Organizzazioni Mondiali della Sanità, del Commercio e del Lavoro, sostiene: “La verità sulla nocività e cancerogenicità dell’amianto è stata confermata dalla chiarezza eclatante nel maxiprocesso e ne impone urgentemente la proibizione in tutto il mondo. Continuare a esporre moltitudini di lavoratori e cittadini al rischio della vita, per motivi economici e di profitto, deve essere considerato un crimine sociale ed umanitario, e dunque sanzionato come tale, in tutti i Paesi seguendo l’esempio dell’Italia.”

Appare utile aggiungere a questa nota la confessione di un bravo giornalista de Il Monferrato, Massimiliano Francia, che ha seguito e scritto di ognuna delle udienze del “processo Eternit”: “Io come testimone vorrei solo dire a tutti voi quanto sia stato confortante sentirsi parte, udienza dopo udienza, di quella comunità etica che si è strutturata attorno alla vertenza Eternit: di cittadini, di magistrati, di periti e studiosi che hanno prestato le proprie competenze evidentemente – lo si sentiva dal tono della voce, dall’impegno che hanno speso, da tante cose – perché hanno creduto di lavorare per una causa giusta, anche se l’obiettivo sembrava – inizialmente – impossibile da raggiungere. Essere partecipi di storie come questa, oltreché essere un onore, fa sentire meno soli, in un mondo e in una società che spesso tratta chi sceglie di vivere ogni giorno onorando il rispetto per i valori fondanti di verità e giustizia come un ingenuo. Con questa sentenza da ieri abbiamo non solo la speranza ma anche la consapevolezza che un mondo migliore è possibile. E che ciascuno di noi può e deve dare un contributo per fare in modo che ciò avvenga.”

Infine un sentito consiglio bibliografico. Tra la moltitudine di pubblicazioni scaturite dall’esperienze diretta vissuta a causa dell’amianto a Casale Monferrato, tutte meritevoli di attenzione, se ne vogliono segnalare due in particolare.

Il graphic novel corredato da una notevole appendice documentaria (Gea Ferraris e Assunta Prato, Eternit, dissolvenza in bianco, Ediesse, Roma 2011) e il lavoro fondamentale di Silvana Mossano, scrittrice ed assidua giornalista de La Stampa al “processo Eternit”, un libro di grande valore letterario oltre che informativo che ha ispirato l’opera portata in questi giorni in scena a Torino da Laura Curino (Mala polvere. Una città si ribella ai “signori” dell’amianto, Edizioni Sonda, Casale Monferrato 2010). Quest’ultimo comprende “Il Sospetto”, un racconto che occupa una delle quattro sezioni del volume (le altre sono: “Donne nella polvere, testimonianze”; “Una storia lunga un secolo … e non è finita, reportage”; “L’appello, lettera aperta”), dove si narra di una vicenda intima, rigorosa, ricca psicologicamente, di una madre, vedova, di Casale Monferrato che convive per un tempo interminabile col sospetto clinicamente consistente di avere un mesotelioma e quindi di dover lasciare in balia di se stessa una figlia disabile.

Franco Carnevale, medico del lavoro

4 commenti

  1. Fermo restando che comunque umana e fallace che essa sia, “GIUSTIZIA E’ FATTA”, qualche residua perplessità però mi sembra legittima.
    Vi è troppo il sapore della favola del cattivone capitalista, unico colpevole, che appare inevitabilmente un po’ il capro espiatorio di innumerevoli oggettivissime sofferenze.
    Ad esempio, e il governo cosa ha fatto? Che leggi e soprattutto QUANDO sono state emanate? Ma il governo è intoccabile, si sa! Molto meglio puntare il dito su un unico cattivone. Lasciamo invece da parte le agenzie internazionali, gli scienziati ed anche i sindacati, che sono altra storia, che il citarli confonde le acque. Ma i governi che hanno il DOVERE di legiferare a tutela della popolazione, co’han fat?
    In secondo luogo, mi piacerebbe anche sentire comunque l’altra campana, cioè quella dei consulenti della difesa cioè dell’azienda.
    Tra l’altro alcuni di questi si sono preoccupati di sostenere il contrario di quanto argomentato da Franco Carnevale svolgendo in maniera esagerata, sempre sulla base della sentenza, il ruolo previsto dal principio del “diritto alla difesa”.
    Sono stati allora denunciati? Se hanno barato, hanno ricevuto una denuncia?
    Grazie per l’attenzione

    PS Conflitto di interessi: nessuno.

  2. Caro Aristarco (ma certo non sei l’omonimo critico cinematografico che ho conosciuto), la tua residua perplessità è correlata al non sentire, tu, in questa vicenda, un conflitto, neppure di tipo etico e di passione (per le vittime); prova a dimostrarmi che il capitalista (in questa vicenda) non è stato cattivo o semplicemente che non ha anteposto il profitto ai danni alla salute dei “suoi” operai nei confronti dei quali aveva contratto debiti sanzionati dalle leggi. La tua osservazione sulla responsabilità dello stato (del governo) la avevo prevista, è ammissibile ma non come attenuante della responsabilità del padrone cattivo; se ti sforzi vedrai che come hai pensato alla responsabilità dello stato puoi anche, ricostruendo bene i fatti, chiamare in campo, senza confonderti, responsabilità di altri, di alcune agenzie internazionali (OMS, UIL) dei sindacati e di tanti “scienziati” foraggiati per tanti decenni dalle aziende dell’amianto; nessuno ti impedisce di contattare e dare ascolto a quegli “scienziati” (ti posso fornire i nomi) che, coperti dal “diritto della difesa” (e forse per questo non sono stati perseguiti per falsa testimonianza), hanno inutilmente provato a dimostrare che quel padrone non è stato cattivo, anzi buono.

  3. Caro e coragioso collega ti disturbo perche sto seguendo come medico la vicenda dell isochimica di avellino ( scoimbentazione carrozze ferroviarie ) ho necessita di contattarti il mio cell.3477216395 dammi se puoi un segno un caloroso abbraccio franco

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