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Martha

Inserito da on 25 febbraio 2016 – 07:06Un commento

Maurizio Murru

Maurizio Murru, svolge da un anno attività di volontariato come medico presso il carcere di Modena. Su richiesta di due detenuti che stanno scrivendo un libro su temi e con contributi diversi, Murru ha affrontato il tema del fine-vita ricordando un episodio avvenuto in Tanzania nel corso della sua lunga esperienza africana. 


 

Non ricordo la data precisa ma ricordo che era una domenica di novembre del 1980. Ero di guardia da una settimana. Il giorno dopo sarebbe subentrato Nicola. Anche lui per una settimana. Nell’ospedale di Ikonda, 180 letti, 12 infermieri e tre medici, funzionava così. Facevi una settimana di guardia poi subentrava un altro, poi un altro e, la terza settimana, di nuovo tu. Non che fra essere di guardia e non esserlo la differenza fosse molta. Se non eri di guardia non ti chiamavano di notte. Ma se c’era un intervento chirurgico ti chiamavano ugualmente: il medico di guardia non poteva operare da solo. E Non ti chiamavano di domenica. Non per i casi ordinari. Visto che, quella domenica di novembre, ero di guardia, verso le 19.30 mi chiamarono dall’ospedale. Niente di particolare: era arrivato l’autobus delle 17, con il suo “solito” carico di pazienti. Alcuni venivano da molto lontano perché l’ospedale di Ikonda godeva di una buona fama. Due ore e mezza di ritardo non stupivano: si era nel pieno della stagione delle piogge e, nell’Ukinga, pioveva per sei mesi all’anno. Le strade, non asfaltate, diventavano peggiori del solito. A volte non si passava proprio.

Posai sul tavolo il libro che stavo leggendo (a Ikonda si leggeva e si studiava tanto), indossai gli stivali di gomma, presi l’ombrello e mi avviai verso l’ospedale che era a circa 150 metri da casa. Arrivato, posai l’ombrello all’entrata e gettai un’occhiata alla panca dei pazienti in attesa di essere visitati. L’infermiera di turno aveva già preso le temperature e le aveva scritte sui cartoncini che venivano distribuiti a tutti i pazienti: nome, cognome, indirizzo, data della visita e, appunto, temperatura all’entrata. Il medico avrebbe poi scritto diagnosi e terapia. O provveduto a far ricoverare i casi più seri.

Notai subito una donna ancora giovane dall’aria molto sofferente, prostrata, sorretta da un paio di persone. Il marito e una sorella, come scoprii dopo. La feci entrare subito in ambulatorio. Ogni movimento le provocava dolore. Non gridava, non piangeva. Contraeva i muscoli del viso in modo inequivocabile. Il marito mi consegnò la cartella clinica di un altro ospedale, a più di 500 chilometri da Ikonda, e mi raccontò la sua storia. Si chiamava Martha, aveva 28 anni e tre figli (ne aveva partorito quattro ma uno era morto). Stava male da tempo. Aveva perso peso, era diventata sempre più debole, lamentava dolori sempre più forti e diffusi. Mentre ascoltavo il marito, lei era stata messa sul lettino. Aveva gli occhi chiusi e la mascella contratta. Il viaggio in autobus doveva essere stato infernale.

La cartella che mi era stata consegnata parlava di un cancro al collo dell’utero con metastasi diffuse. Posai una mano sulla fronte di Martha e le chiesi se avesse molto dolore. Domanda sciocca. Aprì gli occhi, annuì e li richiuse. Compii alcune delle danze rituali: misurazione della pressione arteriosa, prescrizione di alcuni esami (quelli che era possibile eseguire a Ikonda nel 1980), compilai la cartella clinica, chiamai le infermiere e la mandai in reparto dopo avere prescritto una energica terapia antidolore a base di morfina e diazepam. Volevo che si addormentasse al più presto: un po’di oblio e una pausa di respiro dal dolore.

Chiesi al marito di restare con me in ambulatorio. Perché le avevano fatto fare un viaggio così lungo in condizioni del genere? Perché gli avevano detto che a Ikonda si guarivano anche i casi più difficili. Sciocchezze. La base della nostra reputazione era dovuta, soprattutto, al fatto che almeno un medico era sempre presente e che, chiamato, sarebbe arrivato in ospedale, di giorno e di notte, giorni festivi e giorni feriali, nel giro di 10 minuti. Oltre ai 12 infermieri Tanzaniani c’erano quattro suore Italiane: una si occupava del laboratorio, una della pediatria, una del reparto uomini e una del reparto donne, inclusa la maternità.

Dissi al marito di Martha che sua moglie era molto grave.

Può guarire?

No. Non può guarire. Mi dispiace”.

Può soffrire di meno?

Si. Le ho prescritto dei farmaci che dovrebbero lenire il dolore e permetterle di dormire

Grazie

E se ne andò verso la stanza dove era stata portata la moglie. Lo guardai in silenzio mentre camminava a passo lento lungo il corridoio. Mi sentivo oppresso. Provavo ad immaginare le pene di un viaggio simile, su un autobus affollato e su strade disastrate, piene di scosse. Ogni scossa una coltellata. E tutto per che cosa? Per constatare la nostra impotenza. La nostra impossibilità ad operare il miracolo in cui speravano. Fui richiamato dagli altri pazienti arrivati con l’autobus. Aspettavano il loro turno con pazienza. Ma toccava a loro. Non trovai altri casi degni di nota. Qualche bronchite, qualche anziano con dolori ossei, qualche parassitosi, un paio di casi di malaria. Ordinaria amministrazione.

Terminate le visite andai a vedere Martha. Le avevano iniettato la morfina che avevo prescritto ma non erano riusciti a trovare una vena per la fleboclisi con il diazepam. Aspettavano me. Mi ero guadagnato la fama di “cacciatore di vene”. Le trovavo quasi sempre. Negli adulti, nei vecchi, nei bambini. Spesso le “intuivo”. Dopo un paio di tentativi falliti, riuscii ad infilare un ago a farfalla in una vena sul dorso della mano di Martha. Cercammo di immobilizzare la mano con una stecca e raccomandai al marito e alla sorella di “stare attenti” … qualsiasi cosa potesse significare questa sciocca raccomandazione. Martha non parlava. Era assopita. Le accarezzai la fronte e andai a fare un giro negli altri reparti. Lo facevo sempre. Così avevo tutti i malati sulla punta delle dita e, di fronte ad una possibile chiamata notturna, non avrei avuto sorprese.

Prima di tornare a casa ripassai da Martha. Adesso dormiva. Il volto era ancora contratto, ma lei dormiva. Il marito e la sorella se ne stavano in silenzio, ai lati del letto. La sorella mi chiese dove fosse la cucina per i pazienti. L’ospedale non passava i pasti. I parenti che vegliavano sui malati cucinavano in appositi locali che si trovavano di fianco all’ospedale. Poi torni a casa. Scaldai un po’ d’acqua mi feci un the e mi sedetti sulla poltrona, riprendendo in mano il libro che avevo lasciato prima di andare in ospedale.  Faceva freddo. Mi scaldavo le mani con la tazza del the. Pensavo a Martha, alle illusioni dei suoi parenti. Alla nostra impotenza. Poi, piano piano, ripresi a leggere. Ma non ero molto concentrato. Ascoltai il notiziario della BBC. Poi quello della Voice of America. Poi lessi qualche giornale vecchio di un mese. I giornali cui eravamo abbonati arrivavano sempre con circa un mese di ritardo. Ikonda è fuori mano. Durante la stagione delle piogge, lo è ancora di più.

Durante la notte non mi chiamarono. Il mattino dopo entrai in ospedale alle 7.30 e cominciai il giro nel “mio reparto”. Non avevamo ancora introdotto l’abitudine di incontrarci al mattino, medici e infermieri, per essere messi al corrente di eventuali problemi verificatisi nella notte e discutere, brevemente, i casi più seri ricoverati nei vari reparti. Questa buona e ovvia abitudine la introducemmo solo qualche mese più tardi. I reparti non erano separati per discipline: medicina, chirurgia, ecc. C’erano il “reparto uomini”, il “reparto donne”, il “reparto bambini” e il “reparto isolamento”. In quel periodo io seguivo il reparto uomini e l’isolamento. Rosalba seguiva la pediatria e Nicola, suo marito, il reparto donne, che includeva la maternità.

Finito il giro al reparto uomini, mi avviai verso l’isolamento. Nel corridoio fui raggiunto da Nicola. Era un ottimo medico. Preparato, coscienzioso, serio, molto umano. Parlava male il Kiswahili e questo gli impediva di avere coi pazienti quei rapporti più caldi che avrebbe voluto. Quel mattino era serio ed aveva una espressione che gli conoscevo: la aveva quando era irritato e teso.

Hai ricoverato tu quella donna con un cancro dell’utero”?

Si. E’ arrivata ieri sera. Poveretta. Una pena. Un viaggio atroce per niente. Ho parlato al marito”.

Perché le hai prescritto una dose così pesante di morfina?

Come sarebbe a dire “perché”? Aveva dolori fortissimi.”

Un dose simile rischia di mandarla all’altro mondo

Ci sta andando comunque e ci andrà in fretta. Non possiamo fare molto di più che accompagnarla dolcemente. Le ho messo la morfina e il diazepam perché dorma e fisiologica per flebo per reidratarla. Che cosa vuoi fare di più? Se fosse stata fatta una diagnosi prima e se fosse in un paese con attrezzature adeguate … ma la diagnosi è stata fatta tardi e qui siamo nella Tanzania rurale. Dunque?

Non riuscì più a nascondere la sua irritazione.

Ti credi di essere Dio? Vuoi decidere tu quando una persona deve morire? Il nostro dovere è quello di tenerli in vita anche solo un minuto di più. Anche se sappiamo che sarà l’ultimo”.

Cazzate!

Non era una risposta molto articolata, ma nemmeno io riuscii a nascondere la mia irritazione. E non stavamo facendo una discussione accademica. Stavamo parlando di una persona in carne ed ossa. E di sofferenze vere. “Mi sembra che sia tu ad avere un delirio di onnipotenza. Dio ha già deciso il destino di questa donna. Ha un cancro. Ha metastasi. Ed è nata nel posto sbagliato. Sta morendo secondo natura. Perché vuoi ritardare la cosa, per di più, prolungando le sue sofferenze? Inoltre, io non le ho dato una forte dose di morfina per farla morire. Glie la ho data per non farla soffrire. Se questo deprime il respiro e accelera una fine che è comunque vicina, pazienza. Anzi: meglio così”.

Mi guardò con quella che a me parve una espressione di disprezzo. Probabilmente lo era. E se ne andò. Io rimasi fermo dove ero per un tempo che non so misurare. Poi scossi la testa e me ne andai al reparto isolamento.

Testa di cazzo”. Mormorai a mezza voce.

Ma Nicola non era una testa di cazzo. Era una brava persona e un bravo medico. Ed era molto umano. In molti, troppi casi, però, aveva quella che a me pareva, e pare tuttora, una visione distorta delle cose. Probabilmente influenzata dalla profonda religiosità sia sua che di sua moglie Rosalba. Anche Rosalba era un bravo medico e una brava persona. E lo ero anche io. Finito il giro in isolamento, tornai in ambulatorio. Vidi un paio di pazienti poi Mrs Mwalongo, la capo infermiera del reparto donne, venne a chiamarmi. “Il Dottor Nicola ha chiesto che lei vada al reparto donne”. “Che cosa vuole?” “Non lo so”.

Arrivato nel reparto trovai Nicola e Rosalba al letto di Martha. C’era anche Suor Elvira, la suora responsabile del reparto femminile e della maternità. Una persona burbera, severa, di poche parole, spesso ruvide. Molto competente e con un animo molto più gentile di quanto non potesse sembrare. Quando mi aggiravo di notte nei reparti, la trovavo sempre lì. Magari con un piatto di carne che aveva portato ad un malato particolarmente povero, senza parenti.

Di fianco al letto di Martha c’erano anche due sacche di sangue, pronte per una trasfusione. All’ospedale di Ikonda non c’era una banca del sangue. Anche perché non c’era sangue. Non c’erano donatori. Quando serviva, il sangue lo si chiedeva ai parenti dei malati. Quando possibile e necessario, medici e infermieri fungevano da donatori. Saltuariamente, c’erano due o tre sacche di sangue nel frigorifero del laboratorio. Sacche chieste prima di interventi poi “risparmiate”. Quel giorno, ce ne erano due di gruppo 0, donatore universale. Nicola intendeva darle a Martha. Che, in quel momento, era soporosa.

Che cosa vuoi Nicola?

La vena dove c’era la flebo si è rotta e io non riesco a prenderne un’altra”.

Guardando la cartella e cercando il polso di Martha, dissi “Per forza, ha una pressione bassissima e battiti deboli. E’ alla fine”.

Vedi se riesci tu a prenderle una vena per darle questo sangue

Questo è buttare via la roba” disse Suor Elvira. La “roba”, naturalmente, era il sangue. Non si trattava di una considerazione banale. Quel sangue sarebbe potuto diventare utile o necessario, per qualcuno con speranze di guarigione. Perché usarlo su di una persona palesemente alla fine? Perché usarlo per una persona che non ne avrebbe tratto alcun giovamento? Quando le risorse, tutte le risorse, sono scarse, queste considerazioni non sono aride. Sono logiche e necessarie.

Il marito e la sorella di Martha avevano assistito alla scena in silenzio. Noi avevamo parlato in italiano ma temo che abbiano ugualmente capito il significato delle nostre parole.

Nicola non commentò le parole di Suor Elvira. Io gli chiesi “Sei sicuro?

Si” fu la sua laconica risposta.

Si trattava di un “suo” paziente. In nome di una discutibile prassi secondo la quale spettava a lui decidere come comportarsi con un “suo paziente”, presi un ago e mi chinai su Martha.

Mentre palpavo il suo braccio per cercare o intuire, una vena, Martha ebbe una scossa ed emise un lungo sospiro.

L’ultimo.

 

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Un commento »

  • Roberto ha detto:

    Mi occupo di cure palliative da più di trent’anni. Ho scoperto con emozione forte questo brano, sia per la conoscenza di Maurizio sia per la soddisfazione di vedere finalmente trovare spazio un brano di simile contenuto in una “rivista” di salute globale. Ho vissuto alcuni anni in paesi africani. Ho esercitato la professione di medico in Terapia Intensiva. Ho abbordato la “salute globale” volendo trasmettere contenuti di equità e umanità ai giovani, in particolare ai medici in formazione e formati. Spesso gli studenti mi chiedevano quale fosse il fil rouge di queste attività. Riflettendovi ho scoperto che terapia intensiva e cure palliative hanno un sottilissimo confine e frequenti “sconfinamenti”. Cure palliative e salute globale hanno un comune approccio alla salute della persona: quello “completo”, ovvero olistico ovvero globale.
    Quindi volevo ringraziare per questa pubblicazione sia la redazione sia Maurizio.
    Mi ritrovo.
    Grazie
    Roberto Riedo

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