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Turchia. Repressione tra docenti e ricercatori

Inserito da on 5 luglio 2017 – 09:593 commenti

Giorgio Tamburlini

L’operazione è iniziata nel gennaio 2016, quando oltre 2000 personalità della scienza e della cultura, tra i quali molti accademici, hanno sottoscritto una petizione (Academics for Peace) che chiedeva l’avvio di colloqui di pace tra il governo turco e le organizzazioni curde, e la presenza di osservatori internazionali nelle aree di conflitto.


La rapida deriva autoritaria in Turchia è ben nota. L’accentramento progressivo del potere, lo stato di polizia, la chiusura delle testate giornalistiche indipendenti, l’asservimento della magistratura, le centinaia di oppositori detenuti in carcere sulla base di accuse costruite, l’esilio di molti, ne sono gli aspetti più evidenti. E, come avviene prima o poi in tutti i regimi autoritari, si sta da tempo compiendo una epurazione sistematica anche nelle università e nei centri di ricerca e di cultura. Tutta la comunità scientifica internazionale ne è da tempo testimone, ricevendo, per una via o l’altra, gridi di dolore dai collegi e amici turchi, che danno addio alla democrazia. Pochi giorni fa ho ricevuto la mail di commiato di una collega turca, dirigente di ACEV, una importante organizzazione finanziata dal governo che ha condotto una delle più grandi operazioni di alfabetizzazione per genitori e bambini, un esempio molto spesso citato a livello europeo e internazionale. In un linguaggio molto cauto ci comunicava di aver “lasciato l’organizzazione”.

L’operazione è iniziata nel gennaio 2016, quando oltre 2000 personalità della scienza e della cultura, tra i quali molti accademici, hanno sottoscritto una petizione (Academics for Peace) che chiedeva l’avvio di colloqui di pace tra il governo turco e le organizzazioni curde, e la presenza di osservatori internazionali nelle aree di conflitto. Una petizione certo non particolarmente destabilizzante. Da allora, i firmatari hanno dovuto affrontare diffamazione, minacce, atti intimidatori. E’ stato loro ritirato il passaporto, e alcuni sono stati arrestati. Questo processo ha subito una accelerazione dopo il fallito Colpo di Stato in Turchia del luglio 2016. Ad oggi, oltre 5000 docenti universitari, uomini e donne di scienza e di cultura hanno perduto il loro posto. Le istituzioni ufficiali dell’accademia e della scienza turca, quali il Turkish Higher Education Council and the Scientific and Technological Research Council of Turkey sono stati messi nelle mani di fedeli sostenitori di Erdogan, così come la gran parte delle università sono state affidate a rettori amici del Governo. Il meccanismo è il seguente: in un primo momento, sono i rettori a “dimettere” i docenti. Segue poi un decreto governativo che conferma l’uscita dai ruoli pubblici. Quindi arriva il ritiro del passaporto. In Italia qualcosa di simile, su scala più limitata perché diretto ad un gruppo molto specifico, accadde con le leggi razziali, che cacciarono dalle cattedre molte centinaia di docenti ebrei.

L’ultimo episodio, quello che sentiamo più vicino, è quello che riguarda molti docenti delle facoltà di scienze della salute, in buona parte medici, “dimessi”. Molti di questi – non facciamo nomi – sono stati protagonisti attivi della ricerca nei loro campi specifici, tra i quali la pediatria, che ha avuto esponenti di primissimo piano in Turchia, che ha visto il passaggio da Parigi ad Ankara dell’International Children’s Centre, lo sviluppo di centri di formazione sulla promozione e valutazione del neuro sviluppo che hanno accolto migliaia di pediatri da tutte le parti del mondo. La Turchia aveva investito in salute nella prima decade del millennio, realizzando importanti riforme del sistema sanitario e nuove infrastrutture e modelli di cura, tra i quali le case di salute dove lavorano medici di famiglia, infermieri e specialisti. Queste riforme e questi investimenti, assieme al progresso economico e sociale degli ultimi 20 anni, hanno migliorato molto rapidamente gli indicatori di salute, in particolare quelli materno-infantili, con una riduzione di oltre due terzi in meno di vent’anni del tasso di mortalità infantile, ormai al di sotto del 15 per mille. C’è dunque da chiedersi che ne sarà della sanità in Turchia, una volta completata la decapitazione delle teste pensanti e delle istituzioni di alta formazione? Difficilmente manterrà la dinamicità che l’aveva caratterizzata in anni ancora molto vicini.

In riposta a questa situazione, diverse società scientifiche si sono mosse per appelli e manifestazioni di solidarietà, che non intendono ridursi ad appelli e comunicati. Ad esempio: si propone il boicottaggio degli accademici e delle università che si sono rese complici dell’epurazione, escludendoli da eventi scientifici, scambi, progetti di ricerca, ecc. Si raccolgono fondi per aiutare i colleghi in difficoltà economiche. E viceversa si offre la possibilità di partecipare a eventi scientifici e formativi a distanza, via skype o altre piattaforme per comunicazione a distanza, per quelli a cui è stato ritirato il passaporto. C’è chi ha proposto di fare i nomi, in una lettera che probabilmente apparirà sul Lancet, delle università che si sono distinte nell’opera di epurazione politica. Ovviamente, c’è discussione su questo punto perché non è detto che in queste università siano ormai tutti “collaborazionisti”. Come sempre, i boicottaggi pongono il problema di quanti tra i colpiti dalle misure siano colpevoli e quanti no. Non sempre sono bombe molto intelligenti, ma spesso sono l’unica arma non violenta a disposizione di chi vuole fare qualcosa.

Giorgio Tamburlini, Centro per la Salute del Bambino-onlus, Trieste

Le fonti di questo pezzo sono in gran parte informali e non citabili. Si consiglia la lettura di: ‘We’ve lost democracy’: on the road with Turkey’s justice marchers. The Guardian, 30.06.2017.

People’s Health Movement invierà a Lancet una lettera di denuncia della repressione contro accademici e ricercatori in atto in Turchia. Sono necessarie tante firme di sostegno a tale iniziativa.  Per firmare utilizza questa pagina A letter from the People’s Health Movement to the editor of The Lancet. Please sign on!

 

 

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