Something is wrong

GavinoCover Maciocco

Joseph E. Stiglitz nel libro “The price of inequality” denuncia un sistema politico e economico che fa arricchire i più ricchi a spese del resto della società. “Quando i valori universali di giustizia vengono sacrificati sull’altare dell’avidità dei pochi, a dispetto della retorica del contrario, la sensazione di ingiustizia diventa sensazione di tradimento”.

“Ci sono momenti nella storia quando in tutto il mondo le persone si ribellano per dire che qualcosa è sbagliato (something is wrong) e per chiedere il cambiamento. Ciò è avvenuto negli anni tumultuosi 1848 e 1968.  Entrambi gli anni rappresentarono l’inizio di una nuova era”.

Questo è l’incipit del libro di Joseph E. Stiglitz “The price of inequality” che guarda a ciò che è avvenuto nel 2011 – le primavere arabe, i movimenti “Occupy Wall Street” negli USA e “Indignados” in Spagna – come una protesta mondiale verso qualcosa di profondamente sbagliato.

“Il divario tra ciò che i nostri sistemi politici e economici si pensava avrebbero dovuto fare – ciò che dicevano che avrebbero fatto – e ciò che in realtà hanno fatto è troppo grande da essere ignorato. I governi in tutto il mondo non affrontano i principali problemi economici, come quello della crescente disoccupazione; e quando i valori universali di giustizia vengono sacrificati sull’altare dell’avidità dei pochi, a dispetto della retorica del contrario, la sensazione di ingiustizia diventa sensazione di tradimento”.

La tesi di fondo di Stiglitz è che di fronte ai fallimenti del mercato, che hanno prodotto conseguenze devastanti, il sistema politico non ha avuto la forza, ma neppure la volontà di intervenire.  Peggio: il sistema politico ha favorito le distorsioni del mercato.

Non sempre è stato così.  Il potere del mercato è enorme: negli ultimi due secoli l’economia di mercato ha fatto aumentare la produttività, la ricchezza e il tenore di vita. Ma in questo progresso i governi hanno avuto un ruolo centrale attraverso l’introduzione di regole e la redistribuzione della ricchezza attraverso la fiscalità e i sistemi di welfare.

L’economia di mercato, in mancanza del ruolo regolatore dello stato, produce quello che è sotto gli occhi di tutti: la terribile crescita delle diseguaglianze sociali espressa dallo slogan che campeggiava nelle manifestazioni di Occupy Wall Street: “We are the 99%”.

Il 99% è la stragrande maggioranza della popolazione che soffre le conseguenza della crisi – con la diminuzione del reddito, spesso con la perdita del posto di lavoro, dell’assicurazione sanitaria e anche della casa – e il restante 1% che vive in un’altra realtà, aumentando la propria ricchezza e il proprio benessere.

L’1% della popolazione americana oggi detiene il 20% del reddito nazionale, con un ritorno indietro di quasi un secolo, come documenta la Figura 1 (tratta da un articolo dell’Economist) e negli ultimi anni ha preso il 65% dell’incremento del PIL.  All’ interno dell’1%, c’è poi una frazione che concentra una ricchezza smisurata: lo 0,1% delle famiglie americane hanno infatti un reddito pari a 220 volte più grande della media del reddito del 90% meno ricco.

Figura 1. Percentuale del reddito nazionale posseduta dal 1% più ricco della popolazione, in 5 nazioni. Anni 1913-2010.
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Fonte: The Economist

 

L’argomento preferito della Destra americana per sostenere le politiche a favore dei ricchi – che Stiglitz chiama “gli apologi delle diseguaglianze” – è che l’accumulo della ricchezza realizzato dal top più ricco della popolazione si riversa – per sgocciolamento – anche al resto della popolazione (trickle-down economics). La storia di questa crisi ha dimostrato l’esatto contrario.  Negli USA la maggiore crescita economica si è avuta – dai tempi Roosevelt fino agli anni ‘70 – quando il mercato era regolato dallo stato e la redistribuzione del reddito prodotta dalla fiscalità generale aveva creato una robusta classe media e generato maggiore eguaglianza e coesione sociale.  Il periodo del liberismo e della deregulation – iniziato con Reagan negli anni ‘80 – si è invece caratterizzato non solo dalla dilatazione delle diseguaglianze, ma anche dal rallentamento della crescita e dalla recessione.  Usando una metafora pasticcera, Stiglitz osserva che prima c’era una torta che diventava più grande e le sue fette meno diseguali, ora le fette di una torta divenuta più piccola sono sempre più diseguali.

“I fallimenti nella politica e nell’economia sono collegati e si rafforzano a vicenda. Un sistema politico, che sta dalla parte dei benestanti, produce leggi e regolamenti – che poi amministra – disegnati in modo da non proteggere  i cittadini comuni nei confronti dei più ricchi, ma anzi da arricchire ulteriormente i più ricchi a spese del resto della società.  Tutto ciò porta alla tesi centrale di questo libro:  i politici hanno condizionato il mercato e lo hanno fatto in modo da avvantaggiare il top a spese del resto, in un sistema economico che non è efficiente, né giusto”.

Un modo per aiutare i ricchi a spese del resto della società è quello che Stiglitz definisce rent seeking, letteralmente ricerca di rendita. Il termine “rendita” – spiega Stiglitz – era originalmente usato per descrivere il reddito della terra, che il proprietario riceveva unicamente in virtù della proprietà, senza fare altro . Una situazione ben diversa da quella dei lavoratori i cui salari sono il compenso per il lavoro che prestano.    

In un’economia di mercato che funziona regolarmente le persone diventano ricche facendo le cose, innovando e rischiando. I moderni rent seekers diventano ricchi in un’altra maniera. Essi non creano ricchezza, ma cercano di ridistribuirla a loro favore con attività di lobbying, riscrivendo le regole, ricompensando e venendo ricompensati dai loro compari negli affari e nel governo. I banchieri, per esempio, sono riusciti a cambiare le leggi della bancarotta a loro favore e quando le banche sono crollate i loro bonus sono rimasti quasi indenni.

I banchieri non sono gli unici a usare il rent seeking. L’industria dell’assistenza sanitaria americana – l’industria dei farmaci e delle biotecnologie, le compagnie d’assicurazione, medici e ospedali – assorbe annualmente il 18% del PIL.  Forse più della metà di questa spesa ha poco a che fare con la salute della popolazione.  Basta dare un’occhiata alle Figure 2 e 3 che mostrano l’incredibile crescita del prezzo delle polizze assicurative sanitarie in USA dal 1999 ai giorni nostri.

Figura 2. USA. Prezzo medio della polizza assicurativa sanitaria e contributo dei lavoratori per la copertura di una famiglia,  1999-2009

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Fonte:  Kaiser/HRET Survey of Employer-Sponsored Health Benefits, 1999-2009.
Figura 3. USA. Incremento cumulativo dei prezzi delle polizze assicurative sanitarie, del contributo dei lavoratori, dell’inflazione generale e dei salari dei lavoratori,1999-2012
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Source:  Kaiser/HRET Survey of Employer-Sponsored Health Benefits, 1999-2012.

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